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Discussione: Destra e Chiesa si....

  1. #11
    più arcipreti, meno arcigay
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    Tra la verità e l'errore non c'è nessuna via di mezzo, tra questi due poli opposti non c'è che un immenso vuoto. Colui che si pone in questo vuoto è altrettanto lontano dalla verità di colui che è nell'errore (J. Donoso Cortes)
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    Predefinito

    In origine postato da antonio
    ma questa e' una conclusione che trai tu...non un dato di fatto:
    in pratica stai ammettendo , dando per scontato, facendo ulteriore confusione peraltro (tra scelta religiosa e opzione preferenziale per i poveri), che l'opzione preferenziale dei poveri (che appartiene alla Chiesa e non all'AC ) o meglio, per i poveri sia = al comunismo...
    quindi, secondo la tua logica, la Chiesa stessa, nei suoi vertici e nei suoi documenti, sarebbe infestata dal comunismo...
    il fatto e' che qui si palesa il tuo senso di inferiorita' culturale nei confronti del comunismo perche' gli attribuisci opzioni che non sono sue in quanto appartengono a sfere diverse da quella squisitamente politica....oppure l'idea che l'opzione preferenziale per i poveri sia estranea o debba esere estranea alla missione della Chiesa..
    Occorre poi sottolineare, ad ulteriore smentita della tua equazione, che l'impegno individuale in ambito politico dei tanti esponenti dell'AC e' stato sempre comunque all'interno della Democrazia Cristiana...

    certo che ne hai confusione in testa...
    ascolta...leggi bene i mei post...

    "opzione preferenziale per i poveri" era la formula tipica che si usava nei '70 per indicare la scelta di campo a favore non dei veri poveri ma dei comunisti (o dei socialisti, talvolta, come le ACLI).
    Ed era la diretta conseguenza della cosiddetta "scelta religiosa", che significava: non votiamo più DC, non difendiamo più l'impegno cattolico in politica ma segnamo la fine del partito cattolico e andiamo da quelli che trionferanno inseorabilmente...ossia il PCI.

    questa è un fatto, come è un fatto che p.es. CL (GS) non si accodò mai a questo genere di deriva socialistoide.

  2. #12
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    Predefinito

    In origine postato da Dreyer
    Ormai l'Azione Cattolica vera è morta negli anni '60...adesso c'è solo la FGCI che ne ha usurpato il nome.

    Non a caso tutti i presidenti dell'AC sono poi entrati in politica col PCI e i postcomunisti (o i loro servi come la margherita).
    --------------------------------------------
    Leggi prima i loro documenti, quelli degli ultimi dieci anni, e poi probabilmente cambierai parere.

  3. #13
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    Predefinito CL chiede il referendum....

    ….sulla Costituzione europea

    Roma. “Non siamo di certo contro l’Europa. Anzi, proprio perché siamo per l’Europa, siamo contro questa Costituzione.
    Chiediamo che il progetto sia sottoposto a referendum tanto più che, sin dal secolo XIX in Europa, si è affermato il principio che le Costituzioni le fanno i popoli e non i sovrani”.
    Comunione e liberazione, attraverso il portavoce del Meeting di Rimini Robi Ronza, ha detto quel che pensa del testo della Costituzione europea, ne ha criticat il “carattere autoritario e neo-nazionalista”, ha mostrato preoccupazione per “lo sgretolamento del valore della persona umana”.
    Ha chiesto un referendum, per non mettere in pericolo “la democrazia e la libertà”.
    E, anche se manca una presa di posizione ufficiale, anche se il segretario generale della Cei raggiunto al telefono non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, pare che i vescovi guardino con benevolenza alle esternazioni di Cl: monsignor Giuseppe Betori si trovava ancora ieri a Rimini in visita al meeting, e pare improbabile
    che Cl, così rispettosa delle gerarchie, abbia voluto prendere un’iniziativa di questa portata non sottoposta alla previa approvazione della Cei.
    La Chiesa italiana si porrebbe così in linea con la maggior parte dei paesi europei, che per la Costituzione hanno scelto la via referendaria (tranne la Germania, la cui legislazione non lo consente).
    Il ministro degli Esteri Franco Frattini si era detto favorevole ad “aggiungere al sì del Parlamento anche il giudizio del corpo elettorale”.
    Con l’appoggio di Lega e AN per “il coinvolgimento dei cittadini in un passaggio fondamentale per il nostro paese e l’intera Unione europea” e la non contrarietà di Forza Italia e Udc.
    Anche se Antonio Tajani, capo della delegazione di FI al Parlamento europeo, la considera una via “poco praticabile, perché per convocarlo occorrerebbe una legge costituzionale, un iter troppo lungo: meglio un dibattito approfondito in Parlamento per arrivare a una ratifica finale”.

    C’è invece chi guarda al referendum come una perdita di tempo, e anzi come a un rischio da non sottovalutare. “Io credo che il
    referendum sia molto rischioso – dice Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita alla Camera – perché finirebbe per dare vita a tutte le posizioni euroscettiche, fatalmente si arriverebbe a parlare di euro e non di Europa”.
    Anche se quasi tutti i paesiche si apprestano ad approvare la Costituzione l’hanno fortemente voluto?
    “Chiedono il referendum i paesi con riserva mentale verso il processo di integrazione europea aggiunge Castagnetti – e comunque l’Italia, che ha contribuito alla nascita dell’Europa, ha qualche responsabilità in più”.
    Castagnetti ricorda a Cl che “l’Europa nasce dall’iniziativa di sei statisti cristiano-democratici, e se nella Costituzione manca il riferimento letterale al cristianesimo non mancano però gli importanti principi su cui si fonda: i diritti della persona, la centralità dell’individuo, la tolleranza”.
    Certo, dice Fabio Mussi, coordinatore del correntone diessino, “ci sono parecchie ragioni di critica alla Costituzione europea, una di queste mi trova d’accordo con Cl: un eccesso di intergovernatività.
    Ma la Costituzione europea è una delle principali carte politiche nelle mani dell’umanità, bisogna giocarla: un referendum non è certo indispensabile, ma se si dovesse fare io voterei a favore, pur con tutte le riserve, la Carta si potrà comunque modificare strada facendo”.
    Mussi ammette la posizione defilata dei Ds sulla questione referendaria, e Umberto Ranieri, vicepresidente della Commissione esteri alla Camera, la spiega al Foglio: “L’Italia si trova nella stessa posizione della Germania, con una legge che impedisce la ratifica referendaria dei trattati internazionali. Ma se fosse costituzionalmente possibile, un referendum confermativo aiuterebbe a diffondere in profondità i principi europeisti. Io naturalmente voterei a favore e trovo del tutto sbagliate le posizioni di chi, volendo aumentare il tasso di democraticità, è pronto a distruggere la Carta. Mi auguro che né la Cei né il governo seguano Cl su queste posizioni, perché sarebbe un danno enorme e un ostacolo al processo di costruzione dell’Europa”.
    Anche se le riserve, alla fine, ce le hanno in molti.
    “E’ una Costituzione insufficiente e deludente rispetto a tutte le aspettative che aveva messo in moto – dice Dario Franceschini, coordinatore dell’esecutivo della Margherita – E il riferimento alle radici cristiane non avrebbe risolto i problemi, troppe questioni rimangono irrisolte. Ma o si accetta il passo in avanti o lo si rifiuta. Un referendum sarebbe utile soltanto se, in un clima di distinzione, servisse a dar più forza a una scelta: io voterei a favore”.

    com'è chiaro il medesimo "sentire" di ex comunisti e di ex catto-comunisti.
    Dicono: il voterei a favore ma sono "contro il voto popolare".

    Beh: io "voterò" a favore e sono fortemente per il voto popolare.
    Perchè mi "terrorizza" il pensiero di essere "confuso" con quelli che la "pensano come me" ma hanno una fifa blu di chiedermelo.
    saluti

  4. #14
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    Predefinito Europa e la paura....

    ...di votare

    Rilanciata al meeting di Comunione e liberazione, l’idea di sottoporre il trattato europeo a referendum popolare anche in Italia, già avanzata dal ministro degli Esteri Franco Frattini, non suscita grandi entusiasmi, sopratutto tra gli europeisti militanti.
    Si tratta di un atteggiamento che non sarebbe certo piaciuto agli storici sostenitori della via comunitaria, come Altiero Spinelli, il cui movimento si basava sulla convinzione che fosse l’egoismo dei governi a frenare la genuina volontà d’integrazione delle popolazioni europee.
    Quella concezione, però, si è rivelata una generosa ma infondata illusione. L’Europa possibile è stata costruita dall’alto, com’era inevitabile.
    Nata come raggruppamento antisovietico, si scontrò subito con l’ostilità della sinistra egemonizzata dai comunisti, trasformatasi poi, col crollo del Muro, in un meccanismo pensato per contenere
    gli effetti della riunificazione tedesca - secondo l’intuizione di Helmut Kohl – ha suscitato sentimenti contrastanti fra i sostenitori delle sovranità nazionali.
    Ora, dopo la complessa approvazione da parte dei 25 governi del compromesso istituzionale, deve affrontare il problema della ratifica.
    Il fatto che anche in grandi paesi come Gran Bretagna, Francia e Polonia, l’approvazione popolare sia in dubbio, mentre quella parlamantare sarebbe stata pressoché sicura, misura la dimensione del deficit democratico delle istituzioni continentali.

    Un sistema politico può essere costruito dall’alto, in realtà lo è quasi sempre, compresi quelli che si legittimano con “rivoluzioni” popolari, sempre gestite da minoranze attive.
    In democrazia, però, prima o poi, il problema del consenso va risolto. Altrimenti si mette in funzione un meccanismo obiettivamente autoritario, che sotto l’apparenza dell’applicazione di regole “tecnicamente” incontrovertibili, spoglia i popoli della loro sovranità.
    L’Europa dei tecnocrati e dei banchieri si è già avviata su questa strada, spetta alla politica rimetterla in carreggiata, senza paura della democrazia.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Anche questo s'è sentito....

    ....a Rimini

    Shalom svela un nuovo patto nel governo Sharon

    Il ministro degli Esteri d’Israele, Silvan Shalom, ha partecipato ieri al meeting di Rimini a una tavola rotonda cui sedeva anche Nabil Shaat, capo della diplomazia palestinese.
    Nonostante ciò, i due non hanno avuto un incontro bilaterale. Con il Foglio, Shalom descrive la situazione della politica interna israeliana, ringrazia il governo italiano per le posizioni equilibrate nel conflitto con i palestinesi e annuncia che è in preparazione un’altra visita del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini in Israele.
    Inoltre ha informato il capo della diplomazia italiana, Franco Frattini, che Gerusalemme sosterrà la candidatura dell’Italia a membro a rotazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
    Il ministro degli Esteri israeliano è rimasto indifferente di fronte alla decisione presa dal partito laburista di chiudere il negoziato con il Likud per un eventuale governo d’unità nazionale.
    “La posizione che il Likud ha preso contro la possibilità di aggiungere i laburisti al governo scaturisce dal motivo stesso per cui questi vi volevano entrare – dice – alcuni, come Baiga Shochat, non hanno esitato a dire che il partito doveva inserirsi ‘per distruggere il Likud e prendere il potere’.
    Secondo chi nel partito di Sharon è contrario alla presenza dei laburisti, la discussione non riguarda il programma di disimpegno da Gaza, ma come questi potranno portare avanti il progetto di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme.
    Inoltre, siccome i laburisti si vedono come un partito alternativo per governare il paese, sceglierebbero il momento giusto per loro per lasciare la coalizione”.
    Come esempio Shalom porta la decisione di Benjamin Ben Eliezer di rompere il governo di unità nazionale precedente, e ancora prima, quella di Shimon Peres nel ’90.
    “Il Likud ha già un’esperienza amara di questo tipo”.
    Secondo Shalom, l’attuale governo può continuare ad andare avanti così fino alla fine del suo mandato, nel 2006.
    “Nel governo c’è una maggioranza di ministri a favore del piano di disimpegno, piano che a sua volta gode di una maggioranza ancora più ampia in Parlamento. Non credo che i laburisti e i partiti di sinistra potranno evitare un voto a favore quando il governo chiederà alla Knesset di approvare il piano”.
    Anche in questo caso Shalom ricorda un precedente.
    “Quando Menachem Begin ha portato avanti in Parlamento l’accordo di pace con l’Egitto, alcuni membri del Likud votarono contro, ma la proposta passò con una grande maggioranza grazie ai laburisti che non facevano parte dell’esecutivo”.
    Per Shalom, il fatto che il primo ministro Ariel Sharon volesse una coalizione diversa da quella che il suo partito sostiene non dimostra una debolezza della sua leadership.
    “Sharon è il nostro indiscutibile capo fino al 2006. Nessuno nel Likud solleva interrogativi sulla sua leadership. Il voto del Likud era contro il partito laburista e la sua ideologia, non contro il premier”.
    Il suo gruppo ha riaperto il negoziato con i religiosi di Yahadut Ha-tora. Il ministro del Tesoro, Benjamin Netanyahu, ha autorizzato il finanziamento di 200 milioni di shekel agli organi religiosi, mentre il budget per il sistema scolastico soffre tagli pesanti.
    “C’è una coalizione con cui si può attuare il piano di disimpegno e un’altra con cui si può approvare la legge sul bilancio”.
    Shalom ha esperienza come ministro del Tesoro.
    “Alcuni partiti che non fanno parte del governo potrebbero votare a favore del bilancio se l’esecutivo aprirà un negoziato per conoscere le loro richieste”.
    Shalom, che vuole garantire la sua permanenza al ministero degli Esteri, è sicuro che l’esecutivo nella sua forma attuale non è paralizzato e non rischia la sfiducia.
    Secondo lui, il desiderio del primo ministro di sottoporre al voto decisioni che porteranno all’approvazione del ritiro potrà essere realizzato.
    “I ministri Livnat, Netanyahu e io abbiamo concordato con il premier Sharon ‘una proposta di compromesso’: siamo d’accordo per sostenere i preparativi che precedono il voto finale, a marzo 2005”.
    Shalom non nasconde che c’è tensione a Gerusalemme alla vigilia del voto americano. Sharon ha annunciato che probabilmente sarà il primo leader a essere ricevuto a Washington a novembre, dopo il voto, per discutere i tempi di realizzazione del suo piano.

    da il Foglio del 28 agosto

    saluti

 

 
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