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" I comunisti iracheni pensano come Bush

ROMA - Sorpresa: i comunisti iracheni sono meno antiamericani di quelli italiani. Anzi, loro che convivono con le bombe e subiscono attentati, chiedono ai marines di restare lì. Cioè di «aumentare le misure di sicurezza preventiva » contro gli attentati. Perché quello che insanguina le strade «e che forze sinistre tentano di giustificare chiamandolo “resistenza” alla presenza militare straniera nel Paese,è chiaramente terrorismo, porta alla morte di civili innocenti e prolunga la presenza di queste forze in Iraq». Lo ha scritto testualmente in un editoriale “Tareeq Al-Shaab”, l’organo del Partito comunista iracheno. Lo ha ripetuto ieri, davanti allo sbigottito Armando Cossutta, Hamid Majid Mousa. Il presidente dei Comunisti italiani,accompagnato dal responsabile Esteri del suo partito, Jacopo Venier,ha incontrato a Roma il segretario del Partito comunista iracheno. L’occasione era di quelle importanti. Il Pdci è rimasto ormai l’unico partito in Italia a chiedere il ritiro delle truppe occidentali dall’Iraq, cercava una sponda internazionale alle sue posizioni. Solo che il sessantunenne leader storico dei comunisti iracheni, costretto a un lungo esilio da Saddam Hussein,li ha delusi. Niente ritiro delle truppe,«almeno fino a quando si svolgeranno le prime elezioni libere dell’Iraq». Cioè l’anno prossimo. Altro che ritiro immediato. Questo perché, sostiene Mousa, «la situazione nel Paese è complessa». Forse i Comunisti italiani erano rimasti indietro. O forse hanno sbagliato partito comunista. Oltre a quello di Mousa, la principale formazione del Paese, c’è un altro partito marxista in Iraq, Partito operaio. Non conta niente, ma appoggia la “resistenza”. Il curriculum di Hamid Majid Mousa, del resto, non lasciava spazio a dubbi. Ha studiato in Bulgaria, è stato vicino ai sovietici all’epoca della Guerra fredda, ma si ammorbidito durante l’esilio (dal 1978 al 1983) a cui era stato costretto dal dittatore di Baghdad. Successivamente è stato eletto segretario del Partito comunista iracheno apprezzato - incredibile, ma vero - anche negli Stati Uniti. Tanto è vero che sul“Washington Post” del 29 gennaio scorso, giornalista americana Pamela Contestable ha descritto il partito «dei comunisti rinati » come «una forza influente e moderatrice della vita nazionale » che ha «ripudiato i valori anti-imperialisti ed anti-sionisti ereditati dalla cultura sovietica e li ha sostituiti con«la richiesta di democrazia, unità e tolleranza per l’era post bellica». I comunisti iracheni erano inizialmente contrari alla guerra. «Facciamo parte del “movimento”», aveva dichiarato il segretario del partito a Liberazione il 20 luglio 2003. Ma, ammette Mousa nell’intervista al quotidiano americano, «ora abbiamo un po’ cambiato idea». È la posizione ufficiale, del resto, dell’Internazionale socialista. Anche gli iracheni hanno aderito alla grande famiglia dei socialdemocratici. IComunisti italiani di Cossutta no. «Noi crediamo ancora nel socialismo », dice il leader iracheno al Wp, «ma la cosa che importa di più ora è che l’Iraq diventi stabile, libero, che la società sia democratica ». È seguendo questa real politik che il segretario dei Comunisti iracheni è sceso a patti con l’ex diavolo. Nel luglio del 2003, cioè, ha accettato di entrare a far parte nel Consiglio governativo dell’Iraq nominato dall’americano Paul Bremer. È stato, per dirla in modo semplice, un ministro del governatore Usa. È in quella posizione che ha dato copertura politica alle forze della coalizione nell’offensiva militare contro le milizie di Al Sadr. Altri membri del Consiglio si erano autosospesi denunciando «misure sproporzionate » da parte delle forze Usa contro i guerriglieri. Lui no, è rimasto al suo posto.A maggio ha sostenuto la formazione del governo di Ayad Allawi, chiamato dai suoi compagni italiani «fantoccio di George W. Bush ». Poi ha pubblicamente «apprezzato la puntualità» concui gli Usa, lo scorso 30 giugno, hanno «restituito il potere agli iracheni». Quindi la “resistenza”. Già prima dell’ottobre 2003, quando in Italia la sinistra ancora discuteva se era giusto o no sostenere i guerriglieri, il leader comunista aveva «condannato senza eccezioni le azioni armate». Nel dicembre dell’anno scorso era andato ben oltre: Mousa rilevava che «la mancanza di sicurezza nel Paese» è dovuta a una «repressione non sufficientemente efficace e risoluta dei gruppi di terroristi da parte delle forze della coalizione ». Più recentemente, è tutto sul sito del Partito comunista iracheno, ha addirittura chiesto una «migliore strategia preventiva» contro il terrorismo nel suo Paese.Vuole, cioè, che i soldati picchino ancora più duro. Che scovino i terroristi casa per casa. «Lottiamo contro terroristi che vogliono destabilizzare il Paese e si sono alleati con ex baathisti e fondamentalisti islamici venuti da fuori Iraq», sostiene. Gli eserciti occidentali, dunque, restino finché c’è bisogno. Ora la copertura dell’Onu, che il leader comunista aveva chiesto a gran voce, c’è. Il tutto nell’attesa «che venga ricostituito l’esercito » e che «gli iracheni scelgano liberamente il loro governo alle elezioni». Allora, e solo allora, gli americani potranno andarsene consegnando a quella maggioranza «di iracheni che hanno accolto con grande gioia il collasso del regime oppressivo» il Paese. Comunisti e pacifisti sì, insomma, ma senza dubbi esistenziali: tra Bin Laden e Bush c’è una bella differenza. Cossutta e soci, però, non sembrano avere imparato la lezione. Ecco come una nota del Pdci racconta l’incontro di ieri: «I due partiti si sono scambiati informazioni sulla drammatica situazione irachena e su come mettere fine al più presto all’occupazione e alla guerra che devasta quotidianamente l’Iraq e che vede coinvolta anche l'Italia». Neanche una riga sul fatto che, tra le posizioni dei due partiti, c’è un abisso.
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Saluti liberali