Tra i «senza scarpe» e il clero ufficiale
STEFANO CHIARINI, il manifesto
Iraq, il lungo braccio di ferro nella comunità sciita tra «pietisti», «resistenti nazionalisti» e «collaborazionisti»
Usa non mediano: Washington e governo Allawi contro una soluzione che lasci intatta la forza di attrazione della resistenza sciita e sunnita
26 agosto 2004 - Tra poche ore l'ayatollah Ali al Sistani, accompagnato da una gran folla, dovrebbe rientrare a Najaf per «salvare» la città e i luoghi santi sciiti dalla distruzione. Il più importante esponente religioso sciita, dovrebbe così riaffermare la centralità del suo ruolo sia nei confronti del leader sciita radicale, il giovane Moqtada al Sadr, sia nei confronti degli occupanti americani e del governo collaborazionista di Iyad Allawi. Tutto ora dipenderà dalle prossime mosse dei vari protagonisti della crisi ma da questo punto di vista sembra proprio che americani e governo Allawi, che avevano lanciato ai primi di agosto un'offensiva finale per eliminare dalla scena la resistenza sciita, e poi quella sunnita, non siano affatto disposti a far uscire al Sadr e i suoi uomini indenni dall'assedio di Najaf. Lo testimoniano le minacce del ministro della difesa, Hazem al Shaalan, l'arresto dello sheik Ali Smaisin, incaricato da Moqtada al Sadr di negoziare con Sistani, la strage tra i fedeli radunatisi a Kufa. Se Sistani riuscirà a far ritirare le truppe Usa dalla città. a far si che Najaf sia controllata da agenti che fanno riferimento alla «Haa al Ilmiya» - l'insieme dei massimi leader religiosi e delle scuole della città vecchia- assicurando allo stesso tempo l'immunità ad al Sadr e al suo movimento allora l'anziano esponente religioso potrebbe ricuperare un pò della credibilità perduta in queste ultime settimane.
La sua partenza per cure mediche a Londra il sei agosto, il giorno successivo l'inizio dell'offensiva americana su Najaf, e il suo totale silenzio sul martirio della città hanno spinto molti ad accusarlo di una colpevole subalternità nei confronti degli occupanti e confermato ai loro occhi le accuse rivoltegli da Moqtada al Sadr secondo il quale il ricco clero di Najaf non sarebbe sensibile alle sorti dell'Iraq in quanto di origine «straniera», in gran parte iraniana. A cominciare dallo stesso Muhammad Ali Hussein al Sistani nato nel 1930 a Mashad in Iran. Dopo aver studiato a lungo a Qom, rivale iraniana di Najaf, circa quarant'anni fa si trasferì a Najaf dove con il progredire dei suoi studi e con l'aumento dei suoi seguaci, è divenuto il primo tra i tre, quattro, «grandi marja», una specie di papa «fonte di imitazione» e, caratteristica questa dello sciismo, detentore della possibilità di «interpretare» le parole e gli scritti sacri. Ali al Sistani, condiscepolo dell'ayatollah Khomeiny (dal 1964 al 1978 in esilio a Najaf) non ha mai condiviso l'idea del «potere dei religiosi» alla base della repubblica islamica dell'Iran. Sistani ha sempre seguito una tradizione «pietista» di relativo disinteresse di fronte alle questioni politiche tranne che nei momenti nei quali il caos rischia di travolgere l'intero paese. Dovendo fare i conti con i partiti sciiti filo-iraniani alleati degli Usa, il Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), e un pezzo del partito «al Dawa», Ali al Sistiani durante un anno di occupazione, si è «limitato» a pretendere dalle autorità Usa un percorso democratico, basato su elezioni dirette, che riportasse la sovranità in mani irachene. Caposaldo del suo agire politico è stato quello della illegalità di qualsiasi legge, quindi anche della costituzione provvisoria imposta dagli Usa, emanata da organismi che non siano stati eletti dal popolo. Silenzio totale invece da parte di Sistani sulla necessità di opporsi all'occupazione. Un punto questo che lo ha portato a scontrarsi più volte con Moqtada al Sadr che proprio della resistenza «nazionale» agli occupanti, del rifiuto della divisione del paese su basi etniche, di un messaggio di riscatto sociale, e dell'unità sunniti-sciiti, ha fatto le sue sempre più popolari bandiere. Il trentenne Moqtada al Sadr da parte sua, dal punto di vista religioso, non può neppure lontanamente pensare di poter competere con Sistani ma sul piano politico, invece gode di sempre maggiori consensi. Grazie alle sue origini irachene e non iraniane. Grazie al fatto di essere rimasto in Iraq durante il regime di Saddam Hussein e di aver lentamente costruito un esteso network assistenziale-politico mentre la gran parte degli esponenti degli altri partiti sciiti se ne stava negli alberghi di Londra o Tehran. Grazie al carattere «sottoproletario» del suo movimento rispetto al ricco clero e ai ricchi commercianti di Najaf. Grazie infine alla sua famiglia, gli al Sadr, una delle più importanti dal punto di vista politico-religioso: suo zio Mohammed Baker al Sadr (a sua volta cugino dell'imam Mousa al Sadr, il protagonista della rinascita politica degli sciiti libanesi), teorico del rinnovamento politico del movimento sciita, allora in concorrenza con il Partito comunista, e di una repubblica islamica la cui realizzazione veniva però relegata in un futuro remoto, venne ucciso nel 1980 dal regime di Saddam Hussein alle prese con una rivolta sciita filo-iraniana. Suo padre, Mohammed Sadeq al Sadr venne ucciso nel 1999 insieme ad altri due fratelli di Moqtada da alcuni misteriosi sicari. Alcuni sostengono che si sarebbe trattato di agenti del regime iracheno, altri invece intravedono nell'omicidio la lunga mano di qualche gruppo religioso o di potere iraniano che avrebbe colpito Sadeq al Sadr per le sue origini «arabe», e più in generale per colpire Najaf e spostare verso Qom l'asse dello sciismo.
Da questo punto di vista è interessante notare come il padre di Moqtada, Sadeq al Sadr, proprio per queste sue caratteristiche, nel `94 fosse riuscito a diventare il primo tra i «marjia» battendo sul filo proprio al Sistani.
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art24.html




a al Ilmiya» - l'insieme dei massimi leader religiosi e delle scuole della città vecchia- assicurando allo stesso tempo l'immunità ad al Sadr e al suo movimento allora l'anziano esponente religioso potrebbe ricuperare un pò della credibilità perduta in queste ultime settimane.
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