Gerusalemme.
Commentando la lettera aperta firmata da quattordici rabbini che il Foglio pubblicava ieri, David Jaeger, noto giurista francescano, ebreo israeliano convertito al cattolicesimo, ha dichiarato al Foglio:
“Non saprei di quale religione questi rabbini sarebbero ministri. Le loro dichiarazioni, così riportate, non corrispondono a nulla della formazione religiosa ebraica impartitami nella mia giovinezza”.
Jaeger è ormai distante da quella formazione religiosa e da quel mondo.
Ma su una cosa non ha torto. L’ebraismo non ha una fonte di autorità unica, i suoi testi normativi sono oggetto di interpretazione, e la loro lettura varia da rabbino a rabbino, a volte in maniera significativa.
Pur essendoci limiti al pluralismo in materia di interpretazione religiosa, esistono svariate tradizioni in seno all’ebraismo, e soluzioni diverse se non addirittura divergenti su simili problemi.
Il peso quindi di un responso rabbinico a una problematica qualsiasi, sia essa politica o alimentare, si misura nell’autorevolezza della fonte non meno che nei suoi contenuti, che possono variare.
Quando si tratta poi di contese che trascendono la pratica religiosa dell’individuo e riguardano invece la collettività e le sue scelte politiche, i giudizi sono vari e svariati.
In tema di territori le opinioni divergono, e l’ebraismo annovera tra i responsi rabbinici proclami favorevoli e contrari al compromesso territoriale, con infinite sfumature.
L’importanza del proclama pubblicato ieri su queste pagine dipende dall’autorità che l’ha emessa.
Tra i quattordici firmatari ci sono alcuni rabbini di Yesha (l’acronimo per Giudea, Samaria e Gaza), noti per la loro inclinazione ideologica e la loro tendenza a giustificare, attraverso una particolare lettura delle Scritture, il diritto assoluto di Israele a controllare i territori.
Il Rav Druckman per esempio è identificato fortemente con l’ala piú radicale della militanza religiosa per la Grande Israele.
Essi non rappresentano necessariamente l’intera popolazione di israeliani che vivono negli insediamenti, essendo invece espressione della sola componente religiosa messianica e militante. Le posizioni dei rabbini di Yesha, uniti in Consiglio, non sono d’altronde in linea con il pensiero di altri autorevoli rabbini nei territori come Rav Amital, uno dei due capi della Yeshiva di Alon Shvut, o Rav Riskin dell’insediamento di Efrat, entrambe parte del Blocco Etzion a sud di Gerusalemme.
Né si indentifica con il Consiglio una figura storica del movimento religioso degli insediamenti, quale è Yoel Bin Nun.
E’ significativo che tali autorevoli personaggi manchino tra i firmatari.
Tra loro invece spiccano altre figure riconosciute nel mondo del diritto ebraico come esperti e autorità.
Il peso quindi di decisioni come questa sta non tanto nei contenuti, quanto nell’autorevolezza di coloro che li hanno espressi.
Figure come il Rav Cherlow e il Rav Shapira rappresentano quanto di più moderno e universalista ci sia nel mondo ortodosso askenazita israeliano; essi rappresentano la rinascita ebraica degli ultimi dieci anni nel mondo ortodosso, che offre interessanti sviluppi in direzione femminista, che combinano ambientalismo e ortodossia, che coniugano misticismo e modernità.
La loro firma pesa moltissimo dunque, proprio in virtù delle loro posizioni aperte su altri temi a sfondo sociale e la loro autorevolezza significa due cose: o i contenuti di quel testo riflettono sentimenti condivisi nel mondo religioso o essi verranno recepiti dal mondo religioso in assenza di una risposta da fonti altrettanto riconosciute.
Nessuno contesta naturalmente, nel mondo religioso come in quello laico, il diritto sacrosanto d’Israele a difendersi.
Ma il significato dell’ingiunzione di uccidere un nemico prima che esso ci uccida si presta a molte interpretazioni: che significa
“si leva a ucciderci”? Quando si leva il nemico? In quale preciso momento è dato di ricorrere alla legittima difesa, dacché il nemico si è “levato”? Legittima difesa sino a che livello di prevenzione?
E’ la vita degli innocenti, quello che nell’asettico gergo delle guerre odierne si chiama danno collaterale?
Domande che vanno sollevate, perché non solo i rabbini e altri uomini di altre fedi si devono interrogare di fronte alla guerra sui comportamenti da permettere e quelli da condannare, ma tutta la società deve continuare a porsi il problema della guerra e del diritto alla difesa in termini morali.
I quattordici firmatari hanno espresso un parere che non è né l’unico né l’ultimo del mondo religioso israeliano in tema di guerra e pace.
Il suo impatto non va sottovalutato. Ma va anche contestualizzato.
Altri, meno eclatanti, sono stati espressi in questi giorni, sul dovere o meno di resistere all’evacuazione che presto Sharon ordinerà a Gaza.
E anche su questo, proprio Bin-Nun si è recentemente pronunciato, affermando che solo se l’intero processo verrà visto negli insediamenti come attuato senza alcun riguardo per la democrazia ci si può aspettare una risposta violenta.
Gli fa eco il Partito nazionale religioso, espressione politica degli insediamenti: per rimanere al governo con Sharon chiedono un referendum sul disimpegno.
Alla fine, anche le autorità religiose e i loro proclami riconoscono una cosa (che la stessa tradizione ebraica ha da secoli affermato): la volontà della comunità, alla fine, è l’opinione che deve avere la meglio.
Emanuele Ottolenghi su il Foglio del 11 settembre
saluti




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...] sicuramente non mi permetterebbe nulla di cio' e pertanto mi limitero' umilmente ad aggiungere le due parole di commento rivolte oggi dal direttore 'Cicciopotamo' Ferrara ad un lettore che ha esternato alcune sue perplessita' in merito alla 'tesi dei quattordici'... 

Nobis ardua