dal quotidiano LIBERO di oggi
" I grandi del passato lo dicevano Il pacifista è nemico della pace
di GENNARO SANGIULIANO
I pacifisti sono i peggiori nemici della pace. Quest’affermazione così estrema, che potrebbe risultare provocatoria, appartiene, invece, a secoli di riflessione filosofica rafforzata dall’esperienza storica. È un concetto che incrocia grandi pensatori, alcuni si potrebbe dire “ insospettabili” nel senso che per indole e vicenda personali erano lontani da ogni apologia della guerra. Quindi lasciando da parte un grande scrittore come Giovanni Papini che scrisse Amiamo la guerra! vale la pena fare una sintetica ricognizione. La parola pace, dal latino pax, pacis ha una radice che deriva dal verbo “ pangere” che significa “ fissare, pattuire”. Dunque, il grande diritto romano, che tutti i giuristi continuano a ritenere la base della civiltà occidentale, ebbe chiara una nozione: non c’è pace se non nella giustizia. La pace, in altre parole, non significa solo uno stato di non belligeranza ma significa soprattutto giustizia. Del resto appartiene alla latinità il celebre motto « si vis pace para bellum » , se vuoi la pace prepara la guer ra. La netta distinzione tra pace e pacifismo, non solo semantica, ma soprattutto concettuale, appartiene a secoli di filosofia e di pensiero. I primi furono Omero e Tucidide, Ulisse è l’eroe della libertà e della giustizia, non ama la guerra, sogna la pace, ma imbraccia le armi perché deve difendere il suo onore. Lo storico della filosofia Emilio Bodrero in proposito scrisse un famoso saggio. Principi e Leviatani per la pace Tra le virtù che Machiavelli chiede al Principe c’è quella di defensor pacis, di fare il difensore della pace ricorrendo alle armi quando è necessario. La guerra, per il fiorentino che fu il primo politologo, della storia è uno strumento dialettico della politica. L’estremo realismo di Machiavelli può far inorridire ma chiarisce bene che alla pace si lavora, spesso, « mostrandosi forti e decisi » . Thomas Hobbes nella sua opera fondamentale, il Leviatano, chiarisce che pace e sicurezza camminano insieme e che spesso nella storia si può « decidere di fare la guerra per difendere la pace » . Quello che appare subito chiaro nella storia del pensiero è la lotta tra libertà e pace, perché spesso per difendere il diritto ad essere liberi e sicuri occorre prendere le armi. Non ha dubbi da che parte stare il sommo poeta, Dante Alighieri. Gli ignavi, coloro che non hanno voluto prendere posizione, sono nell’Inferno « senza infamia e senza lode » . E c’è appunto Ponzio Pilato. Non solo, nel Paradiso fra i santi ci sono alcuni che hanno combattuto una guerra per una giusta causa. Del resto Dante è il poeta della cristianità e per secoli la teologia e la Chiesa hanno riconosciuto non il pacifismo come valore assoluto, bensì la pace giusta, per cui spesso è lecito, anche nella morale religiosa, doversi difendere. In proposito si esprimono San Tommaso e S a n t ’ A g o s t i n o. Non basta cessare le ostilità In anni molto recenti, tre studiosi come Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, distinguono nel Dizionario di politica, alla voce “ pace”, fra una « pace negativa e una positiva » , nel senso che spiegano come « fare la pace non significhi solo cessare dalle ostilità e non fare più la guerra, ma anche istaurare uno stato giuridicamente regolato che tende ad avere una certa stabilità » . Lo stesso Bobbio, vale la pena ricordarlo, si schierò a favore della Guerra del Golfo del ’ 90. Il pacifismo non piace a tutta la generazione d’intellettuali che anima il Risorgimento, a cominciare da Ugo Foscolo e Vittorio Alfieri. Di pacifismo non vuol sentir parlare Giuseppe Mazzini per il quale il « primo dovere è la Patria » . Ma il più chiaro sarà Alessandro Manzoni, per il quale contro le prepotenze di Don Rodrigo e quelle dei dominatori spagnoli è lecito prendere la spada. Il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes difende con le armi la sua dignità. Nietzsche che contempla la « guerra come rimedio » , ricorda il diritto alla difesa quando « la fauce protesa dell’Asia vuole inghiottire la piccola Europa » . Alla vigilia della Prima guerra mondiale su tutti i grandi giornali italiani invalse l’uso di un aggettivo di cui oggi si è persa memoria: “ pacifondai”. Era il termine con cui gli interventisti indicavano polemicamente coloro i quali in nome di un’astratta pace non volevano la partecipazione dell’Italia alla Grande guerra. Il filosofo Benedetto Croce che per altri motivi non auspicava l’intervento, volle precisare di non aver nulla a che vedere con i pacifisti- pacifondai. E, infatti, allo scoppio della guerra si schierò dalla parte della nazione. Gli strali delle avanguardie Il pacifismo peloso era stato il bersaglio preferito di tutta una generazione d’intellettuali e di avanguardie, a cominciare da D’Annunzio, passando per Papini, Prezzolini, Marinetti, Soffici, Corradini, Missiroli, Boccioni, Serra, Slataper e tutti gli altri futuristi e vociani. Molti fecero seguire alle parole i fatti, Prezzolini che si era fatto riformare, grazie a una “ raccomandazione” all’età della leva, partì volontario negli arditi. Molti di questi scrittori moriranno sulle trincee del Podgora. Anche autori insospettabili presero posizione: Riccardo Bacchelli, l’autore del Mulino del Po, scrisse che la « pace è civile e corrompe » , mentre talora la « guerra è barbara ma promuove la civiltà » . Oppure Luigi Einaudi che fu aperto interventista alla vigilia della Prima guerra mondiale, nel 1950 poi l’economista liberale scrisse un aperto intervento a favore del mantenimento delle spese militari. Palazzeschi, invece, è chiarissimo quando scrive: « Gridare: evviva questa guerra, vuol dire anzitutto: abbasso la guerra » . Non è da credere che l’avversione al pacifismo appartenga solo a pensatori, per così dire, di destra. Marx e soprattutto Lenin si scagliano contro la guerra borghese ma in nome della violenza rivoluzionaria proletaria. Che Guevara, invece, la cui immagine vediamo spesso campeggiare nelle manifestazioni pacifiste, fu il teorico della guerra che esporta la rivoluzione. Tutti gli studiosi di diritto internazionale sono concordi nel ritenere che lo Statuto di San Francisco delle Nazioni Unite del 1945 e altri fondamentali trattati come la Convezione di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977, riconoscano un jus belli ac pacis, un diritto alla guerra per la pace. In altre parole il diritto al mantenimento della sicurezza internazionale attraverso operazioni militari. "
Shalom




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