ALCESTE DE AMBRIS
L’EVOLUZIONE DEL FASCISMO
(L’èvolution du fascisme, in “Mercure de France”, 15 febbraio – 15 marzo 1923)
Nella primavera del 1919 la situazione politica italiana era nettamente rivoluzionaria. La guerra aveva lasciato in tutte le classi sociali gravi fermenti e non solo il proletariato delle fabbriche e dei campi sembrava in preda a un vero furore di ribellione, ma anche nell’esercito – sa poco tornato dal fronte- serpeggiavano forti aneliti rivoluzionari, pur imprecisi e vaghi sugli scopi. Per la maggioranza la trincea era stata scuola di sovversivismo.
Era uno stato d’animo comune non solo ai soldati, ma anche agli ufficiali e alle classi medie – quelle classi che avevano dato all’esercito i quadri inferiori della gerarchia militare, cioè gli uomini che avevano personalmente e realmente combattuto e che ora condividevano lo scontento popolare. Ufficiali e soldati erano d’accordo nell’esigere dalla guerra una più vasta giustizia sociale: era questo l’ideale per il quale avevano combattuto e per realizzarlo essi erano disposti, se necessario, a volgere contro il regime esistente quelle stesse armi con cui avevano vinto i nemici della patria.
Nel campo opposto non si scorgevano forze capaci di opporre una qualsiasi resistenza: la borghesia, impinguata dai lucri di guerra, moriva di paura; il governo, disorganizzato e incosciente, non aveva l’energia necessaria e ogni giorno perdeva un po’ di poter rinunciando a qualsiasi atto di effettiva autorità.
Di questa situazione profittava il partito socialista che essendo sempre stato contrario alla guerra , riusciva naturalmente a raccogliere intorno a se tutti i malcontenti e tutti i delusi. Se il partito socialista avesse avuto una netta volontà rivoluzionari, se avesse indicato una meta da raggiungere, e se avesse saputo attirare e organizzare tutti coloro che, specie nell’esercito, erano pronti ad accogliere idee rivoluzionarie, sarebbe riuscito facilmente a impadronirsi del potere; i suoi nemici, atterriti, erano già rassegnati a questo evento.
Ma il partito socialista non ebbe la necessaria fermezza e il senso dell’opportunità storica e provocò così la propria clamorosa sconfitta: aveva voluto creare il bolscevismo italiano, si era assegnato il compito di fondare il comunismo, naturalmente secondo l’esempio di Mosca, con la dittatura del proletariato, ma non aveva tenuto conto delle possibilità del momento e del carattere della nazione; e inoltre i suoi metodi di preparazione furono assurdi; fece di tutto per inimicarsi l’esercito e si comportò con inaudita brutalità. Per utilizzare gli uomini preziosi che gli si offrivano non bisognava infatti offenderli nei loro sentimenti più delicati e profondi, insultare il loro nobile orgoglio, farsi beffe dei loro sacrifici, trattare degli eroi come se fossero dei malfattori, disprezzare le gloriose ferite o umiliarle con parole di commiserazione.
Il partito socialista invece ha commesso proprio tutti questi errori, ha basato tutta la sua attività sulla negazione della guerra e della nazione, ha perseguitato, in tutti i modi anche i più odiosi e ripugnanti, i combattenti che non volevano rinnegare se stessi. Questo suo atteggiamento verso l’esercito era d’altronde la conseguenza logica, necessaria e inevitabile della posizione neutralista da lui spinta all’eccesso durante e dopo la guerra con l’esaltazione degli istinti più bassi e delle viltà più vergognose. Grazie a questo atteggiamento il partito socialista otteneva l’approvazione delle masse cui ripugnavano il sacrificio e lo spirito eroico, ma rendeva impossibile la rivoluzione perché allontanava gli uomini educati dalla guerra a servirsi delle armi e a guardare la morte in faccia.
Nella primavera del 1919 il fascismo nacque in questo clima e per queste ragioni. All’origine esso non era altro che la reazione di quei combattenti che, vistisi respinti e già condannati, dovettero per forza schierarsi contro una rivoluzione che – secondo quanto proclamavano i suoi stessi capi – era animata più da odio verso di loro e verso qualsiasi ideale nazionale che dalla volontà di rinnovare l’esistente regime politico e sociale.
Il bolscevismo italiano, infatti, non nascondeva il proprio proposito di colpire tutti coloro che – pur avendo pagato in prima persona- avevano accettato la guerra a difesa del proprio paese. Per il momento, esso rifiutava loro ogni diritto politico e civile e li minacciava, li insultava e li violentava in ogni modo: fu allora che, mentre la borghesia e lo Stato, atterriti dalla forza del bolscevismo, gemevano, alcuni combattenti, forti della loro volontà e del loro coraggio già provato dalla guerra, si dissero che era umiliante e indegno non tentare di resistere a una bieca tirannia che già stava prendendo radici in Italia e la cui violenza diventava sempre più intollerabile.
I primi a reagire furono proprio alcuni supersiti di quei Fasci Interventisti rivoluzionari che, nel maggio 1925, avevano costretto l’Italia a entrare in guerra, Essi ripresero l’antico nome e la nuova organizzazione fu battezzata Fascio di combattimento e assunse come emblema il fascio dei littori romani.
Il fascismo date le origini dei suoi promotori, tutti provenienti dai partiti dell’estrema sinistra, ebbe all’inizio un carattere molto diverso da quello che assunse più tardi per le ragioni che spiegheremo. Esso. All’origine, aveva un audace programma di rinnovamento nazionale; proclamava <<la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti>>, non esitava a reclamare, sul piano politico, la convocazione di una costituente italiana per la revisione dello Statuto, non nascondeva le sue preferenze per la repubblica, chiedeva l’abolizione del senato, la costituzione dei consigli tecnici del lavoro composti da gruppi professionali e con poteri legislativi ed esecutivi, e la nazione armata.
Sul piano sociale chiedeva la giornata di otto ore, l’istituzione di un minimo di salario per gli operai, il controllo operaio sulle industrie, il diritto per le organizzazioni operaie che ne fossero tecnicamente e moralmente degne di gestire le industrie e i servizi pubblici, la revisione delle leggi sulle assicurazioni per malattia e vecchiaia.
Sul piano economico chiedeva l’espropriazione parziale della ricchezza privata al fine di ristabilire l’equilibrio, sconvolto dalla guerra, nell’economia pubblica, la confisca dell’85 % dei profitti di guerra, la requisizione delle proprietà delle congregazioni religiose.
Il fascismo, ricco di volontà ma ancor povero di forze, si presentò alle elezioni con questo programma, ma non ricevette una buona accoglienza. La borghesia non poteva simpatizzare con la coraggiosa iniziativa di una infima minoranza che, pur ponendo in primo piano il principio nazionale, non aveva molti riguardi per gli interessi delle classi capitalistiche; essa inoltre temeva che qualsiasi forte iniziativa esasperasse la volontà aggressiva dei bolscevichi e facesse precipitare la catastrofe. Il governo di allora (Nitti) scendeva a compromessi col partito socialista e si sforzava di portarlo al potere, anche a costo di rinnegare la guerra e la vittoria: per lui non v’era altro mezzo per evitare la rivoluzione. Certo il fascismo non favoriva questo gioco ed era quindi combattuto e perseguitato dal governo.
Durante tutto il 1919 la situazione del fascismo fu brillante, ma precaria, come quella di un reggimento lanciato senza appoggi in territorio nemico e costretto a cercare la propria salvezza nel coraggio disperato e nella clamorosa rapidità delle proprie mosse strategiche.
Malgrado ciò, il movimento fascista riuscì a dimostrare la fondamentale incapacità rivoluzionaria “del terribile” bolscevismo, che fece una ben misera figura, nascondendosi e mostrando di non sapersi difendere dai colpi di un avversario tanto inferiore di numero.
Nel settembre 1919, Gabriele D’Annunzio occupò fiume; questo evento rialzò di molto le sorti del fascismo che si schierò per lui, e fu l’unico, quasi, ad osare di sostenere il gesto ribelle del poeta: ne fu ricompensato dall’afflusso di nuove forze e di più ampie simpatie, ma le elezioni politiche generali, svoltesi nel novembre successivo, dovevano dimostrare, in maniera sorprendente, quanto il suo numero fosse esiguo. L’unica lista da esso presentata nel collegio di Milano ottenne solo qualche migliaio di voti e nessun suo candidato fu eletto al parlamento.
Nel 1920 il fascismo cominciò a svilupparsi. La coraggiosa tenacia dei suoi fondatori fu nettamente premiata e le file della sua organizzazione cominciarono a ingrossarsi.
Ma i nuovi iscritti provenivano, in maggioranza, dalla borghesia agraria, di natura profondamente conservatrice, e il loro ingresso nel fascismo ne mutò quindi la fisionomia e gli fece perdere sempre più i suoi tratti peculiari. Il programma originario del partito fu snaturato da infinite restrizioni: la direttiva repubblicana divenne solo una tendenza e sempre più vaga; l’espropriazione parziale della borghesia, il diritto alla terra dei contadini ex combattenti, già approvato nel primo congresso fascista, la costituzione di corpi legislativi destinati a rappresentare direttamente le classi produttrici, tutto ciò non fu ormai più che semplice astrazione, da dimenticare definitivamente.
E’ per questo che molti aderenti della prima ora, che avevano visto nel fascismo non solo una reazione alla tracotanza bolscevica e la riaffermazione delle forze nazionali, ma anche un movimento rinnovatore del paese, lo abbandonarono disgustati. Malgrado ciò il fascismo, verso la metà del 1920, attirava ancora quelle forze non dominate da preoccupazioni di classe, ma sinceramente animate dal solo amore di patria: in ciò era aiutato dal bolscevismo, ostinatamente fermo nel suo atteggiamento antinazionale.
Nonostante ciò, nella seconda metà del 1920, la trasformazione del fascismo si accentua con rapidità impressionante. Giolitti tornato al potere, concepisce e realizza il paino di servirsi del fascismo per sradicare definitivamente il socialismo, dopo che questo, pressato dalle correnti comuniste e massimalisti, aveva respinto l’offerta di collaborare al suo governo: i 156 deputati del partito socialista, infatti, costituivano in parlamento una forza troppo temibile perché questo partito non fosse considerato un collaboratore necessario o un nemico che si dovesse, a qualsiasi costo, ridurre all’impotenza.
Giolitti, conscio del pericolo insito in un’azione diretta dello Stato contro i socialisti, pensò di servirsi del fascismo a questo scopo, pur mantenendosi una mano libera per liquidare con forza il problema di Fiume dove D’Annunzio, le armi in pugno, continuava a costituire una minaccia incombente sul governo di Roma, non è possibile precisare di quale natura siano stati i rapporti tra il governo Giolitti e il fascismo. Quel che è certo è che a partire dall’agosto del 1920 si è assistito in Italia alla più paradossale collaborazione tra l’uomo che era stato il sostenitore pià famoso della neutralità, e che prima, durante e dopo la guerra era stato favorevole ai tedeschi, e l’organizzazione creata per la difesa e la valorizzazione della guerra e guidata da quegli stessi uomini che nel 1915 volevano fucilare Giolitti come traditore della patria. Il fascismo cominciò a guardare con minore simpatia all’impresa di Fiume, accettò il trattato di Rapallo, respinto fieramente da D’Annunzio, tra l’Italia e la Jugoslavia limitandosi solo a fare qualche platonica riserva tanto per salvare le apparenze; infine, e senza tentare alcuna efficace protesta, permise al governo il giorno di Natale 1920, di soffocare nel sangue la rivolta dannunziana.
Come ricompensa, il fascismo ebbe via libera, anzi l’aiuto segreto delle autorità, di scateneare quella violenta offensiva antisocialista grazie alla quale più tardi doveva giungere al potere. Nel novembre 1920 il fascismo sferrava di già un attacco in grande stile, coronato da un incontestabile successo grazie all’inguaribile stupidità del bolscevismo, sempre più deciso ad accentuare il suo atteggiamento antinazionale e a minacciare una rivoluzione che non aveva il coraggio, e forse nemmeno la possibilità, di scatenare.
E’ a questo punto che il fascismo completa, con straordinaria rapidità, la sua trasformazione.
Alleato del governo, protetto e aiutato in tutti i modi dalle autorità locali, rifornito di armi dai depositi militari, sicuro dell’impunità se vuole le leggi, aiutato dall’evidente nullità e viltà del nemico che combatte, il fascismo trionfa senza quasi incontrare resistenza. E’allora che accorrono a lui da tutte le parti coloro che sono sempre in cerca di facili successi, uomini che portano nel fascismo una mentalità nettamente reazionaria e ne mutano completamente il volto.
Le motivazioni idealiste sono dimenticate o rinnegate. Dopo aver assistito, senza reagire alla sanguinosa espulsione di d’Annunzio da Fiume, il fascismo getta via le ultime rivendicazioni di rinnovamento nazionale e assume sempre più il volto di reazione di classe. La borghesia agraria che all’inizio lo ignorava o lo odiava perché durante la guerra era stata neutralista o germanofila ora lo aiuta con i propri uomini e il proprio denaro e lo rende strumento della propria vendetta.
Fine prima parte




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