Franco Giorgio Freda, Platone, lo stato secondo giustizia
Edizioni di Ar, € 12,50, http://www.libreriaar.it
Come da gentile richiesta di Yggdrasill, ecco qui alcuni stralci dal libro di Franco Giorgio Freda, ‘Platone, lo stato secondo giustizia’. Testo dal quale ho preferito riportare la quarta di copertina e alcune parti della postfazione di Francesco Ingravalle, essendo lo scritto troppo articolato e vasto per poter essere adeguatamente sunteggiato solo con alcuni estratti:
Dalla quarta di copertina:
“Esiste dunque nei cieli un modello per chiunque intenda vederlo e, vedutolo, fondarlo in se stesso. Che siffatto esemplare esista o abbia mai a esistere in alcun luogo non importa: giacché questo è l’unico stato di cui egli sia partecipe”. Questo passo famoso riassume la ‘teologia’ etico-politica che Platone insegna nello Stato. Aspetto del ‘paesaggio’ storico ellenico già insidiato da un processo di sfiguramento e intossicato dalla decadenza, lo Stato di Platone rappresenta per l’Autore un insuperato disegno non solo di arrestare la deformazione della politica restaurandone invece la forma originaria, ma sopra tutto di ‘giustificare’ la posizione dell’umano rispetto al Divino. La dottrina platonica dello Stato appare all’Autore un frutto particolare, maturato in un ‘clima’ storico, di una pianta del sapere dalle radici meta-storiche, rinvenibile alla fonte arcaica della generale sapienzialità indo-europea. Del pari l’idea di giustizia – su cui si fonda, per l’Autore, la metafisica della politica – è non una elaborazione utopica del Filosofo greco, ma l’eco e la proiezione di princìpi ‘tradizionali’ effettivamente operanti negli ordinamenti primordiali degli Arii. Mentre riflette una vera e propria visione metafisica della sfera politica – influenzata dalla metafisica evoliana della storia –, l’interpretazione del pensiero politico di Platone delineata in questo saggio risulta mossa non da intenti puramente storiografici, ma dalla ricerca di un punto di riferimento per la prassi.”
Dalla postfazione di Francesco Ingravalle:
“Rivolgersi normativamente al pensiero platonico significa considerare larga parte del pensiero politico moderno e contemporaneo come un processo degenerescente, un lungo episodio involutivo dell’’idea di Stato’ in cui la sfera della politica è stata subordinata alla sfera dei bisogni ed è stata ad essa dedotta.”
[pag. 111]
“I capitoli compresi tra il 4° e la fine del saggio sono una diretta polemica – basata per lo più sulla esposizione ragionata della Politeia platonica –, contro la filosofia politica dei moderni, che riconduce la nozione di giustizia alla morale (ove per morale si intende, sulla scia di Kant e di Hegel, l’interiorità agostiniamente contrapposta al mondo esteriore). L’Autore osserva che il cristianesimo ha separato le virtù private dalle virtù pubbliche, elevando le prime a detrimento delle seconde; Platone al contrario, teorizza la giustizia come Idea, cioè valore sia per l’animo individuale, sia per il corpus statale. Platone, quindi, è evocato nella sua potenzialità completamente anti-moderna e, al limite, anti-cristiana. Per lui l’identità fra uomo e polis non si poneva, normativamente, come un problema; per l’individuo la polis rappresenta una tensione anagogica nella direzione di ciò che è superumano, divino.”
[pag. 116]
“Platone sostiene che la struttura psichica e la struttura politica sono isomorfe e che in entrambe la giustizia consiste nell’attribuire le funzioni più alte alla facoltà più alta: “È giusto quell’uomo, quello Stato dove ciò che è superiore [...] si impone a ciò che è inferiore”. Come sono diseguali per valore le facoltà dell’anima, così lo sono gli uomini (a seconda del principio che prevale nelle loro singole nature: intellettivo, guerriero, ‘produttivo’). Non è, dunque, nella dimensione ontologica pura che si fonda la gerarchia platonica, ma in una dimensione che è assiologica e ontologica, anzi, ontologica solo in quanto assiologica. Di qui deriva la suddivisione della città in caste che, secondo l’Autore, è analoga alla partizione presente nella tradizione indo-iranica e radicalmente distinguibile dalla nozione moderna (risalente a Adam Smith) di “divisione del lavoro”; nella nozione moderna di “divisione del lavoro” ogni piano assiologico in senso forte è assente e l’unico criterio è la massimizzazione del profitto e la minimizzazione delle perdite sotto il profilo della produzione della ricchezza.”
[Pag. 117]
“Neppure Adriano Romualdi si è potuto astenere dal notare che “l’interpretazione nazista di Platone è propagandistica e unilaterale”; per poi aggiungere, però: “L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che lo regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione di idee-forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile e bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola”.
[Pag. 122]
Questo come assaggio. Se poi si è colti dallo schiribizzo di voler comprendere maggiormente questo scritto di Freda, non vi resta da far altro che acquistarlo. Anche perché ammetto di non essere un buon conoscitore di filosofia, e sicuramente queste pagine potrebbero parlare in maniera certo più eloquente se lette da chi addentro alla materia.
Yggdrasill, scusa ancora per il ritardo.
Saluti a tutti.



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