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Discussione: Wir sind ein Volk!

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    Predefinito Wir sind ein Volk!

    Voto in Germania il muro dei pregiudizi
    La tornata elettorale del 19 settembre ha visto socialdemocratici e democristiani arretrare, al contrario delle ali estreme di destra e di sinistra. Un segno di malessere diffuso fatto passare per il solito rigurgito neonazista

    In molti casi gli slogan urlati in piazza descrivono meglio di analisi dettagliate gli umori, i sentimenti, le rabbie o le gioie dei popoli. Nel 1990 in tutta la Germania lanciata verso la riunificazione (3 ottobre), dopo la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), lo slogan condiviso dalla stragrande maggioranza dei manifestanti che gremivano le piazze da Est a Ovest era “Wir sind ein Volk”: noi siamo un solo popolo. Quindici anni dopo il panorama è radicalmente diverso e lo slogan che riassume al meglio la situazione tedesca è diventato “Wir haben die Schnauzen voll”: ne abbiamo le scatole piene.
    Come dar torto a chi è passato in pochi anni dall’esaltazione incarnata dal cancelliere Kohl e dai favolosi proclami di libertà riconquistata sotto la Porta di Brandeburgo alla triste constatazione sul sostanziale fallimento economico del piano di rilancio delle regioni dell’ex Germania orientale?
    Persino l’attuale presidente federale Koehler, qualche giorno prima delle elezioni regionali in Sassonia e nel Brandeburgo che hanno visto l’avanzata dei partiti antagonisti radicali (Pds a sinistra, Npd e Dvu a destra), ha ammesso le difficoltà economico-sociali presenti soprattutto nei Laender orientali. Dulcis in fundo, soltanto il giorno prima un sondaggio segnalava che l’“ein Volk” rischia di diventare nuovamente “zwei Volker”: un tedesco orientale su cinque rimpiange la divisione fra le due Germanie.
    Perché meravigliarsi allora se la tornata elettorale del 19 settembre ha visto socialdemocratici e democristiani arretrare, al contrario delle ali estreme di destra e di sinistra?
    E soprattutto perché, invece di analizzare i motivi di questa avanzata, si preferisce sempre buttarla sulla favoletta dell’ “avanzata neonazista”, dell’ “onda bruna”, dei fantasmi tedeschi che per decenni sono stati inventati appositamente per impedire la normalizzazione della Germania?
    È normale, nel 2004, far credere che in Germania, per lo meno in certe zone, il clima è quello del 1933, del rogo dei libri, della caccia all’ebreo, delle sfilate a passo dell’oca?
    È onesto evitare di dire che, se l’antisemitismo in Germania, ma anche in Francia e Inghilterra, trova nuova linfa non è tanto a causa di idee “neonaziste”, ma viene diffuso dagli immigrati islamici che vedono in Israele il loro nemico mortale, sia dal punto di vista religioso che politico?
    «L’ideologia nazista c’entra poco o nulla nel voto dato al Partito Nazionaldemocratico Tedesco, Npd e all’Unione del Popolo Tedesco, Dvu - spiega Andreas Weider , collaboratore della radio bavarese -. La Dvu ha il suo quartier generale a Monaco, il suo “padre padrone” è un magnate milionario, Gerhard Frey, che pubblica anche il National Zeitung, mentre la Npd è il partito della destra nazionalista più antico del dopoguerra. Dopo la morte del suo giovane leader degli anni Ottanta, Michael Kuhnen, c’è voluto un nuovo ideologo, proveniente dall’estrema sinistra, Udo Voigt, per rilanciare e modernizzare le linee programmatiche del partito. Nei Laender occidentali, comunque, l’estremismo di destra è molto contenuto. Trova il suo humus elettorale nelle zone dell’Est, alle prese con grossi problemi strutturali. Un voto di protesta contro la politica di Schroeder, sintetizzato dal programma elettorale che ha fatto presa anche fra gli strati sociali idealmente più vicini alla sinistra che non alla destra».
    «Vogliamo cambiare in nome del bene per il popolo e i lavoratori - si leggeva in un manifestino propagandistico circolante in Sassonia -. Welfare solo per i tedeschi, frontiere chiuse contro il dumping salariale».
    Una chiara strizzata d’occhio all’elettorato che prova una certa nostalgia per le garanzie sociali della vecchia Repubblica democratica tedesca? Anche, ma non solo. In Germania il tasso di disoccupazione è tra i più elevati d’Europa, aggirandosi intorno al 10%. Anche le aziende tradizionalmente più solide cominciano a delocalizzare le risorse al di fuori dei confini tedeschi, mentre cresce il rammarico per la fine della moneta forte, del marco tedesco sacrificato sull’altare dell’euro. L’establishment e la grande finanza internazionalista temono il risorgere di tentazioni protezionistiche che cambierebbero radicalmente il sistema di mercato ultraliberista che comunque è sempre stato calmierato dal famoso e decantato “capitalismo renano”, una ricetta oggi messa fuori gioco dalla nuova congiuntura mondiale. Da qui la necessità di etichettare sbrigativamente come “nazisti” o “comunisti” chiunque cerchi un’alternativa, sia pure democratica, al sistema attuale, che mostra crepe sempre più evidenti.
    Cose già viste anche da noi. La Lega Nord viene quotidianamente accusata di xenofobia e di razzismo soltanto perché chiede di fermare in maniera risoluta l’invasione dell’immigrazione clandestina. Basta questa accusa per impedire una seria analisi delle richieste leghiste, riducendo il tutto ai soliti stereotipi lanciati a 360 gradi dai grandi mezzi di comunicazione. In Germania l’accusa più terribile è quella che riduce qualsiasi istanza non politicamente corretta alla nostalgia per il nazionalsocialismo, la famigerata “reductio ad Hitlerum” che ciclicamente piove addosso a un intero Paese, costretto, come ripete da due decenni lo storico berlinese Ernst Nolte, a subire il «passato che non passa». «È come se la Francia pagasse ancora oggi per le colpe di Napoleone o l’Italia per quelle di Mussolini - ha detto Nolte -, oppure gli americani per aver cancellato la cultura pellerossa. In Germania Hitler e il Nazismo sono scomparsi da 60 anni, ma c’è chi ha tutto l’interesse a dimostrare che invece esistono ancora».
    I più maliziosi potrebbero pensare che certi risultati elettorali come quelli di due domeniche fa se non ci fossero, bisognerebbe inventarli, per permettere a chi non vuole cambiare nulla di far calare la scomunica internazionale su certi umori, certi malesseri sociali che, a ben guardare, con le ideologie superate del passato non c’entrano nulla. Ma il malessere tedesco è una realtà e con questa realtà, volenti o nolenti, l’intera Europa dovrà fare i conti. Lasciando da parte facili e comodi stereotipi.

    Gianluca Savoini
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    Avevate già trovato questo link in finlandese?

    Sapete come posso fare per tradurlo in italiano?Su google non c'è la possibilità di tradurre ita/fin

    LINK FINLANDESE


 

 

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