….grazie

Ventisei anni fa l’Italia era percorsa dal terrorismo come tecnica della guerra di classe contro lo Stato Imperialista delle Multinazionali (così scrivevano le Brigate Rosse nelle loro risoluzioni strategiche), e la gente veniva ammazzata nelle strade e Aldo Moro era ostaggio della sharia marxista-leninista in un carcere del popolo.
Trattare o non trattare? Si sa come andò.
Niente trattativa, a costo di ricevere la salma di un padre della Repubblica schiantata da una raffica di mitra nel bagagliaio di una Renault rossa; e al posto della trattativa, una spietata controffensiva di guerra, fatta di mobilitazione politica e civile, di rigore repressivo e di un disperato e controverso ma efficace ricorso a tecniche emergenziali come la delazione.
Risultato: il partito armato, ramificato nell’ideologia allora corrente e forte di un solido retroterra sociale e sindacale, fu sconfitto (sebbene le sue code di cometa ci abbiano perseguitato fino ai giorni nostri).
Il cuore politico dello Stato reagì, per difendersi, con l’unità nazionale.
Esistevano partiti seri, c’era un Papa disposto a chiedere il rilascio del fratello Aldo “senza condizioni” agli “uomini delle Brigate Rosse” con una splendida lettera a loro diretta in cui rispettava e amava il nemico terrorista mentre lo combatteva con la clausola del non-negoziato, il famoso “senza condizioni”.
Era un’Italia con molta piccineria, e il solito tradimento del chierico intellettuale, ma anche con una sua grandezza.

Poco più di due decenni dopo stiamo sfiorando la farsa, e passiamo dall’unità nazionale alla fratellanza nazionale, sia nel senso della fratellanza musulmana sia in altri sensi, più francofili (il modello francese è una vecchia viziosa abitudine di una diplomazia italiana subalterna che lo storico Gioacchino Volpe, un tipo svelto di testa e molto erudito, chiamava “massonica”).
Con una fatale aggravante.
La guerra di classe degli anni Settanta era una coda del Novecento totalitario, mentre il risveglio guerriero dell’islamismo
fondamentalista e radicale ha in sé la minacciosa promessa di un
futuro ancora tutto da scrivere, a lettere e teste mozzate.
Eppure è così.
Nonostante la posizione forte e coraggiosa del governo italiano dopo l’11 settembre, alla prova seria della presa d’ostaggi, invece di rivendicare il ben fatto con orgoglio e intelligenza, perché abbiamo pur partecipato alla salvezza di quattro ostaggi manu militari, e invece di trattare il trattabile per vie adatte al terrorismo predone in tempi di guerra (con l’azione dei servizi segreti e di altri emissari), siamo già al mezzo sbraco politico e civile, sempre in nome dell’unità nazionale.
Diciamo di voler liberare i detenuti iracheni con una folle nota di Palazzo Chigi, un sottosegretario dice in tv che bisognerà fare una bella colletta per il riscatto, visto che su questo il consenso dell’opinione pubblica ci sarà, e il ministro degli Esteri stringe la mano di al Qaradawi, lo sceicco professore e columnist di al Jazeera che considera “atti devoti” quelli dei terroristi che si fanno esplodere nei bus insieme con donne, vecchi e bambini.
Il particolare farsesco è che lo stesso ministro esorta il Parlamento ad approvare il codicillo umanitario che considera “crimini contro l’umanità” gli atti devoti del suo interlocutore nel funesto negoziato.

Ferrara su il Foglio del 17 settembre

saluti