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Discussione: Direttori in....

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    Predefinito Direttori in....

    ....tempo di guerra

    Stefano Folli
    Roma. Quando il 29 maggio 2003 il più litigioso patto di sindacato Rcs chiamò Stefano Folli a dirigere il Corriere della Sera, a qualcuno sembrò che i carri armati dell’occidente guerrafondaio marciassero con lui su via Solferino. Folli era già lì da notista principe fin dal 1990, chiamato dall’allora direttore Ugo Stille. I furiocolombo cantilenarono epicedi alla defunta libertà di stampa e democratica. I fiengo proclamarono lo sciopero contro l’allarmante manovra. Dissero che Folli era sì gradito a Ciampi, ma voluto dal Cav. come garanzia d’interessi privati e stendardo dell’occidente in guerra con gli Stati Uniti. Alcuni, i soliti forsennati, allusero addirittura al Mossad, per via della antica militanza proisraeliana di Folli, o a supposte pressioni di fratelli in grembiule.
    Pensarono che Folli, forse suo malgrado, sancisse l’addio al gauchismo elegante e pettinato di Ferruccio De Bortoli, antiamericano quanto bastava a rassicurare la spossatezza antica
    dell’Europa pacifista.
    De Bortoli aveva timbrato con la sua faccia un editoriale in cui la
    raccontava chiara e distinta: la guerra in Iraq è un errore.
    E su quell’idea aveva calibrato il suo giornale, senza smuoversi troppo.
    Dicono anche oggi che la divisione nella proprietà del Corriere è la metà della forza di Folli.
    L’altra metà gli proviene dalla militanza corrierista, ma ancor più dal suo pedegree. Perché Stefano Folli, nato romano da famiglia lombarda, studioso di storia con Renzo De Felice, è pur sempre l’ex direttore della Voce repubblicana; il discepolo di Giovanni Spadolini che lo volle nel suo staff a Palazzo Chigi nel biennio 1981-82; il fondatore nell’85 del mensile “Nuovo occidente” (sottotitolo: “problemi e prospettive delle democrazie industriali”); il finissimo osservatore di cose estere cui sembrava non importasse nulla della politica interna, e che invece su quella ha poi edificato una fortuna riabilitando la nota del giorno (da caposervizio al Tempo nell’89-90, poi al Corsera).
    Folli era già un introflesso direttore in pectore, umbratile e diffidente, ostile ai salotti, il cui massimo picco di mondanità consisteva nel ritirare premi e curare l’opera di Spadolini.
    Ma era soprattutto l’interprete di quel laicismo garbato e pedagogico con cui i giovani spadoliniani avevano aggiornato la vecchia polvere risorgimentale, occupandosi di relazioni internazionali e battaglie atlantiche (anche allora si era in guerra, sebbene fredda).
    Non per caso, al momento della promozione, chi anche dall’interno aveva mal sopportato l’errore forte di De Bortoli prese a confidare che riaffiorasse finalmente la verità debole praticata da un giornalista allattato sulle gambe del repubblicanesimo occidentalista.

    Invece, purtroppo
    Invece bastò leggere il suo primo editoriale da direttore per capire che il Corriere della Sera era soltanto “un grande giornale europeo” da cui Folli avrebbe sprigionato un giornalismo flebile sotto la crosta di una neutralità francesizzante, pur conservando il meglio della sua curiosità e della sua cultura (e dei collaboratori dell’era Mieli).
    Bastò quello, e più che leggere la sua restante produzione (il vecchio ‘punto’ trasferito domenicalmente in prima, rinunciando a quella straordinaria bomba grafica rappresentata dalle 74 righe a disposizione per il fondo in prima pagina), è utile badare a quel che in tempo di guerra sul Corriere non è mai apparso.
    La politica estera divenuta affare da cui, tolti i rutilanti soliloqui di Oriana Fallaci e le rare intemerate di Angelo Panebianco e Ernesto Galli della Loggia, è stato depotenziato ogni aut-aut, la divaricazione che arieggia il confronto e lo arricchisce quando pensieri armati e contrapposti trovano cittadinanza.
    Insomma la nobiltà di spada e lo spirito competitivo e duellante con Repubblica che – lamentano colleghi ed ex – dovrebbe imprimere a un quotidiano come il Corriere il blasone in cui i lettori tutti possano dividersi e riconoscersi.
    Invece c’è quasi solo Sergio Romano ad amletizzare compìto sul baratro, con gli occhi del Quai d’Orsay e i suoi non-solo-maanche. E magari Folli a sergioromaneggiare ma di rado.
    Come due giorni dopo la mattanza di Beslan (l’editoriale del giorno dopo è stato affidato a Guido Olimpio), quando il direttore ammise che “il terrorismo globale è nelle nostre case” però è meglio “abituarsi” all’idea che Bush non sloggerà dalla Casa Bianca.
    O come ieri, quando ha impegnato il quotidiano dicendo agli italiani che sta bene essere uniti nella preoccupazione per le Simone, però attenzione che “l’America di Bush si trova sull’orlo dell’abisso”.
    Folli è inaccessibile ai suoi (c’è chi non l’ha mai visto), protetto dai dioscuri, fa un po’ il lord Chesterfield capovolto.
    Quello predicava “suaviter in modo fortiter in re”, lui dirige scostante il ministero di via Solferino, e con i mezzi che ha a disposizione, conserva timidamente la fuliggine che adombra la vetrina più luccicante della gioielleria editoriale italiana.

    da il Foglio del 25 settembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito "Fondatore" anche....

    ....lui

    Enrico Mentana si vanta moltissimo, di tutto. Fondatore almeno come Eugenio Scalfari, il tg5 è suo, da lui voluto creato condotto diretto tenuto stretto. Mai senza qualche casino e mai senza vuoti di parole, quei caratteri che fanno dire ai redattori:
    “Macchinetta ha un problema di logorrea egocentrica”,
    “Macchinetta editorialeggia anche al bagno”.
    Macchinetta è lui, e anche il soprannome diventa un vanto. Antipolitico, antielitario, antibrodaglia, così ha voluto che fosse, da subito, il telegiornale.
    Gli altri telegiornali, nel 1992, agonizzavano e aprivano con la messa cantata delle dichiarazioni politiche, lui con la cronaca dalla provincia, e andava in Sardegna a intervistare Farouk Kassam
    appena liberato. Doveva scrollarsi di dosso l’aura craxiana con cui, impaziente, era arrivato giovanissimo alla direzione, e per
    tre anni tenne i riflettori, anche un po’ impietosamente, su Tangentopoli, la rese un thriller seguitissimo.
    Doveva rassicurare che lui no, niente emiliofedismi, e quando
    Silvio Berlusconi si buttò in politica editorialeggiò un’altra volta, disse che mai avrebbe fatto sconti o ammiccamenti.
    Ma nemmeno sgambetti.
    Doveva distinguersi, e invece di fare lo schizzinoso inventò un
    linguaggio che non strideva con l’intrattenimento successivo, quello, appena nato, di Striscia la notizia.
    Quando uscì il telegiornale, il 12 gennaio 1992, e fu un mezzo
    disastro di servizi che non partivano ma con sette milioni di spettatori, arrivò preceduto da un pubblicità con cinque aggettivi: chiaro, utile, veloce, libero, nuovo.
    “Sembrava difficile, ma andò proprio così - dice Aldo Grasso – e adesso la novità più grossa del tg1 è che assomiglia al tg5”.
    “Tangentopoli è stata il battesimo del fuoco del tg5: poteva essere la tomba di Mentana e invece ne è stata la consacrazione assoluta” ha detto Aldo Grasso al Foglio. Perché il caos scoppiò quando il telegiornale era appena nato, e quando Mentana era ancora del tutto immerso nel mondo craxiano.
    Lui scelse di raccontare tutto, giorno per giorno, come fosse un giallo, e la Rai si trovò completamente spaesata.
    “Non dovrei dire che fu entusiasmante – dice Andrea Pamparana, che fu allora il volto e la voce degli arresti, degli avvisi di garanzia, dei crolli e dei suicidi – ma certo fu un periodo adrenalinico e ansiogeno, e riuscimmo a fare meglio degli altri giornali”.
    Lunghe dirette e l’apertura, e il telegiornale di Bruno Vespa, di Albino Longhi, di Demetrio Volcic cominciava a essere battuto, sempre più spesso dalla primavera del 1993:
    “Era un racconto di genere – dice Aldo Grasso – lì si sposavano tutte le attitudini del tg: c’era il rapporto diretto con la realtà, c’era la velocità nel raccontare queste cose, c’era la drammaticità. Non so se Mentana in qualche modo tradì la propria formazione socialista, ma certo seppe incoronare il suo giornale sulle rovine di Tangentopoli”.
    Anche Pamparana veniva da quel mondo, e quando andò a Tunisi per il funerale di Craxi, ricorda che lo guardavano tutti “come se fossi un killer”. Non ricevettero mai telefonate da ambienti vicini all’editore, “nessuno ci disse mai: quello va protetto”, ricorda Pamparana, ma certo, con il senno di poi, “avrei sentito più avvocati della difesa: ci siamo parecchio seduti su una verità che arrivava da una parte sola, siamo stati un po’ troppo acritici”. Per Mentana non conta altro senno oltre a quello del momento, “e dare le notizie era già una discriminante rispetto all’Italia di allora”.
    Lessero per intero la lettera di Sergio Moroni, il deputato socialista morto suicida, e furono gli unici.
    Criticarono gli schiavettoni con cui Enzo Carra venne portato in Tribunale, ma era già cambiata l’atmosfera.
    Dissero che la campana suonava per tutti, e quando arrivò un avviso di garanzia per Fedele Confalonieri, ci aprirono il giornale.
    “Ogni sera si aspettava un arresto – dice Aldo Grasso – era una cosa squassante e così andava raccontata: Mentana l’ha fatto”.
    La solita storia del giornalismo puro, e dei riflettori sulla realtà per una mezz’ora. Colpetti a destra e a sinistra, se serve, e alla fine tutti contenti: l’arte dell’equidistanza sorridente. Riflessione solo quando non se ne può fare a meno, “e dare alla gente quello che vuole”, anche i servizi su Gardaland e le rubriche di cucina. Una specie di fissazione, quella di Mentana, di snobismo al contrario per la presunzione di sapere esattamente cosa la gente chiede, sostituendosi a essa:
    “Sono sicuro che a Mentana, nel suo decennio aureo, non importava nulla di quel che voleva la gente, ma sapeva benissimo cosa voleva lui – dice Aldo Grasso – Adesso è in una fase di stanca, e si vede, ma ha il merito di avere cambiato tutto, e di avere portato la provincia in prima serata, mentre la Rai relegava tutto nel telegiornale regionale. Intere aree coperte da una sola persona brava, come con Salvo Sottile in Sicilia, la capacità di esserci sempre, e un capolavoro assoluto: il G8 di Genova”.
    Lo metterebbe come testo obbligatorio nelle scuole di giornalismo televisivo, il racconto di quelle giornate, che invece di essere dedicato ai fatti della riunione dei potenti del G8, i fiori al davanzale e via le mutande stese dai balconi, fu tutto focalizzato sugli scontri di piazza. Le immagini della tragedia, la jeep, le tute bianche, le cariche, i carabinieri, gli scontri, il corpo a terra, era tutto già su internet.
    Non fu uno scoop, non ci furono scoperte, fu un racconto che sembrava scritto da Fruttero e Lucentini.
    Inviato a Genova era Toni Capuozzo, Mentana era a Genova anche lui e riuscirono a ricostruire la sequenza degli avvenimenti.
    “Fu un telegiornale da favola – dice Aldo Grasso – tempi giusti, ritmo, rivelazioni, i torna indietro, diedero una veste narrativa a qualcosa che nessuno era riuscito ancora a capire”.
    Quello la gente guardò, perché lo voleva.
    Un anno fa in redazione, al tg5, avevano esposto la bandiera della pace.
    E prima di allora fu no alla guerra in Kosovo, poi fu no all’intervento in Iraq, no alle guerre di liberazione “fatte anche per incoffessabili motivi”.
    Stampa moderata è sempre un bel biglietto da visita, e l’egida dell’Onu che manca argomento buono per molte occasioni: se Mentana editorialeggiò contro D’Alema allora, a maggior ragione lo fece dopo, con Bush e ben pochi arcobaleni di cui rivestirsi.
    “Noi pensiamo che questa guerra non abbia senso”, disse durante l’edizione serale, salvo poi seguire ogni avvenimento con lo sguardo dell’inviato Toni Capuozzo, poco sdraiato su interpretazioni raitreiste, e molto attento alla furia del terrorismo islamico.
    Furono loro a mostrare il video della decapitazione di Nicholas Berg, durante l’edizione di Terra del 15 maggio scorso, con Capuozzo che diceva
    “adesso potete decidere di lasciarci senza nessuna vergogna o potete decidere di restare senza nessuna vergogna ”.
    Era l’una di notte, ma in molti gridarono lo stesso “vergogna”: in redazione ci furono mugugni, “così si spettacolarizza l’orrore”,
    “così si usa un corpo per fare ascolto”, mentre Mentana diceva “perché no? è per chi vuole vedere”, e mentre tutti i telegiornali traboccavano a tutte le ore di immagini della carceriera col guinzaglio ad Abu Ghraib, e i corpi nudi ammassati l’uno sull’altro, e i giornali di carta schiaffavano quelle foto in prima pagina.
    Capuozzo disse una cosa semplice: “Le immagini della morte di Nick Berg come le immagini delle torture di Abu Ghraib raccontano questi giorni di disumanità, e per questo vanno raccontate”,
    ma aggiunse qualcosa: raccontò di nuovo, a differenza degli altri, l’ammazzamento dell’ebreo americano Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal decapitato in Pakistan due anni e mezzo fa. Lo fece dicendo:
    “Allora non abbiamo voluto guardare e oggi in pochi ricordano che era già successo”.

    Oggi in tanti dicono che “Mentana si è messo l’elmetto”, e che c’è ben poco da sperare, se anche l’equidistanza ha preso posizione. Dopo il rapimento di Simona Torretta e Simona Pari, Mentana ha criticato “gli appelli patetici di chi dice: liberatele perché sono pacifiste. Così condannando a morte tutti gli altri”. Ma sabato sera 4 settembre, quando il massacro di Beslan si era appena consumato, sui telefonini girava il messaggio:
    “Metti una candela alla finestra per i bimbi dell’Ossezia”,
    e i davanzali brillavano liberatori, Mentana ha aperto il telegiornale, ovviamente, con il servizio sulla strage, e poi ha sparato l’editoriale:
    “Il fatto che il terrorismo internazionale, tutto islamico, non si faccia remore nell’attaccare bambini in Ossezia, giovani in Israele, a Manhattan, a Madrid, in Iraq, in contesti completamente diversi, è la prova più evidente del nemico che abbiamo di fronte che mette a rischio, giorno dopo giorno, i nostri valori occidentali”. Non ha avuto paura di sporcarsi le mani con i valori occidentali, e con l’istinto di sopravvivenza che i terroristi islamici non hanno. Ha detto che è meglio che i paesi arabi moderati comincino a fare la loro parte, spiegando esattamente la loro posizione. Perché “non c’è mai stata nessuna condanna della pratica dei kamikaze”.
    Adesso il direttore del tg5, che ha sempre detto che la guerra in Kosovo non è stata più etica di questa, anzi ugualmente illegale, non usa più tanto spesso la parola Onu, divide il campo in “noi” e “loro”, pensa che “l’islam moderato sia una pia illusione, finché l’islam coltiva in sé il gusto per il grande sovvertitore bin Laden, e finché non c’è contraccolpo popolare a questo orrore, se non nel senso antioccidentale”.
    Le ha dato spazio sempre, mentre altri giornali storcevano il naso e facevano finta che non esistesse. L’ha intervistata al telefono il giorno stesso dell’uscita dell’autointervista con il Corriere della Sera, mezzo milione di copie vendute in poche ore. Mentana è convinto che lei sia la prova vivente del fatto che i giornali non ascoltano quasi mai “le pulsioni dell’opinione pubblica”, preferendo dare spazio al carteggio tra Italo Calvino ed Elsa De Giorgi o all’anniversario di Woodstock. “Il pubblico non ha interesse a fare i tuffi nel passato, e noi diamo per scontato che il passato lo conosca già”.
    Dice che il caso Fallaci resta cosa isolata perché non piace all’establishment e non piace ai giornali d’élite. “Da tre anni a questa parte in Italia c’è una predicatrice che viene considerata una pazza estremista fin dal 2001, quando scrisse ‘La rabbia e l’orgoglio’”. E’ andata avanti per la sua strada, e piano piano i fatti hanno inclinato verso quella visione foschissima. “Dico quello che penso e quello che penso è ciò che la gente pensa e quasi mai dice” ha spiegato a Mentana durante l’intervista, l’unica in cui ha fatto sentire la sua voce, e Mentana successivamente, nel tigì di quel sabato sera 4 settembre con le candeline alle finestre per i bimbi di Beslan, ha detto che forse è ora che i deliri di quella pazza estremista vengano guardati con occhi diversi: i kamikaze, tutti islamici, la condanna del terrorismo che manca, il non fermarsi davanti a nulla:
    “Tutto fa pensare che quelle parole non fossero campate in aria, e non fossero soltanto un urlo liberatorio”.
    Dice Aldo Grasso che Toni Capuozzo manca di tutte quelle attitudini che sembrerebbero importanti nella televisione moderna, presenza, telegenia, tempi tecnici, “ma Mentana ne ha fatto l’inviato più importante e il conduttore di Terra, l’approfondimento più bello della tivù”.
    Inviato, conduttore, strepitoso commentatore.
    Domenica sera Terra è ricominciato, e Capuozzo l’ha condotto da Baghdad: si intitolava “La lunga notte” ed è stato un riepilogo dell’orrore, visto all’ora tarda che consente le immagini più terribili, e con gli occhi onesti di chi guarda i fatti e vede ribaltarsi i pregiudizi. Un servizio durissimo, contro la strategia del terrore e anche contro il nostro “paese dei balocchi, illuso che la bontà dei singoli sia un lasciapassare”. Dove in molti hanno pensato di non entrarci, di essere salvi, e nessuno si è chiesto quanti pacifisti, per i quali magari il baseball era tutto nella vita, morirono nell’attentato alle Due Torri: “Erano tutti americani servi della globalizzazione, per chi voleva vedere in quel giorno non l’inizio di una guerra ma una conseguenza cercata, magari non meritata ma causata”. Scorrevano le immagini dei lavoratori nepalesi massacrati, uno solo sgozzato e a tutti gli altri un colpo in testa, dei bambini di Beslan, di Nicholas Berg, di Enzo Baldoni,
    “dimenticato in fretta e passato inosservato” per chi non vuole guardare in faccia la realtà; passavano le immagini di vittime che imploravano pietà e chiedevano di poter vivere, pochi minuti prima che il coltello di un uomo a volto coperto calasse per sgozzarli; le immagini della giornalista turca massacrata di botte, quelle della maestra della scuola di Beslan che ha perso due figli e a cui le kamikaze hanno spaccato i denti con il calcio del fucile. “Non ci si inganni sulla natura del terrore – ha detto Capuozzo – nonostante le pietose menzogne dei mezzi d’informazione, nonostante questo paese di dietrologi, se si guardano i fatti si vede dove sta il nazismo oggi”. E “non c’è altra via che aiutare gli iracheni a vincere se stessi”. Capuozzo ha detto che guardare l’Italia da laggiù è un po’ strano, “un paese infagottato di correttezza politica e di miopia”. Ha detto che per i poveri nepalesi nessuno ha pensato di appendere una bandiera arcobaleno, o fare una manifestazione, e che sono quelli i campi del silenzio. “Noi che non amiamo le armi, noi che amiamo più la vita della morte, noi non possiamo non vedere”. Perché se “possiamo vergognarci di Abu Ghraib e di Guantanamo, la verità è che è questa la casa dell’orrore”. “E’ una guerra che potremo anche non combattere ma potremo perdere comunque”, ha detto Capuozzo finendo di commentare le immagini, in venti minuti per i quali ha chiesto scusa: “Un po’ lungo, ma siamo qui da tanto tempo”.

    “Se una fascista dice che piove, e piove, il fascista ha ragione. L’ha detto Ernesto Rossi, non io, però è così”.
    Enrico Mentana al Foglio, settembre 2004

    “Fummo contrari alla guerra in Kosovo, cioè alla guerra dei buoni, fatta da D’Alema col voto favorevole di Berlusconi e Fini, e travestita da Missione Arcobaleno. Di certo la cosa più in controtendenza che abbiamo fatto, mentre tutti, da tutte le parti, applaudivano”
    Enrico Mentana al Foglio, settembre 2004

    “Oriana Fallaci si è messa a gridare l’urlo giusto al momento giusto, e lo ha fatto a metà tra la visione profetica e Fantozzi che dice che la corazzata Potemkin è una boiata pazzesca”
    Enrico Mentana al Foglio, gennaio 2002

    “La cosa più riuscita di Mentana è Toni Capuozzo, la meno riuscita è Lamberto Sposini.
    Capuozzo è l’unico vero inviato della televisione italiana, Sposini sta meglio al Processo di Biscardi”.
    Aldo Grasso al Foglio settembre 2004


    da il Foglio del 28 settembre

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Il felpato....

    ….Sorgi

    Torino. Perfetta incarnazione della mentalità mediatrice e conciliatrice, il “sorgismo” è l’antitesi ontologica della guerra.
    A capo di un giornale come “La Stampa” in cui, accanto alla tradizionale disciplina sabauda, ha portato in dote i modi felpati della proverbiale prudenza palermitana, Marcello Sorgi è come se, tra Torino e la Sicilia, avesse idealmente scelto New York.
    Non quella frizzante e nevrotica che sembra un set cinematografico. No, la New York del Palazzo di Vetro.
    Se Sorgi fosse Kofi Annan avrebbe sottoposto alla cura onusiana ogni frammento della vita e del mondo.
    E se Sorgi fosse a capo dell’Onu, il mondo sarebbe come la sua “Stampa”, dove la guerra, più che un accidente, è il frutto di un accordo fallito, di una trattativa non andata a buon fine, di una controversia non adeguatamente troncata e sopita. Anche perché nella “Stampa” sorgiana al tempo della guerra, la guerra non deve essere guerra, messa nelle condizioni di non nuocere da appositi editoriali che ne deplorino gli eccessi.
    E se Sorgi non fosse quel gran giornalista e direttore che è, ogni editoriale sulla guerra prodotto dalla succursale torinese
    dell’Onu dovrebbe sempre portare lo stesso titolo: “Abbassare
    i toni”.
    Si capisce che la guerra è un grosso guaio per le Nazioni Unite di via Marenco 32, Torino.
    Sorgi è stato il pupillo di Gianni Agnelli negli ultimi anni di vita del monarca di Piemonte e l’Avvocato lo vedeva come il tosto siciliano che avrebbe riportato ordine nel caos da avanspettacolo della Seconda Repubblica.
    Mieli era per Agnelli il godimento di uno spirito sapido e smaliziato,
    Mauro la garanzia di un pugnace e testardo combattente.
    Sorgi ha impersonato ai suoi occhi l’arte sottile del tessitore, l’esperto di ogni voce sussurrata nei meandri e negli anfratti della politica romana, un pezzo della Sicilia affidabile e conoscitrice
    sapiente dei meccanismi arcani del potere trasferito in una Torino ferita e angosciata dai primi segnali della crisi dell’impero Fiat. Sorgi è stato un po’ per Agnelli ciò che Gianni Letta è diventato per Berlusconi, uomo di raccordo e di conoscenza di prima mano del “teatrino della politica”, degli umori, delle ambizioni, delle trame e dei giochi che nella Roma dei papi e del Quirinale, della Rai e della Banca d’Italia, di Cinecittà e delle terrazze bipartisan trovano da sempre un sontuoso palcoscenico, una rete protettiva pur nelle alterne sorti della politica nazionale.
    Carico di esperienza maturata nell’eresia dell’ “Ora” palermitana
    di Vittorio Nisticò, negli anni Ottanta il Sorgi che dalle colonne del “Messaggero” infliggeva sonori “buchi” ai colleghi del Transatlantico trasfuse nell’arte del retroscena il suo fiuto capace di cogliere ogni refolo di vento in casa democristiana, una perizia rabdomantica nell’intercettare il gioco astuto delle correnti proliferate all’ombra dello scudo crociato.
    Chiamato da Gaetano Scardocchia ad amministrare l’agitarsi nevrotico della redazione romana della “Stampa”, Sorgi seguì con polso fermo la disfatta della Prima Repubblica di cui era stato aedo e testimone privilegiato. La sua vocazione istituzionale di giornalista refrattario agli urti eccessivi della lotta politica gli garantiranno l’ascesa alla direzione del giornale radio prima e del telegiornale-istituzione per eccellenza, quel Tg1 dove ancora ricordano ammirati il clima di concordia che Sorgi instaurò nella tumultuante redazione lottizzata ammansendo persino le truppe recalcitranti del famelico Usigrai.
    Pace anche nella sua “Stampa”, finché non venne la guerra a mettere in subbuglio l’Onu di via Marenco.

    La cura? Un rimpasto. Anzi, un rimpastino
    Imbrigliare la guerra, non impensierire il Palazzo e i lettori con lo spauracchio dello “scontro di civiltà”: questa la missione di Sorgi nella “Stampa” del dopo 11 settembre.
    Messa la sordina alla tentazione democratico-sentimental-bellicista del numero due Gianni Riotta, l’Onu subalpina ha trovato nell’ortodossia europeista di Barbara Spinelli il consenso colto alle interdizioni di Chirac, in Igor Man la riduzione dello jihad a una silloge edificante di versetti del Corano e nei compiti a casa di Maurizio Viroli il raccordo con i custodi del pacifismo costituzionale caldeggiato dal Quirinale.
    Ridotte al lumicino le asprezze polemiche dei “guerrafondai” riluttanti alla mistica onusiana, dalle intemperanze filo-Sharon di Fiamma Nirenstein al disincantato realismo di Enzo Bettiza, fino alle cronache americane non allergiche al bushismo di Maurizio Molinari, la guerra, mediata e conciliata, viene sterilizzata e civilizzata.
    Non prima di aver suggerito una cura formidabile per risolvere i problemi del nuovo governo iracheno: un rimpasto, o anche, perché no, un rimpastino.

    da il Foglio del 30 settembre

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    Predefinito Prudente....

    ....Mimun

    Roma. No, non era Lilli Gruber. Non era Lilli a trasformare la guerra, al Tg1, in un trionfo di sciarpette e patinata disapprovazione.
    Lei sì, esagerava col broncio, si metteva di sbieco e chiamava i terroristi “resistenza irachena”, definiva Saddam Hussein
    “sostenitore della causa palestinese” (quella volta l’inviato del Tg1 a Gerusalemme, Claudio Pagliara, la corresse in diretta, ridendo), però poi si è dimessa, per andare in campagna elettorale a dire che da un telegiornale così sarebbe comunque scappata, perché pieno “di censure e di manipolazioni”, un orrore.
    Clemente Mimun, il direttore,,se la prese parecchio e rispose a tono alla star ingrata.
    Ma non era lei, che pure ha spadroneggiato a lungo, a fare la differenza, perché il gruberismo si era già da tempo infilato
    a fondo nel Tg1, con o senza Lilli, e Mimun non ha mai avuto granché voglia di scrollarlo via.
    Impegnato a resistere agli attacchiforsennati su tutto il resto, sulla politica interna, sul panino, sul “che vergogna questo Tg” di Tiziana Ferrario, sulle dimissioni di Daniela Tagliafico, sul sonoro messo o tolto nelle gaffes di Silvio Berlusconi, sulle immagini in ritardo dei tafferugli a Montecitorio, impegnato a fronteggiare il controllo occhiuto dell’Usigrai e di quei comunicati esasperanti, Clemente Mimun ha deciso, nell’orrore dei tagliatori di teste e dell’ostaggio ingabbiato, del massacro di Beslan e dei trentaquattro bambini iracheni fatti saltare in aria, nell’orrore di un telegiornale che diventa, per forza, giornale di guerra, che la linea migliore è la non linea, è il pastone del bollettino rimasticato, e a volte anche con l’inviato a Nassiriyah, Alessandro Gaeta, tutto avvolto in un bella kefiah.
    Del resto l’ha detto anche lui, Mimun, domenica, in una lunga intervista al Corriere della Sera: “Perché dovrei essere io a fare la rivoluzione?”.
    Dice che il Tg1 è sempre stato, tradizionalmente, “molto istituzionale”, che significa anche minestrone, e allora non c’è ragione di dannarsi l’anima per cambiarlo, per fronteggiare attacchi, per creare scontento. Mimun non vuole candidarsi alle prossime elezioni, e non vuole neanche fare l’eroe, vuole dirigere tranquillo il primo telegiornale del paese, quello che accompagna i pasti di qualche milione di persone, e in più gli piacerebbe farlo senza scosse e senza guizzi, con la faccia giovane e pallida di Giorgino, e con in testa una sola ossessione: la puntualizzazione.
    Quella che gli fa passare il tempo a scrivere lettere a un sacco di giornali, e più di tutti all’Unità, per dire che no, i dati d’ascolto sono sbagliati, e il Tg1 batte il Tg5 per tre virgola qualcosa punti ed è da otto mesi al trentuno virgola cinque di share.
    Lettere di qua, lettere di là, polemicucce con Paolo Serventi Longhi, sputacchi con Lilli Gruber, frecciate anche con Bruno Vespa, che alla fine è il suo vero rivale – e che quella volta dei tre ostaggi italiani da liberare e il veto sui giornalisti di Barbara Contini, riuscì lo stesso a infilare una sua inviata, Rosanna Santoro, nell’aereo della Croce rossa, facendo uno sberleffo a Mimun e compiacendosene un poco.
    Ma un editoriale, una presa di posizione, un affondo qualsiasi, una leggera ironia, no.
    Mimun, nel suo giornale, preferisce non comparire.
    Nemmeno commentatori esterni ad offuscarlo, però, a parte Pietro Calabrese per lo sport.
    Perché, secondo Aldo Grasso, “il direttore del Tg1 usa molte più energie nel curare l’immagine di se stesso che quella del suo telegiornale”.

    Memento audere mai
    La prudenza spesso paga, e la mancata edizione straordinaria sulla falsa notizia della morte di Simona Torretta e Simona Pari è stata azzeccatissima, Mimun, da bravo giornalista, ha annusato l’inganno, e non è corso dietro al nulla.
    Ma del suo telegiornale non si ricorderà il servizio sui bambini d’Ossezia né la fanfara per i carabinieri morti a Nassiriyah, e neanche l’arrivo a Ciampino delle due Simone: si ricorderà invece una conduttrice dai capelli rossi che fa il broncio e dice
    “Buonasera”.

    saluti

 

 

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