Ecco perché Chavez ha vinto


di Tariq Ali





Populista? Autocrate? Cubanizzazione? Niente di tutto questo. Il presidente
bolivariano non sta tentando altra strada che quella di una socialdemocrazia
radicale. E' questo che l'opposizione interna e Washington non tollerano.
Una vittoria che servirà anche a Lula, Kirchner e anche a Fidel Castro

Quando ero a Caracas, un paio di settimane fa, i chavisti erano fiduciosi
della vittoria. L'affluenza alle urne domenica scorsa in Venezuela è stata
massiccia: il 94.9 percento ha partecipato al referendum revocatorio. Il
Venezuela, in virtù della sua nuova costituzione, accorda il diritto ai
cittadini di revocare un presidente proma che lui o lei abbia completato il
suo mandato. Nessuna democrazia occidentale comprende questo diritto in una
costituzione, scritta o non scritta. La vittoria di Hugo Chavez avrà
ripercussioni ben oltre le frontiere del Venezuela. E' una vittoria dei
poveri verso i ricchi, ed è una lezione che Lula in Brasile e Kirchner in
Argentina dovrebbero studiare bene.
Fidel Castro, non Jimmy Carter, ha dato il cruciale avviso di andare avanti
con il referendum. Chavez ha riposto la sua fiducia nel popolo dandogli voce
in capitolo, e questo ha risposto con generosità. L'opposizione non farà che
screditarsi ulteriormente se vorrà contestare il risultato. Gli oligarchi
venezuelani e i loro partiti, che hanno combattuto questa costituzione con
un referendum (dopo aver fallito il tentativo di rovesciare Chavez prima con
un colpo di stato appoggiato dagli Stati uniti e poi con una serrata
petrolifera condotta da una burocrazia sindacale corrotta), ora la usano per
cercare di disfarsi dell'uomo che ha rafforzato la democrazia venezuelana.
Hanno fallito. Per quanto forti siano i loro pianti (e quelli dei media che
li sostengono, in casa e all'estero), il paese intero sa bene come stanno le
cose: Chavez ha sconfitto i suoi oppositori democraticamente e per la quarta
volta di seguito. La democrazia in Venezuela, sotto la bandiera dei
rivoluzionari bolivariani, ha spezzato un corrotto sistema bipartitico che
aveva favorito l'oligarchia e u suoi amici in Occidente. E questo è successo
nonostante la totale ostilità dei media, tutti di proprietà privata: i due
giornali quotidiani, l'Universal e El Nacional, così come i canali
televisivi di Gustavo Cisneros e la Cnn non hanno cercato di dissimulare il
loro totale appoggio all'opposizione. Alcuni giornalisti stranieri a Caracas
si sono convinti che Chavez è un caudillo oppressivo e cercano
dispereatamente di tradurre la loro fantasia in realtà. Non portano prove
dell'esistenza di prigionieri politici, senza neppure parlare di campi di
prigionia stile Guantanamo, o della rimozione di esecutivi di tv o direttori
di giornali (come è successo senza neppure troppo scandalo nella Gran
Bretagna di Blair). Poche settimane fa a Caracas ho avuto una lunga
conversazione con Hugo Chavez, spaziando dall'Iraq alle minuzie della storia
e politica venezuelana al programma bolivariano. Per me è stato chiaro che
quello che Chavez sta tentando è nient'altro che creare una socialdemocrazia
radicale in venezuela, per cercare di dare voce e benessere gli strati più
bassi della società. In questi tempi di deregulation, privatizzazioni e di
un modello anglosassone in cui la ricchezza regola la politica, l'obiettivo
di Chavez è guardato come rivoluzionario, anche se le misure che propone non
sono molto diverse da quelle attuate dal governo Atlee nella Gran Bretagna
del dopo-guerra. Un po' di ricchezza generata dal petrolio è spesa per
istruire e curare i poveri.Oggi, poco meno di un milione di bambini delle
baraccopoli e dei villaggi più poveri hanno avuto un'educazione gratuita. 1
milione e 200 mila adulti analfabeti hanno imparato a leggere e a scrivere.
Un'educazione superiore è stata resa accessibile a 250 mila bambini la cui
condizione sociale li escludeva da questo privilegio nel vecchio regime. Tre
nuovi campus universitari sono stati attivati nel 2003, mentre altri sei
saranno completati entro il 2006.

Per quanto riguarda l'assistenza sanitaria, 10 mila medici cubani, inviati
per aiutare il paese, hanno modificato la situazione dei distretti più
poveri dove sono stati costruiti 11 mila ambulatori, mentre il budget è
stato triplicato. Si aggiunga a questo il sostegno finanziario fornito dalle
piccole aziende, le nuove case costruite per i poveri, è stata varata la
legge di riforma agraria che ha superato la resistenza, legale o violenta,
dei latifondisti.

Alla fine dell'anno scorso, sono stati distribuiti 2.262,467 ettari a
116.899 famiglie. Le ragioni della popolarità di Chavez sono evidenti.
Nessun governo precedente ha considerato minimamente la situazione penosa
dei poveri. E non si può fare a meno di notare che lo abbia fatto per una
divisione tra i ricchi e i poveri, ma anche per una sul colore della pelle.
I chavisti tendono alla pelle nera, e riflettono la loro origine nativa e
schiava. Gli oppositori hanno la pelle chiara ed alcuni dei suoi più
disgustosi rappresentanti definiscono Chavez «una scimmia nera».
All'ambasciata americana di Caracas è stato anche organizzato uno spettacolo
di marionette con uno scimmia che interpretava Chavez. Ma Colin Powell non
gradì e l'ambasciatore fu obbligato a chiedere scusa.

Lo strano argomento avanzato in un editoriale ostile dell'Economist questa
settimana che tutto questo è stato organizzato per guadagnare voti è
straordinario. E' vero piuttosto il contrario. I bolivariani volevano il
potere perché delle vere riforme fossero realizzate. Tutto quello che gli
oligarchi hanno da offrire è più del passato e la rimozione di Chavez. E'
ridicolo pensare che il Venezuela sia sull'orlo di una tragedia totalitaria.
E' l'opposizione che è tentata di condurre il paese in quella direzione. I
bolivariani si sono incredibilmente trattenuti.

Quando ho chiesto a Chavez di spiegare il suo pensiero, lui mi ha risposto:
«Non credo ai dogmi della rivoluzione marxista. Non penso affatto che stiamo
vivendo in un'epoca di rivoluzioni proletarie. Tutto questo deve essere
ripensato. La realtà ce lo dice ogni giorno. Stiamo andando verso
l'abolizione della proprietà privata e della società di classe in Venezuela?
Non credo. Ma se mi si dice che è a causa di questa realtà che non si può
fare nulla per aiutare i poveri, il popolo che ha fatto la ricchezza di
questo paese con il suo lavoro e non dimentica mai che era spesso un lavoro
schiavistico, allora io dico "Siamo nella stessa barca". Non accetterò mai
che non ci sia una ridistribuzione di ricchezza nella società. Le nostre
classi agiate non pagano nemmeno le tasse. E' una delle ragioni per cui mi
odiano. Noi diciamo "Dovete pagare le vostre tasse". Credo che è meglio
morire in battaglia, piuttosto che atteggiarsi a vero rivoluzionario puro e
duro, e non fare nulla... Questa posizione mi sembra molto opportunistica
una buona scusa... Prova a fare la tua rivoluzione, inizia a combattere,
avanza poco a poco, anche se per un millimetro alla volta, ma nella giusta
direzione, invece di sognare delle utopie». Ed è per questo che ha vinto.

Tariq Ali
Fonte:www.ilmanifesto.it
18.08.04

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