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Chi morì nei lager, chi li denunciò, chi fu connivente: una mappa su intellettuali e Shoah a cura di Enzo Traverso.
Dalle «muse arruolate» ai «segnalatori d'incendio»: ecco i diversi giudizi espressi sui campi di concentramento dai pensatori nel dopoguerra.

Di Gianni Santamaria

Oggi la memoria dei campi di sterminio nazisti è ormai patrimonio condiviso. Giornate, convegni, libri, film, pubblicistica varia, cattedre universitarie e soprattutto testimonianze dei sopravvissuti abbondano. Diversa fortuna ebbero coloro che tentarono di scrivere e di «pensare Auschwitz» nella seconda metà degli anni Quaranta o nei Cinquanta, quando alla storia, alla calda tragicità degli eventi, non era ancora subentrata la memoria. La guerra fredda imponeva un trattamento morbido per la Germania (Ovest). Con la voglia di dimenticare e di festeggiare la fine dell'incubo della Seconda guerra mondiale si scontrarono personalità come Primo Levi, Paul Celan, Jean Amery (gli ultimi due sono pseudonimi-anagrammi del rumeno-tedesco Paul Antschel e dell'austriaco Hans Mayer). L'ultimo è autore di Intellettuale ad Auschwitz. Tutti e tre concluderanno, in tempi diversi, la loro vicenda terrena di sopravvissuti con il suicidio. Tra storia e memoria si muove il volume di Enzo Traverso, in libreria da oggi - che nel titolo rievoca quello di Amery - Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra (il Mulino, pagine 250, euro 15). Traverso mutua uno dei due poli della celebre alternativa leviana, quello di «salvati» (dallo studio abbiamo tratto lo schema in pagina), per definire questi autori ebrei che - con un altro piccolo drappello di scrittori «dal» lager, essenzialmente detenuti politici - raccontarono l'inferno. Oppure, è il caso di Celan, ne fecero il fiume carsico di una lingua poetica franta e scoscesa, che superò l'«interdetto» di Adorno sull'impossibilità di poetare dopo Auschwitz (e per di più in tedesco!). Per luogo di detenzione, sensibilità personale, e altri fattori, costoro non formarono mai un vero e proprio gruppo. Ciò avvenne, invece, per un'altra delle categorie che Traverso - studioso della Shoah, ma anche del totalitarismo e della diaspora ebraico-tedesca - individua: quella dei «segnalatori d'incendio». Si tratta di quel milieu int ellettuale formatosi in Germania negli anni dell'avvento di Hitler (molti alla scuola di un maestro poi ripudiato: Heidegger) di cui fanno parte Hannah Arendt, Guenther Anders, Theodor W. Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse, Walter Benjamin e altri. Insomma, una scuola (non solo di Francoforte) e una vera e propria generazione, in gran parte emigrata negli Usa. Queste le poche menti che si esercitarono a denunciare e comprendere, per quanto possibile, l'abisso. Auschwitz, scrive infatti Traverso, contrariamente ad altri accadimenti del Novecento come l'affaire Dreyfus o la Guerra civile spagnola, non mobilitò gli intellettuali. Né durante il massacro, né dopo. E se l'oblio fu un riflesso di rimozione interessata per chi aveva cantato (spesso con accesi toni antisemiti) la dittatura, cioè per le «muse arruolate», il silenzio dell'intellighenzia antifascista del Dopoguerra risulta a Traverso «sorprendente». Qui si sviluppa la «zona grigia» che se non va sotto la rubrica del «tradimento dei chierici» alla Julien Benda, si merita però l'appellativo di «cieca». Intellettuali come Sartre, che pure evocarono lo sterminio, non approfondirono: c'era in loro un retaggio illuminista che gli faceva vedere quanto accaduto come una deviazione dai sentieri della ragione occidentale, piuttosto che un aberrante conseguenza di essa. La Arendt e Anders, invece si posero con lucidità di fronte ad Auschwitz, ad Hiroshima, al totalitarismo. Coniando nel 1961 frasi rimaste a lungo come «la banalità del male» incarnata da Eichmann (il cui processo diede una prima visibilità internazionale alla Shoah) e l'«innocenza del male» incarnata da un pilota di Hiroshima che - contrariamente al freddo nazista - nutriva un senso di colpa che lo portò proprio nel 1961 a tentare il suicidio pur essendo stato, al momento di sganciarlo, all'oscuro della portata dell'ordigno. Traverso avverte, comunque, che non si possono creare categorie a compartimenti stagni. Un caso particolare furono due coraggio si tedeschi non ebrei che denunciarono da subito ciò che era accaduto: il filosofo Karl Jaspers e lo scrittore Thomas Mann. Nell'epilogo Traverso spiega come dal silenzio si è passati all'odierna «onnipresenza» in vari contesti, dagli Stati Uniti al Medio Oriente, all'Europa. Fino alla Germania dove la ferita nazista è sempre aperta, come testimoniano l'Historikersreit degli anni Ottanta divampato tra Nolte e Habermas, sulla comparabilità lager-gulag, e le polemiche che si accendono periodicamente a seguito di dichiarazioni di intellettuali o politici. Ovvero per degli esiti elettorali. L'autore, comunque, mette in guardia da sovrapposizioni tra presente e passato. La riflessione avvenuta un tempo aiuta quella di oggi. Ma, conclude con Benjamin, «in ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione dal conformismo che cerca di soffocarla».