Risultati da 1 a 3 di 3

Discussione: Albero di Tolkien

  1. #1
    socialismo tricolore
    Data Registrazione
    15 Mar 2003
    Località
    Rovereto
    Messaggi
    362
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Albero di Tolkien

    Noto sempre con vivo piacere quanto sia folta la presenza di tolkeniani in questo forum. Ne profitto allora per segnalare un libro e un articolo:



    http://www.larchereditore.com/



    aa.vv., "ALBERO" DI TOLKIEN
    a cusa di Gianfranco de Turris
    pagine 356 - € 13,00


    La più ricca e completa raccolta di saggi mai pubblicata in Italia, con contributi dei maggiori esperti italiani.
    In questa raccolta ci sono 20 saggi scritti dai maggiori esperti italiani di Tolkien: a partire dallo stesso DE TURRIS, pioniere del fantasy e della fantascienza nel nostro Paese; per passare poi a PAOLO PARON, presidente della Società Tolkieniana Italiana; a SEBASTIANO FUSCO (Giornalista, da decenni compie ricerche sulle radici magico-mitiche del simbolismo nella narrativa fantastica); ROBERTO GENOVESI (giornalista professionista, scrittore, sceneggiatore e autore televisivo); MARCO RESPINTI (giornalista de IL DOMENICALE; presidente della Società Letteraria Tolkieniana «MELLON»); ERRICO PASSARO (autore di numerosi romanzi fantastici pubblicati dalla casa editrice Nord); ALBERTO LOMBARDO (giornalista: IL TEMPO, LA PADANIA,etc.); GIANLUCA CASSERI (nel 2001 fonda una rivista cartacea, LA SOGLIA, dove sfoga le sue manie multimediali); CHIARA NEJROTTI (ha pubblicato il saggio Sotto il segno di Hermes: i percorsi del mito e la narrativa dell'immaginario per le Edizioni Il Cerchio di Rimini nel 1984, collabora inoltre con la rivista I quaderni di Avallon della stessa casa editrice); ADOLFO MORGANTI (psicoterapeuta, co-fondatore e presidente della Cooperativa Editoriale Il Cerchio, vice-presidente della Società Tolkieniana Italiana); PATRICIA REYNOLDS (membro di spicco della Tolkien Society inglese);EDOARDO VOLPI KELLERMANN (musicista, compositore, autore di opere ispirate a «IL SIGNORE DEGLI ANELLI»); MARIO BORTOLUZZI (voce e autore della «Compagnia dell'Anello» ha partecipato ai Campi Hobbit «storici» dal 1977 al 1980); ALESSANDRO BOTTERO (dal 2003 è editore in proprio con la Bottero Edizioni); GIUSEPPE COZZOLINO & CARMINE TREANNI (giornalisti pubblicisti, si occupano da sempre di tutto quanto fa Intrattenimento di Massa: cinema, TV, fumetti e narrativa pulp); STEFANO GIULIANO (autore del volume Le radici non gelano. Il conflitto fra tradizione e modernità in Tolkien); ANTONIO TENTORI (saggista e sceneggiatore, ha pubblicato numerosi volumi sul cinema di genere, soprattutto italiano).

    Il saggio è formato da tre parti:

    1 - LE RADICI: dove vengono approfondite le fonti letterarie, mitiche, simboliche che hanno influenzato l'opera di Tolkien;

    2 - I RAMI: dove viene evidenziato come le fonti di cui sopra si siano concretamente tradotte in personaggi e tematiche centrali nelle opere tolkieniane:

    3 - LE FOGLIE: dove, in fine, si analizza l'influenza che Tolkien ha avuto sull'arte successiva: dalla musica ispirata alle sue opere; ai giochi di ruolo; al merchandising; al fumetto; al cinema...

    Questa non è la solita raccolta di saggi su Tolkien, ma rappresenta un'innovazione negli studi tolkieniani (almeno in Italia). Infatti, in questa sede Tolkien viene trattato come un Autore vero e proprio: al centro è la sua opera, analizzata con serietà e scrupolosità senza dar spazio a polemiche extra-tolkieniane, quali la controversia politica «Tolkien di Destra/Tolkien di Sinistra», se non per fare alcune puntualizzazioni doverose e chiudere un «capitolo spiacevole» del «tolkienismo» italiano. Perciò è dell'opera di Tolkien, non della società italiana che qui si parlerà.





    introduzione a "ALBERO" DI TOLKIEN
    di Gianfranco de Turris


    Non credo ci possano essere dubbi sul fatto che l’opera del professor John Ronald Reuel Tolkien, ed in particolare Il Signore degli Anelli, possa essere considerata un caso unico nella letteratura mondiale, e questo ben prima del film in tre parti di Peter Jackson che, al massimo, lo ha reso più noto presso il grande pubblico dei media visivi e la stampa internazionale alle soglie del XXI secolo.
    Senza dubbio vi sono libri che hanno una vera diffusione universale da la Bibbia a Pinocchio, per stare fra il sacro e il profano, e tutti si possono definire, con un termine tecnico, long sellers. Nessuno però ha provocato un circuito d’interesse su vari piani (dalla letteratura alla musica, dall’arte all’oggettistica) e soprattutto un’influenza a livello ideale e addirittura comportamentale, come il romanzo di Tolkien. Nessuno, inoltre, ha provocato non solo suggestioni narrative, ma una messe di saggistica come la sua opera. Saggistica sia iper-specialistica dedicata ai fans, ma anche di analisi interpretativa e di ricerca delle fonti di livello serio ed accademico. Si tratta più che di una banale e transeunte “moda”, di una vera e propria “visione del mondo” che ha trovato appassionati, seguaci, adepti, imitatori e indagatori. Cosa che dovrebbe dar da pensare.
    Ovviamente, ci si dovrebbe chiedere il perché. Il perché profondo e non superficiale, cioè basato sulle apparenze, sul clamore massmediatico che di solito è occasionale e banalizzato, soprattutto in Italia dove la nostra cultura ed il nostro giornalismo sono il non plus ultra da questo punto di vista. È strano, ma al contempo sintomatico, che pochi, diciamo pure nessuno, si sia posto una simile domanda: soltanto i figli di Tolkien, in alcune dichiarazioni, hanno affrontato il problema con chiara consapevolezza, ma le loro parole sono sistematicamente ignorate e quasi valgono come non dette. Ed anche ciò è molto significativo. Eppure, oggi, di fronte ad un fenomeno che non accenna a smorzarsi, proprio questo dovrebbe essere il tema principale da approfondire e capire.
    Una risposta seria e ragionevole può essere data soltanto se si va veramente al fondo del significato dell’opera del professore di Oxford: essa ha trovato il favore del pubblico mondiale, nelle nazioni più diverse e dalla cultura più diversa, evidentemente per dei motivi che vanno al di là dell’aspetto puramente letterario, al di là dello stile, dei personaggi, della trama, che certamente avvincono, ma avvincono non più di tanti altri romanzi moderni che hanno avuto una fama internazionale ma che poi hanno concluso in tempo più o meno lungo la loro popolarità. Che invece per l’opera tolkieniana e soprattutto per Il Signore degli Anelli è andata crescendo, non declinando, ed ha raggiunto ormai il mezzo secolo.
    A questa domanda i critici italiani (perché di essi qui ci interessa) sono sostanzialmente incapaci di rispondere o di dare una spiegazione convincente. Il motivo è semplice: sono sordi al problema e sono incapaci di comprenderlo. Infatti, per formazione culturale e per pregiudizio ideologico non riescono a farlo, hanno timore di farlo, addirittura rifiutano di farlo. Di conseguenza, cincischiano su altre minori amenità alla loro portata intellettuale o polemica. Altrimenti, sarebbero obbligati ad inoltrarsi in terreni per loro pericolosi, addirittura minati, costretti alla fine ad ammettere motivi e ragioni che non capiscono, non approvano, disprezzano e infine condannano. La spiegazione di questo rifiuto sta sostanzialmente nel fatto che la cultura italiana, come ormai si ammette senza più eufemismi, è stata condizionata nell’ultimo mezzo secolo, dalla fine della seconda guerra mondiale sino a ieri l’altro, da un approccio che si può definire realista/razionalista/progressista nei confronti della narrativa e della poesia, ma anche del cinema e del teatro, addirittura dei fumetti e della musica leggera. Di conseguenza in base ad un simile schema mentale si rifiutava qualsiasi opera che non rientrasse in questa griglia interpretativa: la si rifiutava e la si ignorava, se non addirittura colpevolizzava e rinchiudeva in qualche ghetto dove sarebbe dovuta restare in eterno.
    Un singolare intreccio di realismo socialista lukacsiano, estetica crociana e metodologia gramsciana faceva respingere tutto quanto sembrava pericolosamente evasivo, soprattutto evasivo nell’ambito della fantasia. Privilegiare il testo in sé respingendo qualsiasi terza dimensione sia immaginativa che spirituale, apprezzare solo quanto era una analisi critica del reale, vedere le opere come strumenti di conquista di una egemonia culturale, ha condotto a condannare come “irrazionali”, come “pensiero negativo”, come “fuga dalla realtà” tutta una serie di autori e testi che sarebbe troppo lungo e inutile citare e che comunque tutti conoscono. Solo da una quindicina d’anni se n’è avviato il recupero, peraltro con molti distinguo, nessuna ammissione di responsabilità e sapienti strumentalizzazioni e autocensure (ad esempio, evidenziando di questi autori soltanto quel che più fa comodo). Questa sommaria ma non smentibile ricostruzione, fa capire come mai in Italia anche la produzione tolkieniana abbia subito la sorte che ha subito, unica in tutto il mondo. Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion, per citare le opere più importanti e diffuse, rientravano infatti in queste categorie da rifiutare: erano considerate e furono definite deboli stilisticamente, confuse ed illeggibili, irrazionali, retrive e addirittura pericolose perché si rifacevano al pensiero mitico, perché esaltavano un mondo che ricordava troppo da vicino l’aborrito ed “oscuro” Medioevo, bollate appunto come “fuga dalla realtà”. Le recensioni e gli articoli apparsi fra il 1970 e il 1977 lo provano senza ombra di dubbio. Si accentuarono a partire dal 1977 e per tutti gli anni Ottanta (si spiegherà poi il perché). Lo confermano anche gli interventi in occasione della morte di Tolkien (1973), del suo decennale (1983), attenuandosi un poco per il ventennale (1993), riprendendo quota in demenzialità con il primo film di Jackson (2001). Per chi volesse approfondire l’argomento, sono costretto ad autocitarmi e segnalare fonti e riferimenti precisi nel mio intervento e nella appendice documentaria pubblicati in La Compagnia, l’Anello, il Potere (Il Cerchio, Rimini, 2002, pp. 7-36 e 163-198). Dati e fatti, non illazioni e ipotesi.
    Questa cultura egemone che non riusciva ad andare oltre un giudizio sullo stile e sulla “ideologia” di un autore per giudicare in bene o in male la sua opera, la possiamo per comodità e senza un intento valoriale definire “di sinistra”, visto quel che oggi possono ancora valere certe parole screditate.
    Ne esisteva però anche un’altra, del tutto minoritaria, che si basava su altri criteri di giudizio, opposti a quelli citati: una cultura che guardava in profondità e non si limitava alla superficie, che oltre lo stile, i personaggi e la trama, teneva conto anche delle radici ideali e simboliche, che effettuava riferimenti ai grandi temi dell’immaginario sempre presenti sin dall’origine della civiltà, che non considerava il mito, da cui nascono l’epica, l’epopea, la leggenda, la fiaba, come pericolosamente regressivo ed irrazionale, ciarpame da ignorare, ma lo poneva alla base delle sue analisi, che si rifaceva alle metodologie di pensatori, filosofi, storici delle religioni ostracizzati e respinti nel buio dell’oscurantismo dall’intellettualità egemone, che utilizzava il senso del sacro e la sua persistenza nella modernità come ipotesi di lavoro, che privilegiava il fantastico al reale, il metafisico al razionale, la “fuga dalla realtà” all’analisi e alla critica diretta alla realtà, che vedeva infine l’immaginario moderno (dal fantastico all’orrore alla fantascienza) non come un prodotto tipicamente moderno, ma al contrario come semplice espressione moderna di antiche, fondamentali e fondanti figure del mito. Ebbene, come si sarebbe dovuta comportare questa cultura minoritaria, che ancora una volta per comodità (ma anche perché la cultura dominante la chiamava così) definiremo “di destra”, di fronte all’opera tolkieniana, se non apprezzarla immediatamente, valorizzarla, analizzarla e in fine farla sua?
    Così fece sin dall’inizio, con una serie di interventi su qualche giornale e su alcune riviste di area, segnalando l’importanza dal suo punto di vista de Il Signore degli Anelli, cercando anche di farlo conoscere di fronte ai silenzi della cosiddetta “grande stampa” e di difenderlo di fronte alle accuse assurde e speciose di cui era oggetto. Lo fece senza secondi fini: infatti, checché se ne possa aver detto e scritto, non aveva il minimo collegamento diretto con partiti politici, partiti che invece vedevano come fumo negli occhi divagazioni del genere. Lo fecero semplicemente perché il professore di Oxford esprimeva nel suo romanzo epico-fantastico una “visione del mondo” per loro del tutto congeniale, “valori” del tutto affini per le letture che in precedenza erano state fatte e per la forma mentis che ne era conseguita.
    Questo sino al 1977. Quell’anno, e sino al 1980, si verificò un altro fenomeno non previsto, questa volta pratico. Nacquero i Campi Hobbit e la situazione degenerò. Nonostante si sia spiegato fino alla nausea quel che essi furono, nessuno, fra i rappresentanti della cultura dominante e soprattutto fra i giornalisti, ha voluto prendere in seria considerazione la loro realtà, e di sciocchezze in buona fede e faziosità in mala fede se ne sono dette e scritte a iosa. Ma si deve accettare il fatto che ormai trentacinque anni fa l’appeal della Terra di Mezzo e la saga della Guerra dell’Anello erano penetrate così profondamente fra i ragazzi che a questa cultura minoritaria appartenevano, avevano tanto impressionato il loro immaginario, che per i campi estivi della “giovane destra” venne scelto il nome del popolo cui apparteneva il Portatore dell’Anello, il mezzouomo che aveva condotto a termine il suo compito fatale, un “eroe del quotidiano”. Tolkien e Il Signore degli Anelli, respinti subito e senza mezzi termini dalla cultura dominante “progressista” o “di sinistra” che dir si voglia, ancor prima dell’esplicita adesione a quel mondo alternativo da parte della cultura minoritaria “tradizionalista” o “di destra”, vennero fatti propri, per così dire “adottati” come ho scritto una volta, da quei ragazzi ventenni. Al di là di ogni questione partitica, perché il partito cui facevano riferimento non vedeva affatto bene una simile operazione considerata del tutto “inpolitica” e dispersiva, checché – lo ripeto – se ne dica oggi. Lo possono testimoniare i diretti interessati, pur con i loro diversi punti di vista.
    Dal 1980, quindi, le cose peggiorarono, perché fu solo dopo i Campi Hobbit che avvenne l’identificazione diretta ed esplicita di Tolkien con la destra politica e militante (lo testimoniano molte dichiarazioni di ex giovani di sinistra in occasione dei film di Jackson), e su di lui, per rimbalzo, fioccarono ancora di più le accuse e gli insulti. Nella sua innata rozzezza e antidemocraticità il fatto che i “fascisti” leggessero Tolkien ed avessero fatto de Il Signore degli Anelli il loro libro-culto, fece sì che anche Tolkien divenisse per traslato un “fascista”. Il Tolkien monstrum fascista lo hanno letteralmente creato gli intellettuali, i giornalisti ed i politici italiani “di sinistra”, in base al pedestre sillogismo: Destra uguale fascismo, i fascisti leggono Tolkien, Tolkien è fascista. Infatti, da quel che mi consta, da nessuna parte, in nessuno scritto di questa cultura minoritaria è mai apparsa la definizione di Tolkien come “fascista”, al di là di frasi o scritte ad effetto, come all’epoca se ne vedevano a bizzeffe, tipo “camerata elfo” o “Aragorn al potere” o “Gandalf è vivo e lotta in mezzo a noi”, che tanto indignano gli intellettuali con la puzza sotto il naso che, peraltro, nulla trovano da ridire nei confronti di innocui slogan del tipo “uccidere i fascisti non è reato”. In fondo nei campus americani non si proclamava: “Bilbo Lives” e “Frodo for President”?
    E solo in Italia, a causa della egemonia culturale di cui si è detto e della sostanziale antidemocratica faziosità del suo pensiero, si è potuto considerare come un elemento negativo (sino al punto di vietare la lettura del romanzo in certe associazioni, sezioni, circoli universitari) perché considerato “di destra”. Un assurdo che mai si sarebbe verificato se i ragazzi “di sinistra” avessero fatto campeggi estivi chiamati Campi Gollum, o se Tolkien fosse stato considerato uno scrittore “progressista”, come del resto oggi si cerca di accreditare. E, ancor adesso, chissà per quale distorsione mentale, uno scrittore come lui, cattolico tradizionalista, monarchico, conservatore, deve essere assolto dalla “accusa” di “essere di destra” con un curioso sbianchettamento di tipo ideologico. Aveva le sue idee, erano quelle, bisogna accettarle, come finalmente vengono accettate le opere e le idee di altri grandi autori da mettergli accanto, da Borges a Pound, da Eliot e Céline, da Mishima a D’Annunzio. Solo la lunga egemonia “progressista” può far considerare un minus, una colpa, da cui essere assolti, per poi poter essere letti ed apprezzati, il fatto di avere una “visione del mondo” non “di sinistra”.
    Questo è quanto. E non lo si può smentire con alcuna acrobazia dialettica o mistificando le intenzioni di Tolkien e altrui.
    E questo spiega anche il perché del successo universale dell’opera tolkieniana. Non equivochiamo (come qualcuno potrebbe maliziosamente fare): essa si basa su valori profondi, eterni, mitici, e perciò compresi, apprezzati e validi in tutte le culture del mondo. E per capirli, sviscerarli ed analizzarli, non si può rimanere sulla superficie della sua scrittura.
    Questa raccolta di saggi, nata su iniziativa di Fabio Larcher ed affidata improvvidamente al sottoscritto, si propone di evidenziare la complessità dell’Albero tolkieniano, intendendo con esso l’ispirazione e l’espressione narrativa del professore di Oxford. Per questo motivo si sono riuniti autori di varia impostazione critica, tutti però accomunati dall’idea che non si può assolutamente restare in superficie nell’analisi della sua opera. Il risultato, mi pare, è di grande complessità ed interesse, da un lato perché smentisce molti luoghi comuni, dall’altra perché, a differenza di tanti testi ripetitivi di cose arcinote o che insistono su aspetti inessenziali, apre nuove vie interpretative e offre nuove ipotesi di lavoro.
    L’immagine dell’albero scelta per il titolo non è casuale. Non solo perché il nostro autore amava gli alberi (le ultime sue foto prima della scomparsa ce lo mostrano appoggiato al suo bastone e ad un enorme fusto) e si amareggiava perché la sua campagna veniva attraversata da sempre nuove strade asfaltate, non solo perché gli alberi – vera Natura vivente – sono co-protagonisti dei suoi romanzi, ma anche perché due immagini esso rievoca indirettamente. La prima è quella racchiusa nella fatidica frase per cui è “nel terriccio della mente” che si sedimentano idee e suggestioni per lievitare, mettere radici e germogliare; la seconda è quel racconto, «Foglia» di Niggle, in cui senza dubbio rappresentò se stesso e la sua opera: come il pittore era sempre insoddisfatto del quadro che stava dipingendo cui apportava sempre nuovi particolari e rifiniture, così il nostro professore era sempre insoddisfatto del suo narrare. E non è un caso che Tolkien abbia scelto come soggetto del quadro di Niggle proprio una foglia e non altro. Inoltre, l’immagine dell’albero è stata varie volte utilizzata con riferimento alla narrativa tradizionale, tipo “l’albero del mito” e “l’albero delle fiabe”. Qui, il senso è lo stesso.
    Ecco quindi il motivo per cui i venti saggi riuniti in questo libro sono divisi in tre parti.
    Le radici esaminano il mondo simbolico e letterario dove “pesca” l’immaginario tolkieniano: alcuni dei simboli cui faceva riferimento con cognizione di causa, il rapporto con la modernità e la Natura, il senso che egli dava alla morte e all’immortalità, i suoi antecedenti letterari e specificatamente il rapporto con C.S. Lewis, la possibilità d’individuare nella sua opera un senso politeista piuttosto che cristiano e nelle società della Terra di Mezzo da lui descritte quella “tripartizione funzionale” tipica delle civiltà indoeuropee evidenziata da Georges Dumézil (segnalo l’originalità di queste due proposte interpretative che meritano di essere approfondite).
    I rami, che sono un prolungamento del tronco principale, scandagliano il significato profondo di alcuni personaggi, tanto per dimostrare che non è vero che essi siano semplici marionette senza spessore o che ricalchino pedissequamente stereotipi stucchevoli: una analisi generale dei diversi tipi di “eroe” presenti ne Il Signore degli Anelli, quindi, scendendo nel particolare, due notevoli e originali interventi su Aragorn e Frodo, infine un esame complessivo delle figure femminili e del modo in cui Tolkien intendeva la “femminilità”. A smentita di troppi e consolidati luoghi comuni, che vengono smontati uno ad uno, anche in questo caso si aprono nuove e originali vie di analisi.
    Infine, le foglie, cioè il prodotto del tronco e dei rami, affrontano gli sviluppi pratici ed ideali della Weltanschauung tolkieniana e del suo calarsi nella società moderna: dal cinema all’oggettistica, dai giochi di ruolo al fumetto e alla illustrazione e infine alla musica. Interventi quanto mai corposi e completi rispetto ad altri in precedenza pubblicati a dimostrazione della varietà dell’influenza tolkieniana nel mondo di oggi. La massa di informazioni è enorme e tutti gli autori di questa sezione meriterebbero di essere citati ed elogiati per la loro competenza, ma, anche in riferimento a quanto detto inizialmente, segnalo soprattutto il testo di Mario Bortoluzzi, leader del complesso “La Compagnia dell’Anello” ancora in piena attività con concerti e CD, che da testimone diretto (peraltro mai interpellato in proposito) racconta per la prima volta come e perché nacque la “musica alternativa” d’ispirazione tolkieniana, i motivi esistenziali e ideali per cui certi giovani artisti in nuce si sentirono spontaneamente attratti e si ispirarono al mondo fantastico creato dal filologo di Oxford. La “mala fede” e la “strumentalizzazione” di cui si parla con tanta indecente approssimazione vengono dissolte come nebbia al sole di fronte alle sue parole. A meno che non si dica che sono tutte fandonie...
    Ecco, dunque, il senso di questa raccolta di saggi su Tolkien, la Terra di Mezzo e Il Signore degli Anelli: non una nuova antologia come tante, ma una antologia veramente nuova perché spiega, precisa, analizza da punti di vista a volte opposti ma non del tutto conflittuali, che obbligano il lettore a pensare e riflettere senza rimanere ancorato al già detto e al già sentito. Potremmo usare il termine ossimorico ideato da un politico italiano ormai molti anni fa: convergenze parallele. Non sono simili fra loro, ma convergono nel respingere le interpretazioni riduttive e sostanzialmente banalizzanti che provengono dalla cultura dominante, basandosi su una analisi che in tutti affonda le radici nel mito e nel simbolo.
    Un libro questo che curatore, editore ed autori dedicano a John Ronald Reuel Tolkien nel trentesimo della sua partenza verso i lidi di Occidente e nel cinquantenario della pubblicazione del suo capolavoro immortale. Sì, immortale.


    Gianfranco de Turris
    Roma, ottobre 2003

  2. #2
    socialismo tricolore
    Data Registrazione
    15 Mar 2003
    Località
    Rovereto
    Messaggi
    362
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    http://www.larchereditore.com/rubrica.htm



    IL «SARUMANISMO»
    Il pensiero politico di Tolkien
    by Scarabucì



    Prima di tutto chi è Saruman? Sia detto a beneficio di coloro che non hanno mai letto Il Signore degli Anelli: Saruman è un mago. Anzi, è il capo supremo di tutti i maghi che appaiono nel romanzo tolkeniano. Nell’opera di Tolkien i maghi sono figure per lo più positive, più simili a vescovi medievali che a stregoni cattivi (non a caso il colore della divisa di Saruman è un bianco decisamente papale). Si tratta, in realtà, di spiriti angelici incarnati, mandati a vegliare sulla Terra-di-Mezzo dagli Ainur (i custodi del mondo); perciò, a meno che essi non si lascino corrompere dalla tentazione dell’Anello (= potere), esattamente come avviene a Saruman, la loro natura è originariamente buona.

    Nel S.d.A. Saruman è forse il personaggio che più esplicitamente fa delle affermazioni politiche. Egli esprime tutto ciò che, presumibilmente, Tolkien disapprovava nella politica. I metodi e la filosofia di Saruman riflettono i metodi e la filosofia dei totalitarismi ideologici, non solo e non tanto novecenteschi, ma di ascendenza platonica.

    Del resto gli argomenti e il linguaggio usati da Saruman per esprimere il proprio pensiero ci ricordano qualcosa:

    I Tempi Remoti non sono più. I Giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. Ascoltami, Gandalf, vecchio amico e collaboratore! […] Ho detto noi, perché così sarà se ti unirai a me. Una nuova Potenza emerge. Inutili sarebbero contro di essa i vecchi alleati e l’antico modo d’agire. Non vi è più alcuna speranza per gli Elfi, o per i Numenoreani morenti. Questa è dunque la scelta che si offre a te, Gandalf, una via verso la speranza. La vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che hanno prestato aiuto. Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo. Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta meta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare. […] E perché no? L’Anello Dominante? Se potessimo comandarlo, la Potenza passerebbe nelle nostre mani.
    [J. R. R. Tolkien, Il signore degli anelli, Rusconi 1977, pagg. 327 – 328]

    Prima di continuare è necessaria una precisazione: bisogna ricordare che nella visione tolkeniana autorità e potere sono due cose ben distinte. Mentre l’autorità è la manifestazione dell’unico potere legittimo, quello divino (che non ha sede nell’uomo stesso ma in un Ordine morale superiore e trascendente), il potere è il peccato di Lucifero, rappresenta il tentativo di impadronirsi del ruolo che spetta soltanto a Dio e ha radice nella superbia.

    Il potere, secondo Tolkien, è corruzione dell’Ordine morale e naturale (lo spirituale e il materiale, in tale visione delle cose, fatalmente tendono a coincidere). Esso si manifesta tramite il dominio sulla Natura. Ma dominare le cose significa capire come le cose sono fatte. E per capirle è necessario romperle, frazionarle nelle loro parti costitutive, renderle cioè qualcosa di sostanzialmente diverso da quello che sono. E quindi, paradossalmente, significa non capirle affatto, averne una nozione distorta o completamente errata.

    colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza.
    [J. R. R. Tolkien, Il signore degli anelli, Rusconi 1977, pag. 327]

    C. S. Lewis (grande amico di Tolkien) ci può aiutare, forse, a comprendere meglio ciò che in Tolkien resta (per ragioni di opportunità narrativa) implicito. Nel saggio L’abolizione dell’Uomo (Jaca Book, 1979) egli ci fornisce delle coordinate molto chiare sul concetto di potere:

    Ciò che chiamiamo potere dell’Uomo è, in realtà, un potere che alcuni uomini hanno e di cui possono, o non possono, permettere ad altri uomini di servirsi.
    [C. S. Lewis, L’abolizione dell’uomo, Jaca Book 1979, pag. 58]

    Il potere, sia per Tolkien, sia per Lewis, è di per se stesso un abuso: esercitare il potere significa esercitarlo a danno di qualcun altro. Il potere sulla Natura è potere dell’uomo sull’uomo, con la Natura usata come mezzo di dominio. E tuttavia il potere dell’uomo, se analizzato fino in fondo, si riduce a una paradossale tautologia. L’uomo può insuperbirsi quanto vuole (sembrano dirci Tolkien e Lewis), ma altro non è se non il figlio (il prodotto) del mondo della Natura, è Natura esso stesso, e quindi resta imbrigliato nel circolo vizioso (l’Anello) delle leggi naturali. E chi pensa di porsi al di sopra o al di fuori della Natura è solo vittima di un’illusione diabolica.

    La natura umana sarà l’ultima parte della Natura ad arrendersi all’Uomo. Allora la battaglia sarà vinta. […] Ma chi, precisamente, l’avrà vinta? […] Negli antichi sistemi, sia il tipo di uomo che gli educatori desideravano produrre, sia i motivi per cui desideravano produrlo, erano prescritti dalla Legge Morale, una regola cui erano soggetti gli educatori stessi, e dalla quale non rivendicavano libertà di scostarsi. […] Questo cambierebbe. […] I Condizionatori sono stati emancipati da tutto ciò. È ancora una parte della Natura che hanno conquistato. […] Il mio punto di vista è che coloro che si pongono al di fuori di ogni giudizio di valore non hanno basi su cui preferire uno dei loro impulsi ad un altro, tranne la forza emotiva di quello stesso impulso […] Al momento, dunque, della vittoria dell’Uomo sulla Natura, troviamo l’intera specie umana soggetta ad alcuni individui, e gli stessi individui soggetti a ciò che in essi è puramente «naturale»: i loro impulsi irrazionali. La Natura, svincolata dai valori, domina i Condizionatori, e, tramite loro, tutta l’umanità. La conquista della Natura da parte dell’Uomo risulta essere, nel momento della sua consumazione, la conquista dell’Uomo da parte della Natura.
    [C. S. Lewis, L’abolizione dell’uomo, Jaca Book 1979, pagg. 62 – 70]

    Lo strumento che occorre per concretizzare il potere è la scienza o, meglio, la sua versione corrotta: la tecnica, la conoscenza finalizzata al conseguimento del controllo sul mondo fisico. Non a caso, nell’etimologia fantastica di Tolkien, Saruman significa: uomo abile, cioè uomo che possiede la techn (techné). E non a caso le abilità sarumaniane giungono a inventare:

    1) bombe (i fuochi di Saruman, vengono chiamati nel S.d.A.);

    2) tecniche di persuasione di massa (la voce di Saruman che intitola il capitolo X de Le due Torri);

    3) selezioni atte al miglioramento genetico degli orchi (con la produzione di orchi geneticamente più forti e più grandi, dei guerrieri perfetti, i cosiddetti Uruk-hai).

    Prima di rivelare le proprie intenzioni, Saruman trascorre lunghi anni di ricerca, ruba i segreti della Natura: interroga Fangorn, incarnazione della natura vegetale; imbroglia e usa il mago naturalista Radagast (che simboleggia invece la natura animale). E tutto ciò in vista di un progetto politico ben preciso: egli infatti si sta preparando al tentativo di dominare l’Anello del potere supremo. Purtroppo, date le proprie premesse metodologiche e filosofiche (ricordiamoci che Saruman si è posto al di fuori della Legge Morale, esattamente come i Condizionatori di cui parlava il brano tratto da C.S. Lewis) non può capire che il segreto dell’Anello risiede proprio nella sua circolarità. ricordiamoci che

    "La conquista della Natura da parte dell’Uomo risulta essere, nel momento della sua consumazione, la conquista dell’Uomo da parte della Natura".

    Di conseguenza il piano di Saruman è destinato a fallire: egli crede di poter strumentalizzare l’Anello del Nemico per i propri fini e non si accorge che è il Nemico, attraverso l’Anello, a strumentalizzare lui.

    Al sarumanismo Tolkien oppone una visione politica fondata sull’amicizia. Il suo ideale di Stato è rappresentato dalla Contea degli Hobbit. In essa è possibile notare la quasi completa assenza di un Governo. Esistono cariche onorifiche, questo è vero, ma coloro che ne sono investiti fanno sentire il proprio peso solo in casi eccezionali, esercitando le proprie funzioni come servizio reso alla comunità. La legge è, per così dire, immanente e ben radicata nei quadrati cervelli hobbit, non è affatto necessario che qualcuno obblighi i membri della comunità a rispettarla. Tolkien stesso, nel Prologo del S.d.A., conferma quest’impressione:

    La Contea non aveva in quel tempo un vero e proprio «governo». Ogni famiglia si occupava dei suoi affari. I lavori agricoli necessari per produrre i generi alimentari ed i continui pasti occupavano interamente le loro giornate. Negli altri settori non erano, in linea di massima, avidi ed ingordi bensì generosi e moderati, tanto che le dimensioni dei fondi, fattorie e botteghe rimanevano immutate per intere generazioni. […] La famiglia Tuc fu certo per molto tempo la più potente, poiché il titolo e le mansioni del Conte (dopo essere toccati ai Vecchiobecco) erano passati a loro. Il primogenito portava dunque il titolo di Conte; era il giudice supremo della Corte di Giustizia, presidente dell’Assemblea Nazionale e capo dell’esercito hobbit. Istituzioni che però esistevano solo in periodi di emergenza, ormai più unici che rari, per cui il «Conteato» non era altro che un’onorificenza. […] L’unico vero e proprio ufficiale della Contea era il sindaco di Pietraforata, eletto ogni sette anni alla Fiera Gratuita sui Bianchi Poggi, in occasione della festa Lithe di Mezza Estate. Il solo compito del Sindaco era presiedere i frequenti banchetti festivi; senonché essendo egli anche Ministro delle Poste e Primo Guarda-Contea, doveva occuparsi contemporaneamente dei Servi di Messi e della Guardia Nazionale.
    [J. R. R. Tolkien, Il signore degli anelli, Rusconi 1977, pagg. 34 – 35]

    Tutto ciò non può sorprenderci se teniamo presente la distinzione tra autorità e potere. E non ci può scandalizzare, dato che Tolkien era un cristiano credente e praticante. La sua Contea è paragonabile a una sorta di Paradiso Terrestre, ma nel senso abbastanza realistico che in essa viene raggiunto tutto ciò che è umanamente possibile raggiungere senza l’intervento della Grazia: una sorta di utopia aristotelizzante.

  3. #3
    socialismo tricolore
    Data Registrazione
    15 Mar 2003
    Località
    Rovereto
    Messaggi
    362
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Probabilmente, vista anche la sapiente selezione degli autori, questo libro è una risposta al tentativo di "recupero a sinistra" effettuato da Del Corso e Pecere col loro ridicolo, nonché infamante per Tolkien e per i suoi lettori, libello dal titolo 'L'anello che non tiene'.

 

 

Discussioni Simili

  1. Tolkien
    Di Rocker503 nel forum Destra Radicale
    Risposte: 70
    Ultimo Messaggio: 03-09-19, 02:39
  2. Su Tolkien
    Di margini nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 03-09-19, 02:34
  3. Tolkien!
    Di lupo1982 nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 21-09-06, 20:52
  4. Tolkien Politico
    Di Libertarian nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 28-05-04, 01:19
  5. help! fan di Tolkien
    Di Mr2 nel forum Fondoscala
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 24-12-03, 10:34

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito