Fino a ieri la guerra era terribile, ma era ancora una cosa seria.
I giornalisti raccontavano i fatti senza indulgere in volgari personalismi. La Croce Rossa aiutava silenziosamente tutti i feriti, e per questo era rispettata. Ora, nel pieno della società dello spettacolo, tutto diventa occasione per fare audience, per apparire, per esibirsi. Ed alla tragedia si affianca la farsa.

Tutto cambia. E sempre in peggio. Nemmeno la Croce Rossa è più la Croce Rossa. La polemica fra il commissario della Croce Rossa italiana, Maurizio Scelli, e il capo-missione in Iraq, Giuseppe De Santis accusato dal primo di essersi "gasato" e di aver dato luogo con la propria imprudenza a quella di Enzo Baldoni, è un penoso esempio di personalismi, di esibizionismi, mediatici e non, di giochetti di piccolo potere interno.
Un tempo la Croce Rossa Internazionale era un organismo impersonale e anonimo il cui unico compito era quello di soccorrere e di curare i feriti di entrambi i contendenti. Per questo godeva di un salvacondotto rispettato da tutte le parti in causa e quasi sacro.
Oggi è un caravanserraglio cui si aggregano ambigue Ong, più pericolose di qualunque Ogm, perché vogliono portare aiuti non richiesti che assomigliano molto a quei favori, che ti cadono in testa come una tegola; giornalisti, veri e improvvisati, volontari animati da pie intenzioni, dilettanti allo sbaraglio e narcisismi ed esibizionismi di ogni sorta.
In mezzo ad un convoglio della Croce Rossa, soprattutto se organizzato dalla sezione italiana (perché gli italiani ci tengono molto a far le "anime belle" e ad apparire come "i mejio fichi del bigoncio") oggi ci può essere di tutto ed è quindi naturale che la Cri non goda più della sacralità di un tempo: se oggi "si spara anche sulla Croce Rossa" è perché non è più la Croce Rossa. La tragedia di Enzo Baldoni si inquadra in questo scenario. Ed è un segno della grande confusione mentale che regna sovrana e della perdita di quel minimo di "ius belli" che era stato rispettato fino alla seconda guerra mondiale compresa.
Un segnale si era avuto con la prima Guerra del Golfo, del 1990-91, quando l'americano Peter Arnett trasmetteva le sue cronache standosulla terrazza del principale albergo della capitale nemica che i suoi connazionali stavano bombardando.
Ma ve lo immaginate voi un giornalista inglese che, durante la guerra del 1939-45, inviasse le sue corrispondenze non dico da un albergo di Berlino ma da un qualsiasi punto del territorio tedesco che non fosse già occupato dagli Alleati e quindi all'interno del fronte nemico? O un giornalista tedesco che lavorasse a Londra? Se scoperti sarebbero stati immediatamente abbottegati e passati per le armi. Come spie. Perché la guerra, fino a ieri, era terribile, ma aveva delle regole, era una cosa seria. Adesso è diventata una farsa tragica. E in fondo la pur barbara esecuzione di Enzo Baldoni rimette, in un certo senso, le cose al loro posto. Dice che in Iraq non si sta giocando a Risiko, ma si sta combattendo una guerra, che merita il rispetto e la sacralità che le guerre hanno sempre avuto finché non sono arrivati i media a sputtanare e a rendere grottesche anche quelle.

Massimo Fini da NoReporter.Otg