Pietro Calamandrei annotò nel suo “Diario”: ”La sensazione che si è provata in questi giorni si può riassumere, senza retorica, in questa frase ”Si è ritrovata la patria”; la patria come senso di cordialità e di comprensione umana esistente tra i nati nello stesso paese, che si intendono con uno sguardo con un sorriso, con un’allusione: la patria, questo senso di vicinanza e di intimità, che permette in certi momenti la confidenza ed il tono di amicizia tra persone che non si conoscono, di educazione e professione diversa e che pure si riconoscono per qualcosa di comune e solidale che è più dentro. Ah che respiro! Ci si può parlare, si può dire il nostro pensiero chiaro […] si può esprimere senza timore della delazione il nostro sdegno, il nostro biasimo, la facezia […] Ci siamo ritrovati. Siamo uomini anche noi […] una delle colpe più gravi del fascismo è stato questo. Uccidere il senso della patria. Questo nome di patria per vent’anni ha fatto schifo: questa presuntuosa boria che non sapeva parlar dell’Italia senza aggiungere che tutto il mondo guardava a Roma, questo tono autoritario da marionette diffuso dai discorsi del “Duce” fino al tono dell’annunciatore della radio, avevano reso insopportabile a ogni ben costrutto stomaco ogni allusione al patriottismo. Si è avuta la sensazione di essere occupati dagli stranieri: questi italiani fascisti che accampavano sul nostro suolo erano stranieri: se erano italiani loro, noi non eravamo italiani. Un Paese occupato da una tribù di selvaggi: da vent’anni noi eravamo sotto questo tallone”. “Sicchè in questa prima settimana è corso per l’Italia un brivido simile a quello del Risorgimento quando se ne andavano i re stranieri e il popolo scendeva nelle piazze e tutti cantavano e si abbracciavano” .





