Cattivi e buoni maestri
Anna Pizzo
La sola cosa che trovo più insopportabile dei "cattivi maestri" sono i "buoni maestri". Intendendo coloro che, stando sempre da un'altra parte [sopra, sotto, di lato non importa, ma non più evidentemente da quella "del torto"], additano quelli a loro teoricamente vicini alludendo a complotti o, nella migliore delle impotesi, a insipienza. Facendo capire di saperla molto più lunga e aspirando sempre a insegnare qualcosa a qualcuno. Da un po' di tempo, per ragioni a noi profani incomprensibili, anche nel manifesto scorgiamo segni di questa aspirazione "pedagogica" soprattutto nei confronti del movimento della pace. A volte anche in passato qualcuno nel manifesto si era unito al coro dei necrofori dei movimenti - è successo dopo Genova, dopo il Forum mondiale di Porto Alegre, dopo il Forum europeo di Firenze, dopo il 15 febbraio del 2003… - in un de profundis che oggi ha la sua più limpida interpretazione nel "pacifismo imbelle" di Fini o nella scelta obbligata tra "gli occupanti Usa o i tagliatori di teste" di Barenghi.
Ora siamo alla "Crisi rimossa" di Benedetto Vecchi [il manifesto, 21 settembre] la cui la tesi è la seguente: la sostanzialmente fallita manifestazione di sabato scorso a Roma è il risultato della perdita di autonomia del movimento della pace. E la perdita di autonomia è, a sua volta, il risultato di molti fattori e non solo, dice Vecchi, "del cambiamento di linea di Rifondazione comunista". La verità è che ciascuna componente del "cosiddetto gruppo di continuità e del Comitato Fermiamo la guerra" tira l'acqua al suo mulino "chi scegliendo di tornare alla normalità chi sperando che con una appropriata azione di lobby i temi del movimento possano trovare spazio nell'agenda politica del centro sinistra". Per far vedere che sa come stanno le cose, Vecchi fa anche i nomi: "Questa rinuncia al lavoro comune - scrive - ha coinvolto tanto la Cgil quanto l'Arci e la Rete Lilliput nonché gli stessi disobbedienti implosi proprio a causa del rapporto con le forze politiche in vista delle prossime elezioni generali".
Tutti impastati di politicismo, afferma Vecchi con un certo orrore, fornendoci però una unica interpretazione, squisitamente politicista. Come se al di fuori, al di là, al di sotto, al di sopra non ci fosse nulla, nemmeno la vita o la morte di Simona e Simona e degli altri cooperanti, nemmeno quella cosa che, nella tavola rotonda con Bertinotti, Bolini e Salinari, che Carta pubblica sul prossimo numero, Caruso chiama "biopolitica". Che è la capacità di dare ai sentimenti la stessa dignità della ragion di stato, anzi di ritenere che non sia possibile l'una senza gli altri. Cosa che nulla ha a che vedere con quella grottesca interpretazione che ne fa Vecchi né con il suo accorato appello a non aspettare "che la matassa sia sbrogliata da un governo che ha aderito alla guerra o dalle forze di opposizione".
Aspettare cosa? Aspettare dove? Non c'è città grande o piccola dove non ci siano in questo momento almeno due o dieci persone che stanno lavorando "praticamente" per le stesse cose per cui lavoravano Simona e Simona. Non c'è bisogno di sfilare in corteo ogni due giorni per dire che quelle vite sono le nostre vite. C'è invece bisogno di fare tanti gesti quotidiani che sappiano mescolare ragione e sentimenti.
C'è bisogno di un po' di rispetto. E questa è la politica dei movimenti della pace.
http://www.carta.org/editoriali/index.htm





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