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Discussione: I rabbini

  1. #1
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    Predefinito I rabbini

    Gerusalemme.
    Commentando la lettera aperta firmata da quattordici rabbini che il Foglio pubblicava ieri, David Jaeger, noto giurista francescano, ebreo israeliano convertito al cattolicesimo, ha dichiarato al Foglio:
    “Non saprei di quale religione questi rabbini sarebbero ministri. Le loro dichiarazioni, così riportate, non corrispondono a nulla della formazione religiosa ebraica impartitami nella mia giovinezza”.
    Jaeger è ormai distante da quella formazione religiosa e da quel mondo.
    Ma su una cosa non ha torto. L’ebraismo non ha una fonte di autorità unica, i suoi testi normativi sono oggetto di interpretazione, e la loro lettura varia da rabbino a rabbino, a volte in maniera significativa.
    Pur essendoci limiti al pluralismo in materia di interpretazione religiosa, esistono svariate tradizioni in seno all’ebraismo, e soluzioni diverse se non addirittura divergenti su simili problemi.
    Il peso quindi di un responso rabbinico a una problematica qualsiasi, sia essa politica o alimentare, si misura nell’autorevolezza della fonte non meno che nei suoi contenuti, che possono variare.
    Quando si tratta poi di contese che trascendono la pratica religiosa dell’individuo e riguardano invece la collettività e le sue scelte politiche, i giudizi sono vari e svariati.
    In tema di territori le opinioni divergono, e l’ebraismo annovera tra i responsi rabbinici proclami favorevoli e contrari al compromesso territoriale, con infinite sfumature.
    L’importanza del proclama pubblicato ieri su queste pagine dipende dall’autorità che l’ha emessa.
    Tra i quattordici firmatari ci sono alcuni rabbini di Yesha (l’acronimo per Giudea, Samaria e Gaza), noti per la loro inclinazione ideologica e la loro tendenza a giustificare, attraverso una particolare lettura delle Scritture, il diritto assoluto di Israele a controllare i territori.
    Il Rav Druckman per esempio è identificato fortemente con l’ala piú radicale della militanza religiosa per la Grande Israele.
    Essi non rappresentano necessariamente l’intera popolazione di israeliani che vivono negli insediamenti, essendo invece espressione della sola componente religiosa messianica e militante. Le posizioni dei rabbini di Yesha, uniti in Consiglio, non sono d’altronde in linea con il pensiero di altri autorevoli rabbini nei territori come Rav Amital, uno dei due capi della Yeshiva di Alon Shvut, o Rav Riskin dell’insediamento di Efrat, entrambe parte del Blocco Etzion a sud di Gerusalemme.
    Né si indentifica con il Consiglio una figura storica del movimento religioso degli insediamenti, quale è Yoel Bin Nun.
    E’ significativo che tali autorevoli personaggi manchino tra i firmatari.
    Tra loro invece spiccano altre figure riconosciute nel mondo del diritto ebraico come esperti e autorità.
    Il peso quindi di decisioni come questa sta non tanto nei contenuti, quanto nell’autorevolezza di coloro che li hanno espressi.
    Figure come il Rav Cherlow e il Rav Shapira rappresentano quanto di più moderno e universalista ci sia nel mondo ortodosso askenazita israeliano; essi rappresentano la rinascita ebraica degli ultimi dieci anni nel mondo ortodosso, che offre interessanti sviluppi in direzione femminista, che combinano ambientalismo e ortodossia, che coniugano misticismo e modernità.
    La loro firma pesa moltissimo dunque, proprio in virtù delle loro posizioni aperte su altri temi a sfondo sociale e la loro autorevolezza significa due cose: o i contenuti di quel testo riflettono sentimenti condivisi nel mondo religioso o essi verranno recepiti dal mondo religioso in assenza di una risposta da fonti altrettanto riconosciute.
    Nessuno contesta naturalmente, nel mondo religioso come in quello laico, il diritto sacrosanto d’Israele a difendersi.
    Ma il significato dell’ingiunzione di uccidere un nemico prima che esso ci uccida si presta a molte interpretazioni: che significa
    “si leva a ucciderci”? Quando si leva il nemico? In quale preciso momento è dato di ricorrere alla legittima difesa, dacché il nemico si è “levato”? Legittima difesa sino a che livello di prevenzione?
    E’ la vita degli innocenti, quello che nell’asettico gergo delle guerre odierne si chiama danno collaterale?
    Domande che vanno sollevate, perché non solo i rabbini e altri uomini di altre fedi si devono interrogare di fronte alla guerra sui comportamenti da permettere e quelli da condannare, ma tutta la società deve continuare a porsi il problema della guerra e del diritto alla difesa in termini morali.
    I quattordici firmatari hanno espresso un parere che non è né l’unico né l’ultimo del mondo religioso israeliano in tema di guerra e pace.
    Il suo impatto non va sottovalutato. Ma va anche contestualizzato.
    Altri, meno eclatanti, sono stati espressi in questi giorni, sul dovere o meno di resistere all’evacuazione che presto Sharon ordinerà a Gaza.
    E anche su questo, proprio Bin-Nun si è recentemente pronunciato, affermando che solo se l’intero processo verrà visto negli insediamenti come attuato senza alcun riguardo per la democrazia ci si può aspettare una risposta violenta.
    Gli fa eco il Partito nazionale religioso, espressione politica degli insediamenti: per rimanere al governo con Sharon chiedono un referendum sul disimpegno.
    Alla fine, anche le autorità religiose e i loro proclami riconoscono una cosa (che la stessa tradizione ebraica ha da secoli affermato): la volontà della comunità, alla fine, è l’opinione che deve avere la meglio.

    Emanuele Ottolenghi su il Foglio del 11 settembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Infatti vi è, addirittura, un giudaismo ortodosso sionista, e anche un giudaismo ortodosso, un tempo importante, ora molto meno, decisamente "antisionista", che considera lo Stato ebraico laico, al di fuori del disegno messianico, addirittura una profanazione. Figuriamoci se vi può essere identità di vedute su questioni più....contingenti....


    Shalom

  3. #3
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    Predefinito Alcune...

    ...opinioni

    Dicono l’indicibile ma dalla parte dei buoni arriva soltanto silenzio.

    Dov’è lo scandalo nella lettera dei rabbini? Lo scandalo vero, dico, non lo scandaletto sull’opportunità delle parole, o del momento in cui le parole si dicono, o dell’osare pronunciare ciò che pure è fattibile e già visto, e che si può anche fare, o meglio, che in verità non si può mai non fare, e che però giammai si deve dire? Uccidere per non farti uccidere.
    Uccidere prima che uccidano te, o come dire?, preventivamente, quando li vedi caricare la pistola.
    E uccidere anche degli innocenti? Anche. Non, solo, anche. Aggiungendo l’immancabile, sentitissimo, volgarissimo: purtroppo. E potete dirmi dov’è lo scandalo grosso, vale a dire il corpo grosso di uno scandalo inaudito, nelle parole dei quattordici?
    Uno scandalo solo vedo, la guerra in sé.
    Anzi, neanche quello, un altro ancora.
    L’unico vero scandalo è che non vogliano dirmi, i migliori di me, e dei quattordici, e di Bush, e quasi quasi di Kerry, i più complessi cioè, i più coscienti e i più colti, quelli insomma che si contorcono davvero per i lutti di una guerra e assolutamente infatti non la vogliono, scandaloso è che non vogliano dirmi, costoro, come possa io farne a meno a mia volta. E come possa, anch’io con loro, evitarne le bestialità quando altri me l’abbiano comunque dichiarata, la guerra.
    Lo scandalo non sono i rabbini.
    I rabbini maneggiano e precisano soltanto una mia cinica cattiveria acquisita nei secoli, e così simile alla loro.
    Lo scandalo è invece che i migliori, i veri preoccupati, non intendano dirmi come salvarmi, anch’io, da quell’orrore armato al di fuori del quale, per abitudine, machismo e ignoranza, poi mi spiegheranno, confesso di non vedere altro che vuoto, laddove loro vedono qualche forma di pieno.
    Del salvataggio di un me tutto intero sto parlando, per essere precisi, dell’anima e del corpo, ché fosse per l’anima e basta potrei perfino tentare da solo.
    Non faccio lo stratega.
    Non è alla guerra in Iraq che mi riferisco.
    Può essere stato un errore, può non esserlo stato, non credo lo sia stato, forse era meglio l’Arabia Saudita.
    Parlo della guerra se altri te la muovono, giuro che ’stavolta l’hanno mossa, e non vedi altra vita che nell’accettarla.
    Più intelligence, meno intelligence, senz’altro meno imbecillence, ma nell’accettarla.
    C’è un mondo reale e un mondo di sogni.
    Il mondo dei sogni è strano. Pretende, a un certo punto, che cose mai volute nella vita reale, e anzi fieramente combattute, funzionino d’incanto al di là dell’antico desiderio e oltre ogni immaginazione. Lo esigono il compromesso possibile con se stessi e il nuovo desiderio che si affaccia sul momento.
    Ci vorrebbe un’Echelon perfetta.
    Un orecchione candido, ipersensibile, capace di ascoltare il peto di bin Laden. Il ruttino di al Zawahiri. Un sussurro alla moschea di Busto Arsizio.
    E un’arma magica, ci vorrebbe anche. Un raggio laser, ma più che laser, iperultralaser, che becchi quel terrorista là, rimbalzi su Marte e poi, di nascosto e silenzioso, aggirando le casupole civili di Kabul, e i quartieri incolpevoli di Baghdad, schianti il mullah Omar, faccia secco suo cognato, si ricarichi a una fonte diplomatica, mi raccomando, molto diplomatica, e ricominci il giro. Ma perché gli americani non hanno due cose così, se proprio ci tengono alla guerra? Perché non le hanno inventate? Perché? Perché solo missili intelligenti, come li chiamano i cow-boy, ma non abbastanza intelligenti da nasconderci del tutto gli orrori della guerra e lasciarci andare a letto senza l’ansia?
    Senza le immagini dei bambini uccisi dall’occidente cinico e, detto francamente, riscoperto ora troppo poco tecnologico?
    Risultano brutalmente reali i quattordici rabbini che calcano le parole sull’indicibile:
    “Non esiste nessuna guerra nel mondo nella quale sia possibile fare una distinzione assoluta tra civili e esercito… non ci lasceremo contagiare dalla morale cristiana del porgere l’altra guancia… non ci lasceremo impressionare da coloro che si rifanno all’etica morale di preferire la vita del loro nemico alla propria”.
    Le guide religiose, fanno il loro mestiere e parlano di guerra e di Dio, da una parte e dall’altra.
    Non occupano tutto il campo, da questa parte.
    E non si fanno le stesse cose, di qua e di là.
    Da una parte non sono contemplate “distinzioni”, l’11 settembre, Bali, Atocha Beslan.
    Dall’altra sì, però si avverte che non esiste una guerra così così. La guerra non riguarda la religione, quando politica e religione non coincidono è una funzione della politica, ma l’etica religiosa non rinuncia e non rinuncerà, nei tempi in cui si trema, alla sua funzione di orientamento.
    I rabbini ebrei non hanno rinunciato.
    Neanche loro sono degli strateghi e non sappiamo dire se sarà utile o no che abbiano detto l’indicibile.
    Ci risultava che le guerre vivessero, prima, di propaganda e che un’analisi delle sue brutture, magari spietata, avvenisse alla fine. I rabbini hanno preferito rovesciare i tempi e considerato opportuno anticipare con tanta solennità le cose che abbiamo letto.
    A noi sono sembrati aspri, non scandalosi.
    Ciò su cui potremmo essere d’accordo tutti è che non hanno parlato in arabo.

    Andrea Marcenaro su il Foglio del 11 settembre

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Non è una fatwa, è un'opinione, e chi...

    ....ha creato Coventry e Dresda non si scandalizzi

    Raggiungiamo Vittorio Dan Segre, giornalista, scrittore, ex diplomatico israeliano e ora direttore dell’Istituto di studi mediterranei di Lugano, mentre è in macchina tra Mantova e Bergamo. Ha letto l’appello dei quattordici rabbini israeliani.
    Il tempo di fermarsi sul ciglio della strada, e ci detta questo commento.
    La dichiarazione di questi rabbini deve essere letta nel proprio contesto. Anzi, c’è bisogno di chiarire tre contesti.
    Il primo è che gli ebrei non sono cristiani. E’ vero, i primi a emettere il principio “ama il tuo prossimo come te stesso” sono stati loro, ma non per questo esiste nell’ebraismo il dettato di porgere l’altra guancia a chi ti ha offeso. Così è anche per l’islam, ma pure per tutti coloro, occidentali e non, che hanno fatto di Niccolò Machiavelli il loro rabbino.
    Il secondo contesto di cui tener conto è che i rabbini non sono e non sono mai stati dei preti, dei sacerdoti, “rabbi” in ebraico significa maestro, sono responsabili dell’insegnamento, che non è obbligatorio ma soltanto soggetto alla discussione. Questa è la grandezza del Talmud, che si discute tutto, anche le interpretazioni divine. Quanto alle codificazioni, l’ultima, che in ebraico si chiama Shulcan Arunch, è vecchia di cinquecento anni, prima di quella c’è stata quella molto importante di Maimonide (XII secolo). Ma non c’è nessun testo biblico che giustifichi l’uccisione del civile, del non combattente, è vietato persino tagliare gli alberi per fare delle fortificazioni belliche, perché, dice il testo biblico, l’albero è l’uomo della terra.
    Dunque, tornando ai quattordici rabbini, non si tratta di una fatwa. E’ una presa di posizione di insegnanti di religione che hanno le loro idee politiche, che sono tra i leader del gruppo dei coloni.
    Il terzo contesto è che è abbastanza difficile accettare una posizione critica occidentale – per quello che vuol dire occidentale - da parte di esponenti della cultura o della politica di paesi che hanno creato Coventry e Dresda.
    Sono stati i francesi per primi, con la rivoluzione, a inventare il principio della mobilitazione totale, cioè dei civili usati come soldati.
    Poi sono stati i comunisti, con l’idea di guerra di popolo a sviluppare il principio del popolo in armi.
    Nella guerra terroristica questo principio è stato portato a livello strategico.
    Il terrore non terrorizza i soldati, perché i soldati devono far fronte alla paura e la paura si vince con la divisa, con la disciplina eccetera.
    Il terrorismo non cerca di creare la paura ma il panico, e il panico è incontrollabile perché è epidemico, è come la peste che non distingue tra civili e militari, così la peste terrorista non distingue tra civili e militari, anzi li unisce nell’esaltazione della politica della morte.
    Non c’è da scandalizzarsi per un messaggio che va letto in questi tre contesti e prendere lucciole per lanterne, i sintomi per la malattia. Grazie al cielo di anticorpi, di antidoti, di dottori contro questa malattia del terrore e della violenza, in Israele ve ne sono molti ed è soltanto perché è una democrazia.

    Vittorio Dan Segre su il Foglio
    (testo raccolto dalla redazione)

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Il signore degli eserciti è giusto nella...

    ....misericordia, la sua spada ancora ci salva

    Non c’è proprio nulla di “indicibile”, nell’appello dei 14 rabbini.
    Si rifanno alle radici sacrali stesse di Jahvé Sabaòth, il signore degli eserciti che attraversa l’Antico Testamento fiammeggiante, alla guida e alla punizione del suo popolo.
    Non vi sarebbe messianismo davidico né cristianesimo, senza Jahvé Sabaòth, e quei cristiani che elidono dal Libro gli attributi del Signore a loro sgraditi, per gusto estetito o politico, sono cattivi cristiani.
    Esempio, non di cattivo cristiano, ma di cristiano imbarazzato da “politicamente corretto”: domenica scorsa sul Sole monsignor Gianfranco Ravasi – la sua Guida all’Antico Testamento è da leggere, e da discutere – viene interpellato proprio sulla legge del taglione. E se la sguscia con una reductio in chiave levystraussiana, “è solo un modo molto icastico e semitico di definire la giustizia distributiva che si oppone alla spirale della violenza senza remore, incarnata da un altro personaggio biblico, Lamek (… sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette …, Genesi 4, 23-24)".
    E’ così, nella dottrina e nella tradizione giudaico-cristiana, in merito alle vittime civili di guerra? No. Per tremila anni, l’occidente non si è sentito moralmente censurabile ad applicare il Deuteronomio: “ma di queste città che ti saranno date in potere, tu non permetterai che nessuno rimanga vivo”.
    Polis e polemos hanno un’eguale radice, e dai primi nomoteti alle Leggi di Platone, “polemos di tutte le cose è padre, di tutte re, e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi”, come da frammento 54 eracliteo.
    Nelle guerre giudaiche culminate nella diaspora e nella distruzione del Tempio, i romani si calcola sterminassero 800 mila civili ebrei e 150 mila “resistenti”.
    E quanto al cristianesimo, quando Tommaso d’Aquino rielabora i princìpi agostiniani per definire la “guerra giusta”, stabilendo nella “giusta causa” il primo, e nella “giusta condotta di guerra” il secondo postulato bellico per i prìncipi cristiani, esclude l’“iniusta pars” dall’applicazione della “giusta condotta”, civili compresi.
    E’ solo dopo Hiroshima, che l’occidente si convince sempre più del dissidio in cui la pietas prevale sulla libertà.
    Dice Karl Jaspers, “poiché la compassione verso l’altro è misura preferibile alla linea di condotta che procede dalla libertà, se quest’ultima intende ricorrere o sopportare la violenza”.
    Il “non c’è genio nel carnefice” di Hannah Arendt, diventa per l’occidente europeo, al riparo della comoda deterrenza nucleare Usa nella Guerra fredda, una formula che man mano si estende a qualunque operazione militare che comprenda la possibilità di colpire civili.
    E’ tale riflesso condizionato che ai dimentichi della storia provoca fremiti davanti all’appello dei rabbini.
    Ma dopo l’11 settembre accettare l’esclusione categorica di vittime civili significa capitolare all’essenza del ricatto terroristico, islamo-fascista come di ogni altra matrice: è nel massimo coinvolgimento di vittime civili, il fulcro della strategia terrorista. Dire che i rabbini hanno ragione, non significa affatto abbracciare un credo militarista sprezzante della vita.
    George Bush, come confessa a Bob Woodward in “Plan of Attack”, ha deliberatamente archiviato il “metodo Clinton” di fare la guerra, seguito in Bosnia: col massimo dispiego di potere aereo e conseguenti vittime civili, pur di non rischiare in combattimenti a terra la vita dei militari americani.
    “Se una guerra è giusta, le democrazie devono anche essere disposte a rischiare le vite dei propri ragazzi”.
    E’ costato e costerà caro, ma solo così –oltre che con armi sempre più di precisione – è stato possibile liberare l’Iraq da Saddam contenendo il più possibile – infinitamente più che in Vietnam e nella guerra del Golfo – le vittime civili.
    Solo finché le opinioni pubbliche appoggeranno statisti democratici pronti anche a tornare a una guerra “stivali sul campo”, la strategia darà frutti.
    A caro prezzo, ma li darà come li ha dati.
    Se invece le parole dei rabbini vi sembrano cinismo da squadroni della morte, rassegnatevi ad avere in casa cellule terroriste pronte a colpirvi.
    E’ il “porgere l’altra guancia” che li aveva convinti, in Somalia, che il mondo libero era una pera matura a cadere.

    Oscar Giannino su il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Il proclama dei rabbini mi sembra sinceramente “ovvio” e insieme farneticante.
    Ovvio quando parla delle guerre che si combattono, in cui nazioni vincono altre nazioni. Sebbene tutti gli Stati e l’Onu predichino il “mai più la guerra!”, ancora oggi, dopo la Seconda guerra mondiale, sono sparsi nel mondo decine di focolai bellici dove nazioni e gruppi si squartano e sopprimono. “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Forse il benessere, l’indifferenza, il gaio nichilismo ci ha nascosto finora la realtà. Forse come molti pacifisti sentimentali, abbiamo voluto pensare che questo non sia vero, ma l’uomo di oggi è ancora uguale a quello di ieri. Il proclama è terribilmente ovvio quando dice che in nessuna guerra è possibile distinguere fra civili ed esercito. Basta uno sguardo alle statistiche per vedere che nelle ultime guerre mondiali le vittime civili sono stati in numero esorbitante rispetto a quelle militari. Il perbenismo dei salotti illuministi pensa che ci stiamo dirigendo verso il progresso luminoso, ma intanto nasconde tutte le vittime delle guerre, degli aborti, delle carneficine, dei popoli incatenati.
    Ne “Il fascino discreto della borghesia” di Buñuel, si vedono spesso i protagonisti che “sognano” di camminare su una lunga strada asfaltata baciata dal sole, mentre nella realtà si scontrano di continuo con il dramma irrisolto della morte. Da questo punto di vista il proclama dei rabbini sefarditi, nella sua ovvietà, è al massimo un correttivo, uno smascheramento dei propositi “belli”, delle sviolinate alla pace e al dialogo di tanti capi di Stato e religiosi.
    Ma per il resto, il proclama è farneticante.
    Anzitutto dal punto di vista religioso. Rifarsi alle imprese di Mosè e di Gedeone contro i Madianiti mi sembra perlomeno rischioso, altrettanto quanto il modo islamico di rifarsi al Corano per giustificare la guerra santa. Se Dio ha chiesto a Mosè di uccidere tutti gli amaleciti, ha anche detto per bocca di Geremia di contribuire al benessere dei babilonesi, oppressori degli ebrei nel periodo della deportazione. Per una religione come quella ebraica, in cui la storia ha un valore enorme, questo dovrebbe perlomeno spingere a non idolatrare un periodo nella vita del popolo eletto, per maturare una coscienza più piena dell’elezione e della responsabilità di fronte agli altri popoli.
    Il proclama è farneticante anche dal punto di vista “tecnico”: cosa dovrebbero fare gli israeliani? Girare casa per casa a sgozzare ogni palestinese che si incontra? O scatenare una Hiroshima nella striscia di Gaza, o nella Cisgiordania? E’ evidente che buttare una bomba atomica, sopprimere quei nemici che Israele ha come vicini di casa, equivale a un suicidio.
    Già ora è evidente che la guerra israelo-palestinese non sta solo colpendo la vita e l’economia dei palestinesi: essa sta insanguinando e mutilando le vite e l’economia di Israele stesso. Il proclama è farneticante anche quando parla della morale cristiana del porgere l’altra guancia.
    Per noi cristiani amare i nemici, pregare per i persecutori, non vuol dire non ammettere la legittima difesa, anche con una guerra al terrorismo.
    In tutta la storia la Chiesa non ha mai scartato l’ipotesi della guerra come ultima possibilità di difendere un popolo. Quello del cristianesimo cattolico è realismo che difende l’ordine contro i malvagi e propone regole per diminuire il più possibile le sofferenze degli uomini (salvare il maggior numero di civili; salvaguardare i feriti; vigilare sulla dignità dei prigionieri; garantire l’ordine in un paese occupato…) sapendo che queste regole non estirpano il male, la facilità dell’uomo alla guerra. Amare i nemici significa sapere che il nemico ha le stesse possibilità di male e di bene che ho io e che forse, se entrambi cambiamo, è possibile convivere per il bene di tutti.
    Per questo, oltre alle guerre contro il terrorismo – non le guerre preventive a tutto campo – la Chiesa ha sempre creato occasioni per ricostruire la convivenza, non magari quella paradisiaca in cui il lupo dimorerà con l’agnello, ma quella degli uomini che sanno essere un po’ agnelli, ma hanno bisogno di regole e di eserciti per non far vincere il lupo che è in loro.

    Bernardo Cervellera su il Foglio

    saluti

  7. #7
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    Le dichiarazioni dei quattordici rabbini israeliani, in effetti, possono destare stupore o indignazione. Essi equiparano i militari ai civili palestinesi, con ciò legittimando, all’apparenza, un principio odioso: in guerra tutto è ammesso, al di là di ogni regola, di ogni rispetto dell’indifeso e dell’incolpevole.
    Nessun dubbio sull’infelicità di queste dichiarazioni, che però devono essere relativizzate e comunque inquadrate nei loro precisi caratteri. Si tratta infatti di affermazioni di contorno, che si possono leggere sui giornali israeliani nelle pagine di cronaca. Non è un caso che, dopo ampie ricerche, ho avuto modo di trovarle a pagina 15 e a pagina 23 di due importanti testate giornalistiche dello Stato ebraico. Questo per dire, in altre parole, che in uno Stato democratico come Israele c’è assoluta libertà di opinione, ivi compresa quella di prendere cantonate, ovvero di assumere posizioni estremistiche.
    Tra l’altro, in Israele, di rabbini non ne mancano, e i quattordici che si sono espressi, va detto in termini prettamente teorici senza indicare conseguenze politico-militari, non hanno alcuna autorità teologica in grado di impegnare in alcun modo il mondo ebraico. In ogni caso, seppur relative, le affermazioni di questi non proprio “avveduti maestri” sono un sintomo di un malessere sempre più diffuso e di una situazione drammaticamente
    “bloccata”, priva di rapide chiavi di svolta.
    Inutile negarlo: Israele ha paura per la sua stessa vita.
    Non si può entrare in un locale pubblico se non dopo diffuse perquisizioni, prendere un autobus vuol dire rischiare di non tornare a casa, gli sguardi sono stanchi e sospettosi, manca la possibilità di trascorrere un’esistenza normale.
    Mi è capitato anche, di recente, di vedere alcuni libri di testo adottati nelle scuole palestinesi.
    Le sensazioni sono agghiaccianti: Israele non esiste sulle cartine geografiche, e gli ebrei sono dipinti secondo i tradizionali stereotipi antisemiti. Se ci si pensa attentamente, lo stesso mancato riconoscimento del diritto di esistere per lo Stato ebraico equivale a un’istigazione all’assassinio collettivo che coinvolge indistintamente civili e militari. Così vengono educati alla pace i bambini palestinesi, così si preparano le nuove generazioni a una convivenza d’amore e d’amicizia tra diversi. Nella maggioranza delle scuole israeliane, invece, sono previsti svariati progetti bilingue, iniziative di reciproca conoscenza, aperture per una società fondata sulla conoscenza.
    Insomma, nonostante le inopportune dichiarazioni dei quattordici famigerati rabbini, Israele non modificherà mai la propria assoluta fedeltà ai principi di tutela dei diritti umani – diritto alla vita per primo – e le relative procedure di garanzia, quali l’esistenza di leggi, tribunali per farle rispettare, modalità di organizzazione dell’attività militare, programmi di cooperazione economica, oltre che forme di costante responsabilizzazione morale del cittadino. Tutta la tradizione ebraica è fondata sul rispetto della santità della vita, che rappresenta il bene supremo, non passibile di strumentalizzazioni o banalizzazioni.
    Mai e poi mai un ebreo potrà considerare una formalità, o meglio, il puntuale adempimento di una strategia militare, l’uccisione, anche a fini preventivi o difensivi, di civili, magari inermi o indifesi. E mai, al contempo, uno Stato come quello israeliano potrà legittimare comportamenti in tal senso.
    Piuttosto, un dato, di fronte alla drammaticità del momento (non solo con riferimento al medio oriente) è evidente.
    Le religioni devono giocare fino in fondo la loro partita, devono educare al rispetto del diverso, operando per la costruzione di società inclusive, fondate sul riconoscimento del diritto di essere se stessi. Oggi gli uomini di fede hanno un ruolo fondamentale per aiutarsi l’un l’altro a tradurre nella quotidianità sentimenti di amore e di fratellanza. Ed è questa una sfida che va combattuta tutti insieme, senza defezioni. Solo così la pace potrà essere raggiunta e salvaguardata.

    Claudio Morpurgo
    vicepresidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Pericoloso e commovente, ma il diritto...

    ....all’autodifesa è universale, non nasce solo dalla Torah

    La prima domanda che viene spontanea, leggendo l’appello dei quattordici rabbini è se abbia un senso, e quale, identificare la lotta condotta oggi da Israele per difendere la propria esistenza con quella condotta migliaia di anni fa per costruire e mantenere il regno di Gerusalemme.
    Quella antica lotta, peraltro, fu perduta, prima con i babilonesi, poi con i romani.
    Rivendicare la continuità dell’Israele di oggi con quello di allora mi sembra un errore pericoloso.
    Se il titolo che dà il diritto agli ebrei di avere il loro Stato viene identificato nell’antico regno, ne consegue che eguali diritti possono vantare i successivi occupanti, arabi prima e turchi poi, dello stesso territorio, dove hanno risieduto e dominato anch’essi per centinaia di anni.
    Il diritto all’esistenza di Israele, che è uno Stato laico, nasce dalla deliberazione delle Nazioni Unite del 1948 sulla spartizione della Palestina e dalla realtà concreta dell’insediamento della popolazione israelitica in quell’area, non dalla Promessa biblica.
    L’altro punto che mi pare non si attagli alla situazione attuale è l’affermazione che “una nazione combatte contro una nazione e una nazione vince su un’altra nazione”.
    Questo principio era valido per le quattro guerre che Israele ha combattuto e vinto contro l’Egitto, la Siria e la Giordania. Oggi con Egitto e Giordania esistono trattati e reciproco riconoscimento diplomatico, mentre con Damasco è in vigore una specie di armistizio di fatto. Le aggressioni vengono dai terroristi palestinesi, appoggiati da terroristi arabi e di altre nazionalità oltre che, più o meno esplicitamente, da alcuni governi, ma i terroristi non sono una nazione, e sarebbe un errore riconoscere loro questa rappresentanza, cui aspirano.
    Mi pare invece inesorabilmente necessario accettare, in questa situazione, il principio “chiunque venga per ucciderti, uccidilo per primo”, che poi non è altro che il principio della legittima difesa. Un principio, peraltro, che è riconosciuto anche nell’etica cristiana, che con l’invito ad amare il proprio nemico non cancella il diritto di combatterlo “con fermezza e decisione”, come ha ribadito pochi giorni fa Giovanni Paolo II.
    Infine credo valga la pena di riflettere sulla questione più generale, quella che riguarda la giustificazione religiosa di una specifica scelta politica, come quella del modo per assicurare la sicurezza della popolazione.
    Come cittadini, indubbiamente autorevoli, i quattordici rabbini hanno tutto il diritto di esprimere il loro giudizio.
    Essi però lo presentano come la conseguenza cogente della Torah, che pure consente innumerevoli interpretazioni, come ci insegna la secolare tradizione talmudica.
    In questo personalmente vedo un vizio di integralismo. Naturalmente il problema è assai più complesso, trae le sue radici dal carattere di patto con Israele del testo biblico, che ovviamente i credenti non possono ignorare o trascurare.
    Lo stesso, peraltro, vale per la predicazione di Maometto rivolta alla nazione araba.
    E’ in base a un’interpretazione integralista del Corano che i settori fondamentalisti dell’islam proclamano la guerra santa e sarebbe un errore, che in Israele si rispondesse con simmetriche giustificazioni religiose di un diritto all’autodifesa che peraltro si giustifica da sé.
    Quello che invece mi piace e persino mi commuove dell’appello dei rabbini è l’invocazione finale:
    “noi non saremo spaventati e non avremo paura”.
    Questa orgogliosa risposta al terrore, espressa da un popolo che ha subito nella storia antica e recente le più tremende persecuzioni, e che ancora ne subisce, ha un profondo valore morale.
    In un mondo in cui la paura del terrorismo si insinua e si diffonde come una piaga, la volontà di resistere a testa alta, forti del proprio buon diritto, è un valore.
    Chi è costretto a vivere con la preoccupazione costante che ogni autobus possa diventare un rogo, che ogni passante sconosciuto possa essere un assassino suicida, ha bisogno di essere incoraggiato, per evitare di cadere nel panico, che è poi l’obiettivo dei suoi nemici.
    Ai quali è giusto far sapere che sono loro a non potersi sentire sicuri dovunque siano.

    Sergio Soave da il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito

    L'estrema destra israeliana, religiosa e non, è una piaga. Come tutte le estreme destre [ed estreme sinistre] del mondo.

    Shalom

  10. #10
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    Talking ... questo di chiama parlar chiaro e conciso!...

    cari amici
    non e' certo necessario spendere parole di elogio per il superbo lavoro fatto dall'amico mustang, il quale ha riportato dall'edizione de Il Foglio di ieri l'intera serie di 'commenti' alla 'Lettera dei quattordici rabbini' pubblicata sulla stessa testata il giorno precedente...

    Ora certo non e' mia pretesa 'aggiungere' qualcosa in piu' all'imponente materiale uscito sul Il Foglio di ieri, per la semplice ragione che il mio bagaglio di cultura [non sono infatti diplomato in ragioneria ...] sicuramente non mi permetterebbe nulla di cio' e pertanto mi limitero' umilmente ad aggiungere le due parole di commento rivolte oggi dal direttore 'Cicciopotamo' Ferrara ad un lettore che ha esternato alcune sue perplessita' in merito alla 'tesi dei quattordici'...




    Non pretendono i rabbini di dare la linea [al governo di Israele]. Dicono la loro... Punto!...

    Ineccepibile certo la risposta del buon 'Giulianone' e non si puo' fare a meno di sottoscriverla... tanto piu' che neppure il signore qui sotto pretendeva di dettare la linea del governo... diceva semplicemente la sua... punto!...




    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

 

 
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