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Discussione: Tasse e....

  1. #1
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    Predefinito Tasse e....

    ....crepe

    Roma. Anche ieri Domenico Siniscalco ha dovuto misurarsi con la regola di uno dei più lunghi esempi di potere sovrano, nella storia del mondo.
    Non è un caso che a Pechino ci siano infatti ben tre palazzi dell’Armonia: c’è il palazzo della Suprema Armonia, quello della Media Armonia, e infine quello della Preservazione dell’Armonia. Erano il simbolo massimo dell’aspirazione cui tendeva il potere dei funzionari al servizio delle dinastie imperiali cinesi.
    Senonché erano simbolo di una teoria della proiezione del potere, non del suo esercizio concreto. Tutti e tre i palazzi stanno infatti nel recinto ben munito della Città proibita, non c’è armonia insomma se non all’ombra di un potere energicamente esercitato. Ed è questo, il nodo non ancora sciolto in vista della prossima Finanziaria, che dovrebbe essere varata dal Consiglio dei ministri di mercoledì prossimo.
    Perché la via del potere che il premier continua a indicare con insistenza, non sembra la stessa dei suoi alleati.
    Il ministro sta in mezzo, dice molti sì a tutti i partiti che sta incontrando.
    Ma è su una sola scelta concreta, che va misurata per capirne l’immedesimazione o la distanza con Silvio Berlusconi.
    E tale scelta si riferisce esattamente alla priorità numero uno, che occorre dare atto al premier di aver sempre additato: quella della massima riduzione possibile dell’imponibile sui redditi personali. Ieri, dal ministero dell’Armonia si liquidavano con un’alzata di spalle le indiscrezioni sull’attrito verificatosi tra il premier e il ministro proprio sulla riduzione fiscale. Ma vere o false che siano le ricostruzioni, è una scelta precisa, a non deporre a favore dell’allineamento perfetto.
    Non stiamo parlando della riduzione a 6 miliardi di euro della tranche di riduzioni fiscali per il 2005, seguiti da 7 per il 2006, e da altri 6 per il 2007. Uno scadenzario che, se rispettato, porterebbe il totale delle riduzioni a ben 18,5 miliardi di euro in questa sola legislatura, visto che abbiamo alle spalle il primo modulo già realizzato della riforma, per 5,5 miliardi di euro concentrati sui redditi più bassi.
    Il punto è un altro: la scelta di concentrare la riduzione fiscale in un collegato (la cui approvazione non è più “dovuta” nei tempi della Finanziaria) subordina il suo destino alle imprevedibili vicende parlamentari. Ma non solo.
    Innanzitutto, significa l’abbandono una volta per tutte dell’impalcatura che già abbiamo alle spalle, la legge delega di riforma complessiva del sistema fiscale, la numero 80 del 2003. Poiché la legge delega è vigente, se davvero si credesse fino in fondo alla riduzione – sia pur minore di quella che su queste colonne da sempre è stata invocata, sia pur concedendo alla demagogia dei “sociali” la permanenza dell’aliquota al 39 per cento invece di far scendere l’aliquota marginale al 33 come promesso agli italiani, e non si tratta solo di rispettare le promesse ma di continuare a convivere per conseguenza con la maggior evasione determinata dall’aliquota più alta – se davvero dicevamo si credesse anche alla rimodulazione dell’abbattimento fiscale, allora la scelta “tecnica” dovrebbe essere una e una sola. Quella di continuare a esercitare la delega, appostando direttamente nella legge finanziaria il suo dispositivo di attuazione dei nuovi moduli e delle relative coperture.
    E’ l’abbandono di questa strada, a insospettire sul pensiero davvero nutrito all’Economia.
    Perché non è una scelta “tecnica”, è un cambio di passo
    “politico”. Per questo ieri la delegazione di Forza Italia che ha incontrato il ministro, dopo aver visto direttamente il premier per tarare le proprie richieste, ha ribadito con energia la priorità di non mollare.
    E’ la prima volta, da che esiste l’attuale governo, che Forza Italia assume un atteggiamento “dialettico” – per quanto sfumato, nelle dichiarazioni – nei confronti del ministero dell’Economia. Qualcosa vorrà pur dire, e ha anche questo un significato tutto politico. Aggiungetelo all’esplicita richiesta di deroga al blocco del turn over nel pubblico impiego richiesta dai ministri di An, e all’intransigenza con cui l’Udc difende che il miliardo di euro di sostegno alle famiglie non passi per lo strumento automatico dell’innalzamento della no tax area, ma venga invece realizzato attraverso il potenziamento degli assegni familiari, da recapitare “fisicamente” nelle mani dei capifamiglia sotto elezioni. Ecco che si capisce meglio il perché, Silvio Berlusconi a Genova martedì abbia ripetuto di battersi “da solo” per le riduzioni fiscali. Ci ha pensato Carlo De Benedetti, ieri, a irridere al “meno tasse”, bollandolo “come “inutile e tanto non ci crede più nessuno”. Mentre il presidente di Confcommercio Sergio Billè specularmente ringhiava, contro una manovra che dovesse risolversi nel blocco dei prezzi e tariffe da una parte, e soprattutto in maggiori imposte per 7 miliardi di euro attraverso l’innalzamento dei parametri degli studi di settore, per autonomi e professionisti. Anche questi sono segnali politici, e in vista delle regionali è fin troppo facile concludere che chi – nella maggioranza e dall’opposizione – intende tagliare le gambe al Cavaliere sulla via delle riduzioni fiscali, punta in realtà a fargliele perdere in maniera da presentargli poi il conto, come avvenne con le regionali del 2000 a Massimo D’Alema.

    Che sia inutile, l’abbattimento energico delle aliquote marginali, solo la malafede lo può sostenere.
    Andate a vedere che cosa è successo mercoledì al comitato congiunto del Congresso americano, l’organo che raccoglie, per il coordinamento dei lavori e dei testi, i maggiori leader Repubblicani e Democratici.
    Per consenso bipartisan, si è deciso di estendere altri 145 miliardi di dollari di sgravi richiesti dal presidente George Bush, con copertura in deficit e senza che il partito dello sfidante John Kerry abbia battuto ciglio. Tra l’Economic Growth and Tax Reduction approvato su proposta di Bush nel 2001, e il Growth Tax Reduction and Reconcilation Act nel 2003, l’Amministrazione ha accresciuto dell’1 per cento annuo la propensione al lavoro sostendendo la crescita, introducendo abbattimenti d’imposta fino a 1.700 miliardi di dollari, se divenissero permanenti come egli propone alle elezioni, mentre il Congresso li ha variamente vincolati a “sunset clause” che li fanno decadere, se non confermati, entro il 2014. Proseguendo ai ritmi attuali, l’effetto esercitato sul lato dell’offerta significherebbero ben 995 mila posti di lavoro aggiuntivi realizzati negli Stati Uniti per il solo effetto dell’abbattimento energico delle aliquote, secondo le proiezioni realizzate incrociando due tra i modelli econometrici più affidabili, quello di Global Insight e dell’Us Macroeconomic Model.
    La domanda vera in Italia è se far perdere le elezioni a Berlusconi valga la posta, di far pagare più tasse agli italiani e far crescere molto meno il paese nei prossimi anni.
    Chi mira allo sgambetto al Cav. sulle tasse pensa di avere poi a propria protezione le mura della Città Proibita, ma i suoi conti potrebbero rivelarsi sbagliati.

    saluti

  2. #2
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    Il partito dello sfidante Kerry non è l'Ulivo.

    Shalom

  3. #3
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " Vedo solo più imposte E i conti non torneranno

    Commentando il varo della nuova Finanziaria, il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, ha detto che è «una legge molto ma molto semplice ». Aggiungiamo noi tanto semplice da correre il rischio di non produrre nessuno degli effetti che si propone. E ci spieghiamo. Come i nostri lettori sanno, qualche settimana addietro nel settore della sanità della previdenza sono state imbavagliate da altri parametri numerici. So che c'è gente bene intenzionata che ritiene che la socialità si faccia con buon cuore, ma sbaglia di grosso: si fa con i numeri. Anche Sant'Ambrogio, forse perché era vescovo di Milano, ragionava (e calcolava), ai suoi tempi, in questo modo. Il resto dei 24 miliardi della manovra di aggiustamento, lo si ottiene con entrate, non sono però una stangata, né una tantum. [si] tratta, in primo luogo, di 7,5 miliardi di maggiori introiti denominato “manutenzioni della base imponibile”, cioè recuperi di materia tassabile che stavano sfuggendo al Fisco. Balzelli sulla casa Per migliorare il pagamento delle imposte sugli immobili, non censiti al catasto (spesso abusivi in tutto o in parte) con fitti in nero si useranno, come indicatori, dei valori presunti: i consumi di elettricità degli utenti, accompagnati da quelli di acqua e gas e telefono. Qualche anno fa un economista ha dimostrato che con riferimento ai consumi di elettricità si riesce a risalire bene ai fitti e ai valori immobiliari. Aggiungendo gas e acqua il sistema si perfeziona. sbagliato aggiungervi le spese telefoniche, perché molti usano i cellulari, il fisso è diventato un optional. Il sistema non incide sulle rendite catastali ma su chi evade. Un'altra fetta di manutenzioni tributarie viene ottenuta combinando assieme due tecniche di accertamento, che già esistevano, ma vivevano separatamente: quella dei cosiddetti studi settore, cioè i parametri presuntivi di ricavo e quella dei concordati, che sono le intese fra fisco e contribuente. In sostanza si tratta di aggiornare gli accertamenti, un po' adeguando i parametri (molto discutibili) degli studi di settore con un accordo con l'amministrazione. Il nostro Fisco però da molti anni è scarso di personale nelle regioni ove si addensa la capacità contributiva e perde tempo a informarsi sulle nuove leggi tributarie che si susseguono con un ritmo eccessivo. Dunque questa innovazione avrà bisogno di essere seguita con attenzione, per la sua messa a punto. Così si arriva a quota 17 miliardi di misure correttive, cui se ne aggiungono 1,5 per minori interessi sui debiti dovuti al miglioramento del bilancio del 2005, ottenuto con tali misure. A questo punto il deficit sarebbe il 3,5 per cento del Pil. Per portarlo entro il 2,7 si prevedono 7 miliardi di cessioni di beni pubblici. In gran parte valorizzazioni di immobili e vendite con cartolarizzazione (cioè vendite degli immobili a credito con garanzia incorporata nel debito come per le cambiali). Osserva Vito Tanzi, già direttore del Dipartimento fiscale del Fondo Monetario Internazionale, che non si possono fare all'infinito operazioni di vendita di beni pubblici e, quindi, queste non sono entrate ordinarie, ma straordinarie, non strutturali. Ma questi sette miliardi non sono un espediente effimero, servono per ridurre il debito in rapporto al Pil. Infatti l'anno prossimo, il Pil aumenterà dell' 1,9 per cento in termini reali più un 2 per aumento dei prezzi, cioè complessivamente del 3,9 per cento. Il “nodo” del debito Essendo il debito attuale il 106 per cento circa del Pil, anche un deficit del 4 per cento manterrebbe costante il rapporto fra il debito e il Pil. Chiunque lo può verificare moltiplicando il 106 per 3,9 . Spero che a Bruxelles si capisca che un deficit del 2,7 per cento è, per l'Italia, un grosso impegno, che comporta una riduzione del debito. Ma la manovra non sarà completa se il ministro dell’Economia Siniscalco non individuerà i sette miliardi che servono a finanziare il ribasso dell'imposta sul reddito, che fa parte integrante della manovra di recupero di potere di acquisto per le famiglie ed occorre per rilanciare l'economia. Il senso della manovra sta in questo finale. Come nei romanzi gialli, è il finale che dà senso al libro.
    "


    Saluti liberali

  4. #4
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    Eh, amici, per sistemare tre anni di finanza creativa tremontiana bisognerà sputare sangue.

    Ma perchè non si incomincia a risparmiare licenziando i 300 nuovi portaborse assunti da Palazzo Chigi? Solo lo "staff" del PresidenteBerlusconi, 1800 dipendenti impegnati a glorificare l'efficienza del governo, ci costa 4 miliardi di euro, mica paglia, si potrebbe quasi raddoppiare il taglio delle tasse.

    Questa sì che sarebbe una legge molto ma molto semplice.

  5. #5
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    In origine postato da brunik
    Eh, amici, per sistemare tre anni di finanza creativa tremontiana bisognerà sputare sangue.

    Ma perchè non si incomincia a risparmiare licenziando i 300 nuovi portaborse assunti da Palazzo Chigi? Solo lo "staff" del PresidenteBerlusconi, 1800 dipendenti impegnati a glorificare l'efficienza del governo, ci costa 4 miliardi di euro, mica paglia, si potrebbe quasi raddoppiare il taglio delle tasse.

    Questa sì che sarebbe una legge molto ma molto semplice.
    ----------------------------------
    Facile, simpatico furbacchione, citare sempre Tremonti per non parlare di Visco.
    Ma non attacca.

  6. #6
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    Predefinito Ma che razza di....

    ....Finanziaria è?

    Sono stato troppo uno dei critici più severi di Giulio Tremonti – e altrettanto troppo noto che l’ex ministro dell’Economia consideri il suo successore un usurpatore e un traditore – perché non corra il rischio, per la proprietà transitiva, di essere indulgente nel giudicare la prima Finanziaria di Siniscalco. Ma anche volendolo, è difficile dare la sufficienza a una manovra che appare parziale e marginale, e nello stesso tempo eccessiva.
    Mi spiego.
    Intanto partiamo dal presupposto che i primi passi di Siniscalco avevano suscitato la ragionevole speranza che fosse arrivato il
    momento di un’operazione verità sulla condizione della nostra economia, e in particolare sui conti pubblici, combinato disposto
    dell’eredità di una finanza pubblica mai veramente risanata e di un’economia reale che da tempo ha perso la battaglia della competitività.
    I primi passi fatti in questo senso nel Dpef non sono stati confermati nella Finanziaria: qui l’enorme dilemma a cui dovevano rispondere Siniscalco e il governo – come riportare sotto controllo la spesa e al tempo stesso rilanciare lo sviluppo – non ha ricevuto risposta.
    L’incapacità di affrontare la realtà fino in fondo, e di comunicarla al paese, ha trasformato la ritrovata collegialità della maggioranza post-Tremonti in reticenza: si preferisce raccontare di un’economia ancora sotto controllo, di un bilancio pubblico con margini tali da poter ridurre la pressione fiscale e altre illusioni. Senza smontare questa falsa rappresentazione della realtà si finirà per mancare sia il traguardo del rigore sia quello dello sviluppo.
    Con l’aggravante che il documento appena approvato vorrebbe essere fedele a questa mistificazione, ma è anche costretto a venire a patti con la realtà.
    Questa schizofrenia tra aspirazioni della maggioranza e “tirannia dei numeri” ha partorito una sorta di Finanziaria di serie B, in cui si prova a intervenire esclusivamente sul riequilibro di bilancio, rimandando a un successivo e per ora fantomatico “collegato” tutti i veri provvedimenti di politica economica (riforma fiscale e degli incentivi alle imprese, interventi sulla competitività). Un trucco che era l’unico modo per rimandare l’inevitabile scontro tra ciò che si vorrebbe fare (e viene detto di prossima realizzazione) e ciò che le risorse consentono.
    Ci troviamo dunque di fronte al paradosso che la critica si può estendere sia a quello che è già previsto in Finanziaria sia a quello che (forse) sarà aggiunto.
    Non solo. Questa dicotomia porterà a delle degenerazioni nell’applicazione di una manovra già di per sé “parziale” rispetto alle reali esigenze (leggi tetto del 3 per cento del deficit-pil) di correzione di bilancio. Per dirla chiara, i 24 miliardi della manovra da un lato coprono solo una parte della correzione necessaria, le molte manipolazioni che nelle ultime due legislature hanno reso il bilancio sempre più opaco e poco leggibile e hanno indotto Bruxelles a chiedere all’Italia “chiarimenti” sulla nostra contabilità. E, dall’altro lato, le stesse poste della manovra inducono a più di un dubbio sul fatto che le previsioni possano essere rispettate. Per esempio, la cosiddetta regola “Gordon Brown”, caposaldo di un ampio programma di risparmi per 9,5 miliardi, minaccia di funzionare benissimo per le spese in conto capitale e molto peggio come argine della spesa corrente (dove si concentrano le eccezioni). Come dimostra il contemporaneo innalzamento del fondo per la Sanità, che per la gioia delle Regioni è stato incrementato di 7 miliardi.
    Poi c’è il capitolo delle nuove entrate (7 miliardi) da realizzare soprattutto a danno di commercianti, artigiani e lavoratori autonomi con interventi che tra l’altro aumenteranno il potere discrezionale della burocrazia (in questo caso l’Agenzia delle Entrate) mentre si predica la semplificazione.
    Attenzione, si tratta di interventi di per sé necessari alla luce del contesto reale dell’economia, ma che le categorie colpite, in mancanza di rappresentazione esplicita della crisi, non potranno non giudicare iniqui sentendosi le uniche chiamate a pagare.
    Così come è profondamente ingannevole “vendere” come riduzione delle tasse ciò che semplicemente si sposta all’imposizione degli enti locali, in un’applicazione quasi sottobanco di un improvvisato federalismo fiscale.
    Insomma, la politica del consenso a tutti i costi ha fatto premio sulle valutazioni economiche.
    Ma un tecnico – fiero di esserlo – a capo dell’Economia, può davvero accettare una cosa del genere?

    Enrico Cisnetto

    saluti

 

 

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