....tempo di guerra
Stefano Folli
Roma. Quando il 29 maggio 2003 il più litigioso patto di sindacato Rcs chiamò Stefano Folli a dirigere il Corriere della Sera, a qualcuno sembrò che i carri armati dell’occidente guerrafondaio marciassero con lui su via Solferino. Folli era già lì da notista principe fin dal 1990, chiamato dall’allora direttore Ugo Stille. I furiocolombo cantilenarono epicedi alla defunta libertà di stampa e democratica. I fiengo proclamarono lo sciopero contro l’allarmante manovra. Dissero che Folli era sì gradito a Ciampi, ma voluto dal Cav. come garanzia d’interessi privati e stendardo dell’occidente in guerra con gli Stati Uniti. Alcuni, i soliti forsennati, allusero addirittura al Mossad, per via della antica militanza proisraeliana di Folli, o a supposte pressioni di fratelli in grembiule.
Pensarono che Folli, forse suo malgrado, sancisse l’addio al gauchismo elegante e pettinato di Ferruccio De Bortoli, antiamericano quanto bastava a rassicurare la spossatezza antica
dell’Europa pacifista.
De Bortoli aveva timbrato con la sua faccia un editoriale in cui la
raccontava chiara e distinta: la guerra in Iraq è un errore.
E su quell’idea aveva calibrato il suo giornale, senza smuoversi troppo.
Dicono anche oggi che la divisione nella proprietà del Corriere è la metà della forza di Folli.
L’altra metà gli proviene dalla militanza corrierista, ma ancor più dal suo pedegree. Perché Stefano Folli, nato romano da famiglia lombarda, studioso di storia con Renzo De Felice, è pur sempre l’ex direttore della Voce repubblicana; il discepolo di Giovanni Spadolini che lo volle nel suo staff a Palazzo Chigi nel biennio 1981-82; il fondatore nell’85 del mensile “Nuovo occidente” (sottotitolo: “problemi e prospettive delle democrazie industriali”); il finissimo osservatore di cose estere cui sembrava non importasse nulla della politica interna, e che invece su quella ha poi edificato una fortuna riabilitando la nota del giorno (da caposervizio al Tempo nell’89-90, poi al Corsera).
Folli era già un introflesso direttore in pectore, umbratile e diffidente, ostile ai salotti, il cui massimo picco di mondanità consisteva nel ritirare premi e curare l’opera di Spadolini.
Ma era soprattutto l’interprete di quel laicismo garbato e pedagogico con cui i giovani spadoliniani avevano aggiornato la vecchia polvere risorgimentale, occupandosi di relazioni internazionali e battaglie atlantiche (anche allora si era in guerra, sebbene fredda).
Non per caso, al momento della promozione, chi anche dall’interno aveva mal sopportato l’errore forte di De Bortoli prese a confidare che riaffiorasse finalmente la verità debole praticata da un giornalista allattato sulle gambe del repubblicanesimo occidentalista.
Invece, purtroppo
Invece bastò leggere il suo primo editoriale da direttore per capire che il Corriere della Sera era soltanto “un grande giornale europeo” da cui Folli avrebbe sprigionato un giornalismo flebile sotto la crosta di una neutralità francesizzante, pur conservando il meglio della sua curiosità e della sua cultura (e dei collaboratori dell’era Mieli).
Bastò quello, e più che leggere la sua restante produzione (il vecchio ‘punto’ trasferito domenicalmente in prima, rinunciando a quella straordinaria bomba grafica rappresentata dalle 74 righe a disposizione per il fondo in prima pagina), è utile badare a quel che in tempo di guerra sul Corriere non è mai apparso.
La politica estera divenuta affare da cui, tolti i rutilanti soliloqui di Oriana Fallaci e le rare intemerate di Angelo Panebianco e Ernesto Galli della Loggia, è stato depotenziato ogni aut-aut, la divaricazione che arieggia il confronto e lo arricchisce quando pensieri armati e contrapposti trovano cittadinanza.
Insomma la nobiltà di spada e lo spirito competitivo e duellante con Repubblica che – lamentano colleghi ed ex – dovrebbe imprimere a un quotidiano come il Corriere il blasone in cui i lettori tutti possano dividersi e riconoscersi.
Invece c’è quasi solo Sergio Romano ad amletizzare compìto sul baratro, con gli occhi del Quai d’Orsay e i suoi non-solo-maanche. E magari Folli a sergioromaneggiare ma di rado.
Come due giorni dopo la mattanza di Beslan (l’editoriale del giorno dopo è stato affidato a Guido Olimpio), quando il direttore ammise che “il terrorismo globale è nelle nostre case” però è meglio “abituarsi” all’idea che Bush non sloggerà dalla Casa Bianca.
O come ieri, quando ha impegnato il quotidiano dicendo agli italiani che sta bene essere uniti nella preoccupazione per le Simone, però attenzione che “l’America di Bush si trova sull’orlo dell’abisso”.
Folli è inaccessibile ai suoi (c’è chi non l’ha mai visto), protetto dai dioscuri, fa un po’ il lord Chesterfield capovolto.
Quello predicava “suaviter in modo fortiter in re”, lui dirige scostante il ministero di via Solferino, e con i mezzi che ha a disposizione, conserva timidamente la fuliggine che adombra la vetrina più luccicante della gioielleria editoriale italiana.
da il Foglio del 25 settembre
saluti




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