dal quotidiano LIBERO di oggi
" D'Alema come al solito si pente a babbo morto
di GIANFRANCO MORRA èc hi, dopo vent'anni, perde la memoria e chi, invece, la ritrova. Uno di questi è Massimo D'Alema. Che pubblica un agile opuscolo, intitolato " Ultimo viaggio a Mosca" ( editore Donzelli), nel quale rievoca la partecipazione sua, a fianco di Berlinguer, nel febbraio 1984, ai funerali del leader del Pcus, Andropov, successore di Breznev. Di viaggi non ne fecero altri, dato che Berlinguer morì a Padova, nel giugno seguente, mentre teneva un comizio. Ma D'Alema non racconta solo il viaggio. Esprime un giudizio fortemente negativo sull'operato di Berlinguer. La cosa lascia stupiti. Perché attendere tanto per riconoscere un fallimento? Perché D'Alema assecondò in tutto il suo patron e ora lo sconfessa e ne disvela gli errori? Non ripete, " Baffino", una prassi collaudata da decenni di socialismo reale: sconfessare i morti per nascondere gli errori dei vivi? Sappiamo tutti che l'Enciclopedia sovietica, circa ogni vent'anni, veniva distrutta e rifatta per assecondare i nuovi padroni. Forse questa usanza del comunismo reale è ancora nel dna di D'Alema. Certo, i tempi sono mutati. Viene alla mente quel 1977, mentre il Pci aveva ormai realizzato il progetto gramsciano di conquista della società civile e i cinematografari per primi si erano schierati col Grande Partito. Come durante il fascismo, senza tessera non si entrava a Cinecittà. Fu in quell'anno che dall'accoppiata Bertolucci- Benigni nacque un film pretenzioso quanto vuoto, pieno di linguaggio postribolare e di sentimentalismo ideologico, intitolato " Berlinguer, ti voglio bene". Il suo totale insuccesso ( tanto le spese le pagava lo Stato assistenziale) fu una prova che il Pci dominava la categoria un po' psicopatica degli intellettuali, mentre la gente guardava al sodo, non alle utopie. Un modello rinnegato. Vent'anni dopo Il ventennale della drammatica morte di Berlinguer, avvenuta a Padova il 7 giugno 1984 durante un comizio, è passato quasi sotto silenzio. Molti dirigenti diessini fecero carriera proprio con l'Enrico, ma oggi le tematiche berlingueriane, la sua utopia e il suo moralismo non paiono più attuali. E Berlinguer è stato dimenticato. Non da tutti: D'Alema lo ricorda, ma solo per rifiutarlo. Egli ci narra che le impressioni del segretario del Pci non furono positive. Egli trovò una riprova che in tutti i Paesi del socialismo reale, come disse appunto a D'Alema, vigevano tre leggi: i dirigenti mentono anche quando non serve; l'agricoltura non funziona mai; le caramelle sono sempre appiccicate alla carta . Un mondo senza futuro, concludeva Enrico. Cose, del resto, che diceva anche in Italia, ma solo ai pochi fedelissimi. Le masse dovevano dormire sonni tranquilli e anche il cosiddetto " strappo", operato da Berlinguer, era stato in realtà solo uno " strappino". Tutto nel Pci continuò come prima. Gli archivi di Mosca, studiati da Valerio Riva, hanno mostrato che anche Berlinguer chiedeva soldi al Cremlino. La stessa frase da lui usata per giustificare lo strappo era ambigua: « l'Urss ha esaurito la sua spinta propulsiva » . Ma quando mai l'aveva avuta? Con Lenin e con Stalin, che la trasformarono in un campo di concentramento? D'Alema trae spunto dall'ultimo viaggio solo per esprimere un giudizio sulla linea politica di Berlinguer. Già ne aveva dato uno negativo, lo scorso anno, Fassino nel suo volume " Per passione". D'Alema insiste e accentua: Berlinguer apparteneva al passato anche negli anni in cui dirigeva il Pci. Ecco perché, pur consapevole del fallimento dell'Urss, non seppe aprire vie nuove. La sua caparbia contrarietà a Craxi e la sua insistenza sul referendum ( che perderà) sulla scala mobile mostrano che era ancora chiuso, come un'ostrica, a ogni modernizzazione. Fu, in breve, una « occasione mancata » , che bloccò quella strada verso il cambiamento, che proprio il nemico Craxi aveva indicato. Berlinguer, conclude D'Alema, fu « un riformatore sconfitto » , in quanto fu e restò sino in fondo un comunista, che insisteva sulla « fuoriuscita dal capitalismo » ancora cinque anni prima dello sfacelo del comunismo. Un revisionista opportunista D'Alema narra il passato perché pensa all'oggi. La lotta tra Berlinguer e Craxi impedì quella nascita di una sola forza socialista, che avrebbe potuto produrre in Italia il bipolarismo dell'alternanza. Invece Enrico guardava ancora al " compromesso storico" e non abbandonò mai il metodo sovietico della " scomunica". Berlinguer, ti vogliamo ancora bene, dicono i suoi rampolli, per la tua struttura intellettuale e morale. Ma della tua politica c'è ben poco da conservare. E qui si ferma anche il discorso di D'Alema. Un discorso che invece meriterebbe di essere continuato. Dato che non èdifficile scorgere, nella politica attuale dei ds, le medesime ambiguità di sempre. Sotto la patina della modernizzazione e della democrazia restano i vecchi metodi comunisti dell'egemonia, del pacifismo interessato e del terzomondismo, le squallide tattiche della demonizzazione dell'avversario, l'ambiguità tra una alleanza col centro postdemocristiano e insieme con la ultrasinistra veterocomunista. Forse non solo Berlinguer èsta to un'" occasione mancata".
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In ogni caso D'Alema questa volta inizia a far sul serio i conti col passato della sinistra italiana, e al di là degli spunti opportunistici, questo è del tutto positivo e non va ne' denigrato, ne' sottovalutato, ma studiato in attesa........ di ulteriori e decisivi passi anche da parte di altri alti esponenti di quella tradizione politica.
Saluti liberali




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