Il petrolio, gli Usa e il nostro deficit
di Laura Pennacchi
Dopo aver sfiorato il picco dei 50 dollari a barile nella settimana successiva al ferragosto, il prezzo del petrolio - aumentato di più del 40% in un solo anno - rimane su livelli molto elevati e le sue oscillazioni (in queste ore di nuovo in salita) allontanano la prospettiva di una più accentuata discesa. Altrettanto alti permangono, quindi, i rischi di contraccolpi sulla crescita economica internazionale, anche in termini di una nuova miscela di inflazione e di stagnazione, benché alcuni ne minimizzino la portata, a partire dalla Federal Reserve americana, la quale, però, è stata costretta a dedicare all’impatto del petrolio sulle economie il suo annuale simposio di fine estate nelle montagne del Wjoming, originariamente destinato a propagandare (tanto per cambiare!) un nuovo ciclo di privatizzazione dei sistemi pensionistici occidentali. Per arrivare, si parva licet, al ministro Siniscalco, il quale, mentre ostenta ottimismo sulle sorti della ripresa, in un’intervista al Financial Times ammette che la situazione dei conti pubblici italiani è seria e tuttavia - invece di fare atto di pentimento per i cattivi consigli dati a Tremonti in conseguenza dei quali l’Italia è stata portata al presente disastro - si dichiara determinato a procedere alla riduzione delle aliquote fiscali per i più ricchi, così provocando un minor gettito destinato ad aggravare lo squilibrio della nostra finanza pubblica.
Consideriamo i vari fattori che concorrono oggi all’andamento del prezzo del petrolio. Innanzitutto la guerra in Iraq e la destabilizzazione che essa provoca sia in termini produttivi (minacce ai pozzi petroliferi conseguenti all’allargamento della piaga terroristica e distruzione di capacità), sia in termini politici (inevitabilmente traboccanti verso tutta l’area mediorientale e orientale), esito solo apparentemente paradossale - e infatti previsto dal movimento internazionale per la pace - di un conflitto che come motivazione aperta aveva il ripristino della stabilità e come pulsione nascosta il controllo di una grossa parte delle riserve petrolifere mondiali. Nel valutare la probabile persistenza di livelli elevati del prezzo del petrolio consideriamo anche i fattori strettamente economici, tra cui l’incremento della domanda generato dall’altissima crescita cinese (ora in decelerazione), osservando che essi scuotono consolidati equilibri mondiali e inducono a interrogarsi sul ruolo “imperiale” che in tale sommovimento giocano gli USA dell’amministrazione repubblicana (un recente saggio di Wade, economista della London School of Economics, ha proprio questo titolo: “La mano visibile dell'impero”). Il punto, in effetti - dibattuto nella stampa internazionale - è questo: quale carica esplosiva si annida nell’incrocio tra l’elevatezza del prezzo del petrolio e la pluralità delle fonti di instabilità da cui sembra sempre più caratterizzata l’America di Bush? L’allarme gravita sul deficit, come elemento chiave della realtà americana odierna (senza che, peraltro, attraverso di esso si sia riusciti a creare il numero di posti di lavoro necessario a compensare i 3 milioni di disoccupati generati dopo il 2000, nè si sia riusciti a impedire, secondo i recentissimi dati del Census Bureau, che i poveri aumentassero di 4 milioni e 300mila unità e i cittadini privi di ogni forma di assistenza sanitaria di 5 milioni e 200mila unità). A quello pubblico si associa - formando il famoso deficit “gemello” - uno sbilancio delle partite correnti dei pagamenti che, dall’1% del 1996, a fine 2003 viaggiava verso il 6% del PIL americano. Il deficit pubblico, lo squilibrio della bilancia commerciale, l’elevatissimo indebitamento di tutti gli operatori privati (famiglie e imprese), la svalutazione del dollaro, si configurano come altrettanti elementi di vulnerabilità della ripresa economica che alla fine del 2003 si era riavviata negli Usa.
In effetti, essa da un lato è stata troppo minacciosamente legata alla spesa per la guerra all’Iraq (a cui si deve più della metà dell’incremento attuale del PIL), dall’altro non è apparsa chiara nella sua effettiva corrispondenza al funzionamento dei “fondamentali” dell’economia, sembrando in notevole misura il frutto di una riattivazione “drogata” della borsa, dopo l’esplosione della “bolla speculativa” nella primavera del 2000 e tre anni consecutivi di pesanti ribassi di Wall Street e di crollo dei mercati azionari in tutto il mondo. A tale riattivazione ha concorso la condotta di Greenspan, presidente della Federal Riserve, il quale già nel 1995-’96 parlò di “esuberanza irrazionale” della Borsa, senza però fare molto per contenerla, il che gli valse l’accusa di Stiglitz: «Poteva prendere delle iniziative per attenuare il fenomeno, ma scelse di non farlo. Al contrario parlò a lungo della nuova era di grande produttività diventando uno dei tifosi della bolla». La circostanza paradossale che negli ultimi quindici anni il paese più ricco sia diventato anche il maggiore debitore globale del mondo sottende - nell’analisi proposta da Stiglitz e su cui oggi ritornano Rubin, Summers, Martin Wolf - un più generale processo di indebitamento causa ed effetto delle onde che attraversano i mercati finanziari, del resto all’uopo deregolamentati e tuttavia sconvolti da periodiche crisi. Poiché l’economia reale si mostra non in grado di convalidare l’eccesso di finanza e di aspettative di rendimento che si è lasciato maturare, le crisi finanziarie sembrano modi con cui si procede a distruzioni di parte della ricchezza finanziaria esistente, il che solleva, ben al di là dei singoli scandali, radicali interrogativi sull’efficienza degli attuali mercati finanziari. Il fatto è che, vista la lentezza di reazione di consumi, investimenti, esportazioni, per la ripresa gli Usa sembrano aver puntato sulla capacità di trascinamento dei mercati finanziari, capacità che - senza curarsi del rischio di creare una nuova “bolla speculativa” - è stata attivamente alimentata attraverso la detassazione dei dividendi azionari e l’abbandono della politica del dollaro forte, nel perseguimento di un impatto immediato sulla Borsa. In effetti, gli Usa cercano oggi mezzi per continuare ad attrarre capitali da tutto il mondo - replicando la gigantesca “idrovora” che ancora nel 2002 aveva consentito all’economia americana di risucchiare due terzi dei flussi netti internazionali - e così finanziare il “debito gemello” e sostenere il proprio sviluppo. In questo quadro l’andamento dei prezzi delle materie prime, in particolare del petrolio, e la svalutazione del dollaro sono l’altra faccia di un’inconfessata “guerra valutaria”, di cui ha risentito finora soprattutto l’Europa, in una difficile fase di riassetto economico e istituzionale dopo l’adozione della moneta unica.
Se per gli USA di Bush di “droga” si tratta, essa ha, però, come tutte le droghe, le sue dolorose controindicazioni: il costo del denaro bassissimo ha permesso di offrire beni a rate senza interessi, ma innesca la formazione di bolle nei mercati delle attività reali (case) e finanziarie (azioni); i deficit di bilancio sostengono la domanda, ma, nella misura in cui sono alimentati da riduzioni permanenti di entrata (tagli fiscali) e da permanenti aumenti di spesa (per difesa e sicurezza interna), generano problemi futuri; il deprezzamento del dollaro stimola le esportazioni, ma costituisce una fonte di precarietà negli equilibri del sistema finanziario internazionale, capace di alimentare una spirale di sfiducia interna ed esterna; la rimonta dei profitti delle imprese americane (dovuta in non piccola misura ai vertiginosi sgravi fiscali) ha come contropartita il fatto che, nel settore privato, nella prima metà del 2004, i saldi finanziari migliorano esclusivamente per le imprese e peggiorano ulteriormente per le famiglie, indebitate ai livelli record del dopoguerra e con un reddito medio in decremento in termini reali.
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Qualche gonzo, disonesto ha anche avuto il coraggio di dire che con la guerra avremmo pagato la benzina di meno.
Il coraggio di ammettere di avere sparato delle stronzate, quello, avercelo mai, vero destrini?
Ai gonzi.




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