….far quadrare i conti
Utilizzare lo stesso metodo per la riforma federale e la legge finanziaria può rivelarsi una scelta utile per la Casa delle libertà, ma costosa per il paese.
La riforma costituzionale andrà in porto nonostante il sostanziale disaccordo di Udc e Alleanza nazionale - certificato dal consistente
pacchetto di emendamenti volti a limitare i danni – nonostante
i dubbi del capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, e nonostante che dal presidente della Repubblica in giù, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il funzionamento della pubblica amministrazione, sottolinei che dal punto di vista dei costi questa rivoluzione rappresenta un vero e proprio salto nel buio.
E non bisogna essere troppo malfidati per immaginare che una stima ufficiale non arriva proprio perché dimostrerebbe la non convenienza economica di questa scelta.
Ma, paradossalmente, proprio la lunga lista di ostacoli che dovrebbero bloccare il pacchetto-Calderoli e la consapevolezza della necessità di una sua approvazione per evitare che la Lega faccia saltare il governo, creano una strana coesione all’interno della maggioranza.
Unità che molti si aspettano si rinnovi quando ci si troverà a discutere della Finanziaria, dove già si parte da posizioni meno distanti grazie alla “operazione verità” sui conti operata dal ministro dell’Economia Domenico Siniscalco.
Una speranza che, però, rischia di essere mal riposta: se sul ricatto della Lega si può mediare – e per ora non comporta scelte definitive – su quello dei numeri non si può far granché, e gli indicatori economici sono più che mai allarmanti.
L’ultimo dato dell’Istat sulla produzione industriale certifica una riduzione del 3,7 per cento su base annua, e l’andamento dei singoli settori racconta di una perdita di competitività ormai conclamata. Poi ci sono le previsioni dell’Isae sul terzo trimestre che confermano un’industria ferma (0,3 per cento sul trimestre precedente).
Ma ancor più preoccupante è vedere che i tanto attesi effetti positivi della ripresa internazionale, pur aiutando l’export, non riescono a migliorare la performance generale.
E’ come se, pur con la strada in discesa, la macchina non riuscisse a cambiar marcia ed aumentare la velocità.
Ovvero l’Italia non è in grado di replicare, se non in misura marginale, il buon andamento globale, e non a caso con il nostro probabile 1,2 per cento di crescita del prodotto interno lordo a fine anno saremmo i peggiori in Europa, tra i paesi del G7 e addirittura dell’Ocse.
L’obiettivo non è la stabilità politica
Dunque, se ce ne fosse stato bisogno, abbiamo ulteriori conferme che quella del 2005 deve essere la Finanziaria della svolta e della scossa.
Lo dicono anche gli esponenti del governo, ma attenti agli equivoci: per i leader della Casa delle libertà la svolta è semplicemente il non litigare più, cosa che sperano avvenga prima di tutto perché manca la causa prima del contedere (Giulio Tremonti) e poi perché Siniscalco ha importato il cosiddetto
“metodo Brown” (il tetto del 2 per cento per gli incrementi di spesa dei singoli ministeri), che deresponsabilizza evitando scelte controverse.
Mentre la scossa reale deve arrivare sul fronte dei risultati: investimenti, sviluppo e attivazione dei processi volti a contrastare il declino.
Il secondo obiettivo ovviamente dovrebbe essere prioritario, in realtà affidare le scelte di politica economica a un criterio contabile è funzionale solo al primo.
Dunque, è possibile che l’escamotage trovato da Siniscalco mantenga bassa la pressione all’interno del governo – se non litigheranno troppo sulla lista di chi è esentato dal vincolo e può spendere di più – ma al prezzo di una gestione “passiva” della spesa corrente.
L’esatto contrario di quello che serve in questo momento, quando andrebbe cambiato il mix delle risorse, nell’impossibilità di aumentarle, per migliorarne rendimento ed efficienza.
Mai come ora la politica economica dovrebbe essere una sequenza di scelte strategiche dove gli interventi a pioggia dovrebbero essere sostituiti da incentivazioni mirate verso alcuni settori e progetti.
Ma nella “logica Calderoli” ogni scelta è una potenziale fonte di divisione, e quindi va evitata.
Proprio come con la devolution, sulla Finanziaria si è stabilito un risultato finale da raggiungere – la manovra da 24 miliardi, più una parziale riforma fiscale – e si accetta qualunque percorso che il gioco dei veti incrociati impone.
Nel migliore dei casi, come ai tempi di Tremonti, si festeggerà un risultato contabile formalmente rispettoso degli impegni europei, ma verranno mancati i traguardi ben più importanti dell’uscita dalla stagnazione e della riforma strutturale del nostro capitalismo.
Una scandalosa inversione tra mezzo e fine: la stabilità politica ottenuta a scapito dello sviluppo.
Enrico Cisnetto su il Foglio del 17 settembre
saluti




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