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    Materiali per capire e per riflettere :Leon Degrelle

    Materiali per capire e per riflettere.



    LEON DEGRELLE





    Nato da una famiglia di
    origine francese espatriata nel 1901, dopo l’espulsione dei gesuiti di Francia,
    Leon Degrelle frequentò la scuola al Collegio di Notre Dame de la Paix a Namur
    (Belgio). Durante il periodo degli studi a Loviano (1927 – 1930) inizia ad
    occuparsi di giornalismo (L’Avant Garde), di letteratura e di poesia. Nel 1929
    diventa redattore capo del quotidiano "Il XX Secolo" di Bruxelles. Viaggia in
    Italia, conosce il Fascismo e l’Azione Cattolica. Vive qualche tempo in Messico,
    clandestino, in mezzo ai partigiani cattolici, i "Cristeros". Tornato nel 1931
    dirige l’Azione Cattolica belga e poi, nel 1935, fonda il movimento Rex. Come
    nella maggior parte degli Stati europei, negli anni tra i due conflitti
    mondiali, la democrazia parlamentare fu messa in causa da molti settori politici
    perché non riusciva a risolvere lo stato di crisi del Belgio. Dentro al partito
    cattolico i tentativi di rinnovamento si diversificarono in varie direzioni: la
    decristianizzazione voluta da Picard cercava di raccogliere simpatie a sinistra,
    mentre l’altra corrente, di carattere borghese, seguiva una linea politica filo
    – francese ed antitedesca. Solo Degrelle riuscì a superare questa crisi grazie
    alla sua figura di leader oratore, giornalista, poeta, deputato e soldato.
    Appoggiò in pieno la causa Nazionalsocialista, tanto che decise di partire con
    un gruppo di volontari per il fronte dell’Est l’8 agosto 1941 come soldato
    semplice. Tra il ’41 ed il ’43 combattè sul Caucaso, conquistando i gradi sul
    campo di battaglia fino a diventare un comandante della Waffen SS. Continuò la
    sua scalata nella scuola di Bad Tolz. Tornato in Russia, si distinse nel rompere
    l’accerchiamento sovietico a Tcherkassy. Fu convocato da Hitler che lo designò
    Cavaliere della Croce di ferro, rendendolo popolarissimo anche in Germania. A
    guerra ormai perduta riuscì rocambolescamente a raggiungere le coste spagnole
    dove iniziò il suo dopoguerra fra alti e bassi finanziari, ma sempre fermo nella
    sua fede. Riportiamo di seguito alcuni brani tratti da un’intervista avvenuta
    nella sua casa di Malaga il 1°marzo 1988.</FONT></P>
    <P align=justify><FONT face="Book Antiqua" size=3>"Noi (…) eravamo soldati che
    proiettavano nella lotta le loro idee, e che si preparavano alla costruzione
    dell’Europa. Ma questa concezione dell’Europa non è arrivata subito (…). È stata
    la guerra che, spingendo i Tedeschi fuori dal proprio Paese ha fatto capire loro
    cosa succedeva negli altri Paesi. Ha fatto anche sì che negli altri Paesi
    vedessero i Tedeschi e potessero rendersi conto di cosa fossero, e che eravamo
    tutti degli europei, nonostante tutte le lotte e gli odi eravamo tutti la stessa
    gente (…). C’era il grande motore germanico, la Germania è nel centro
    dell’Europa, è un Paese che ha il senso dell’organizzazione, del lavoro, della
    perfezione, vi stava benissimo come elemento trainante. Ma accanto esisteva
    tutto questo meraviglioso mondo occidentale e la sua civiltà bimillenaria. Che
    cos’era Berlino con i maiali che camminavano nella sabbia della strada, mentre
    Parigi era uno dei centri maggiori dell’universo, 1500 anni dopo che Roma era
    stata la capitale del Mondo? Era evidente che questo progetto germanico da solo
    non avrebbe mai potuto fare l’Europa, aveva bisogno del grande sostegno
    occidentale, ed è lì che ho concentrato i miei sforzi, per far risorgere una
    grande unità occidentale da unire al centro Europa ma anche all’universo mondo
    slavo (…). Questo è sempre stato il mio progetto (…). L’Europa dal Mare del Nord
    fino a Vladivostok. Un’Europa che avrebbe dato ai giovani di oggi qualsiasi
    possibilità, un’Europa di 10000 Km di estensione per le attività di tutta la
    gioventù, invece di avere, come oggi, 16 milioni di disoccupati nel mercato
    comune. Tutti questi giovani avrebbero potuto realizzare qualsiasi cosa passasse
    loro per la testa (…)Chiaramente, noi abbiamo perso
    la guerra non perché ci mancasse coraggio; per quattro anni l’epopea dell’Europa
    sul fronte russo è stata la più grande avventura militare della storia. Anche
    questo è incredibile, che la gente non dia importanza ad un fatto del genere
    (…), che per quattro anni ci sia stato un fronte favoloso, di 3000 Km di
    lunghezza, una lotta che ha messo di fronte decine di milioni di uomini; il caso
    delle Waffen SS, un esercito di un milione di volontari, non si era mai vista
    una cosa simile. Di questo non se ne parla, né dell’eroismo inaudito che è stato
    dimostrato. Si pensi solo al percorso da Stalingrado a Berlino; abbiamo
    resistito 1000 giorni, 1000 giorni resistendo palmo a palmo, sacrificio dopo
    sacrificio, centinaia di migliaia di uomini che morivano per impedire che i
    sovietici avanzassero troppo in fretta. Con Stalin che diceva: "Lo zar è andato
    a Parigi. Ci andrò anch’io". Era evidente che se avessimo fatto come i francesi
    nel 1940, squagliarcela quando la lotta diventava troppo pericolosa, i russi
    avrebbero conquistato tutta l’Europa in un batter d’occhio, molto prima che gli
    americani sbarcassero in Normandia, 1000 giorni! E se avessimo resistito
    soltanto 100 giorni, sarebbero arrivati a Parigi o sarebbero andati a dormire
    nel letto del maresciallo Petain a Vichy. Noi abbiamo salvato l’Europa o quanto
    ne rimane ancora adesso. Se i francesi non sono come i cecoslovacchi è
    unicamente perché siamo morti a migliaia per loro. E allora invece di insultarci
    dalla mattina alla sera ci dovrebbero dire: "Siete stati veramente bravi,
    grazie!" (…). Si dice sempre: "Ma perché Hitler si è lanciato in questa
    avventura?". Si è lanciato perché, se avesse aspettato un anno o due, Stalin
    sarebbe arrivato di corsa. Ora ci sono tutti i documenti che stabiliscono che
    aveva creato più di 120 nuove divisioni, 60 nuovi campi di aviazione. Che già
    allora era arrivato ad avere 32000 carri armati contro i 3000 dei tedeschi; è in
    quel momento che hanno preteso i Balcani e abbiamo capito che era finita. (…) La
    vittoria degli altri è stata un disastro. Tutto quello che hanno portato è una
    falsa civiltà, la civiltà americana, purtroppo, la civiltà dei consumi, del
    piacere, si pensa solo ad andare a divertirsi, gioie passeggere; la vita di
    famiglia è stata annientata, la vita religiosa distrutta: tutto questo è molto
    demoralizzante. Un giovane si chiede: "Ma cosa si può fare? (…) Ma si può ancora
    sperare?". Rispondo loro: in tutte le epoche nel mondo ci sono state grandi
    crisi e a volte quando non è stato fatto uno sforzo tutto è crollato, come ad
    esempio la caduta dell’Impero Romano; prima c’era stata quella della Grecia,
    prima quella dell’Egitto. Ma ci sono state anche grandi rinascite, come ad
    esempio l’Italia che ha vissuto la decomposizione e ora è più importante
    dell’Inghilterra; la Germania, che 50 anni fa non era altro che rovine, ora è un
    Paese fiorente. Significa che si può sempre ricreare. Diranno: "Ma non siamo
    numerosi", ma non è un numero a fare la forza dei popoli e dei grandi movimenti
    rivoluzionari, è la potenza dell’anima, è la gente con una grande volontà, un
    grande ideale che si vuole vedere trionfare (…). Ebbene è a questo che bisogna
    credere, credere che tutte le possibilità sono nell’uomo, che se i giovani le
    vogliono e lo vogliono, un giorno troveranno l’opportunità e un giorno nascerà
    l’uomo, perché tutto è una questione di uomini. È il grande uomo a raccogliere
    le aspirazioni di tutti e a farle vincere. E la sfortuna dell’Europa di oggi è
    che non c’è nessuno. Ai nostri tempi ce n’erano finché si voleva: c’era Hitler,
    c’era Mussolini, c’ero io in Belgio, c’era Franco, c’erano i polacchi, c’erano i
    turchi, tutti avevano un capo, era sorprendente; ora non ci sono più che larve
    politiche (…). Per 50 anni l’Europa sono stati incapaci di farla, dopo 50 anni
    sono ancora lì che dissertano di miserabili questioni finanziarie, questioni di
    salami e maiali, di polli; sono ancora lì. Così si vede che questa soluzione è
    falsa; la sola vera è quella che abbiamo avuto noi (…). Sul caminetto del mio
    esilio ho fatto incidere queste parole: "Un po’ di fuoco in un angolino del
    mondo e tutti i miracoli di grandezza restano possibili." Tutto è possibile,
    ragazzo ragazza che mi ascolti, fede nella vita!".





    Riportiamo integralmente alcuni
    brani tratti dal programma politico di REX su tre temi "forti": il lavoro, la
    definizione di Rexismo, lo stato e la famiglia.
    L'autore è Josè STREEL uno dei
    collaboratori di Degrelle. Anche se scritti oltre mezzo secolo fa, per una
    realtà sociale ed economica diversa da quella italiana dei giorni d'oggi,
    conservano una freschezza e un rilievo sociale non da
    sottovalutare

    Il Lavoro


    Trasformare il lavoro in un mezzo di sviluppo della
    personalità, regolamentare le relazioni professionali nello spirito della
    giustizia e carità – vuol dire contribuire a introdurre nella società un po' più
    d'armonia e di felicità. Abbiamo cura di ciò che Hendrik de MAN chiama "gioia
    del lavoro" e a ragione ritiene uno dei problemi sociali di maggiore importanza;
    per assicurare tale gioia del lavoro, ossia per umanizzare il lavoro, bisogna
    sviluppare e puntualizzare l'organizzazione professionale e si deve riporre
    fiducia in tale organizzazione, avendo ottenuto la consacrazione legalizzatrice
    di essa e il potere di prendere tutti i provvedimenti, relativi alle condizioni
    del lavoro. Occorre creare una magistratura del lavoro che possa risolvere
    giuridicamente le controversie professionali, come i tribunali civili risolvono
    le cause civili. E' necessaio che alla gestione, ci prendano parte tutti coloro
    che sono partecipi della vita aziendale, e non più solamente quelli che ci
    contribuiscono col capitale, sicché necessita che i diritti e i doveri di ognuno
    in seno all'azienda siano specificati in una Carta del
    lavoro.»La definizione del
    Il Movimento
    rexista, in quanto tale – ossia movimento, appunto, – costituisce una forza
    attiva che traina una corrente di idee; quello rexista è un movimento
    rivoluzionario, quello rexista è un movimento popolare.<BR>Il Movimento rexista
    vuole:

    a) distruggere i partiti, che hanno diviso arbitrariamente i
    cittadini, immergendo la nazione nel disordine, nelle rappressaglie e nella
    padronanza incontrollata dei politici, comandati loro stessi da un'oligarchia
    anonima, la quale, costituita dai veri e propri detentori di tutti i poteri,
    manovra nell'ombra, dominando, da una parte, un immenso intruppamento di
    cittadini proletarizzati di tutte le classi sociali e tenendo, dall'altra parte,
    alla propria mercé i dirigenti politici, dato che si avvalgono della loro
    stupidità e cupidigia. In effetti, tale oligarchia anonima costituisce l'unico
    elemento costante e unito di fronte ai partiti, i quali si bisticciano e non
    sono mai stati tanto putrefatti e tanto disprezzabili, quanto al giorno d'oggi;


    b) ricostruire la comunità popolare, fondata sulle basi morali, le quali,
    seppure siano elementari, sono, però, ammesse da tutti. Questa comunità
    popolare, il Movimento rexista ha cominciato a ricostruirla nel proprio seno.
    Dentro e intorno al Movimento rexista si riuniscono le persone, le quali
    provengono da vari partiti e hanno capito che il regime è marcio e putrefatto e
    va rimpiazzato con qualcosa d'altro, che sia vivente, attivo e capace di
    sviluppare appieno la vitalità e compiere il progresso.
    Lo Stato e la
    Famiglia
    Uscita dalle ideologie
    catastrofiche settecentesche e ottocentesche e adottata dal regime attuale, la
    nozione erronea dell'individuo quale base filosofica va sostituita con quella
    della persona umana, il che corrisponde esattamente alla realtà dell'uomo –
    essere sociale, investito della dignità fondamentale che va sviluppata dalla
    società, la quale non ha il diritto di attentare a tale dignità.La persona
    umana sviluppa appieno le proprie capacità non per via di ritirarsi dentro di sé
    stessa, nel guscio dell'individualismo egoistico e orgoglioso, bensì, al
    contrario, uscendo da sé stessa e rendendosi parte integrante di varie
    comunità.La comunità primaria, nel quadro della quale si svolge il pieno
    sviluppo della persona umana, è famiglia; la seconda è professione; quella terza
    è la comunità culturale e linguistica, mentre la quarta è la comunità
    nazionale.Tali comunità costituiscono nel loro insieme una comunità
    popolare.

  2. #2
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    Predefinito Re: Materiali per capire e per riflettere :Leon Degrelle

    Strana coincidenza il tuo post. Proprio ieri ho scaricato da internet la 'Campagne de Russie', il resoconto di guerra scritto da Degrelle nel 1949.
    Mi ha già colpito un passo: l'incontro sul Don tra la Brigata Vallonia e un reparto a quel che si capisce di terroni (dico si capisce, ma alla fine c'è un riferimento esplicito). Ecco come vengono descritti queste parodie di soldati:

    "Le front était constitué, non par une ligne tout d'un tenant, mais par des points d'appui. Nos postes de Cherbinowka n'avaient que de la neige à leur gauche et à leur droite. Pour atteindre les
    premiers Italiens, dont le secteur glissait au sud de Stalino, nous devions marcher à travers la steppe pendant deux heures.
    Nous allions bavarder avec eux, aux moments de répit. Evidemment, leurs citrons et leur chianti y étaient pour quelque chose. Mais leur charme aussi nous attirait.
    La complication, c'est qu'ils détestaient les Allemands.
    Ceux-ci ne pouvaient supporter leurs maraudages, leurs amours incandescentes dans les isbas en ruine, leur tenue fantaisiste, le pittoresque laisser-aller latin, plein d'irrévérence, d'indolence, de gentillesse et de jabotages joyeux, si loin de la rigidité prussienne.
    En revanche, les Italiens avaient mal au cou et au larynx dès qu'ils voyaient un Allemand se mettre au garde-à-vous ou crier des ordres. Ça ne cadrait pas avec leurs mains dans les poches, leurs plumets mordorés et leurs tours de gavroche.
    Les nationalismes, eux non plus, ne correspondaient pas. Les Italiens aimaient Mussolini et criaient, à tout bout de champ, des à en devenir aphones. Mais ces débordements étaient seulement
    d'ordre sentimental. Les rêves de grandeur impériale de Mussolini ne les atteignaient pas. Ils étaient fiers comme des coqs, mais sans ambition. Un jour où ils insistaient sur leur désir de retrouver la paix coûte que coûte, je leur avais rétorqué:
    — Mais si vous ne luttez pas jusqu'au bout, vous allez perdre vos colonies !
    — Bah ! me répondirent-ils, à quoi bon se battre pour des colonies ? Nous sommes heureux chez nous. Nous n'avons besoin de rien. Nous avons le soleil. Nous avons les fruits. Nous avons l'amour...
    C'était une philosophie qui en valait une autre. Horace avait dit la même chose, mais moins franchement.
    De même, ils trouvaient absolument inutile de travailler outre mesure. Notre conception du labeur humain les laissait rêveurs. Pourquoi tant travailler ?... Et ils reprenaient la molle, ravissante et chantante litanie : le soleil, les fruits, l'amour...
    — Enfin, repris-je, étonné, le travail est une joie ! Vous n'aimez pas travailler, vous autres ?...
    Alors un Italien du Sud me fit, avec une grâce de prince, cette réponse, magnifique dans son naturel et sa solennité :
    — Mais, monsieur, le travail, ça use !
    Ça use ! Quand les Allemands entendaient des réponses pareilles, ils suffoquaient pendant une semaine et frôlaient l'attaque d'apoplexie."

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: Materiali per capire e per riflettere :Leon Degrelle

    Originally posted by el_felixian
    Strana coincidenza il tuo post. Proprio ieri ho scaricato da internet la 'Campagne de Russie', il resoconto di guerra scritto da Degrelle nel 1949.
    Mi ha già colpito un passo: l'incontro sul Don tra la Brigata Vallonia e un reparto a quel che si capisce di terroni (dico si capisce, ma alla fine c'è un riferimento esplicito). Ecco come vengono descritti queste parodie di soldati:

    "Le front était constitué, non par une ligne tout d'un tenant, mais par des points d'appui. Nos postes de Cherbinowka n'avaient que de la neige à leur gauche et à leur droite. Pour atteindre les
    premiers Italiens, dont le secteur glissait au sud de Stalino, nous devions marcher à travers la steppe pendant deux heures.
    Nous allions bavarder avec eux, aux moments de répit. Evidemment, leurs citrons et leur chianti y étaient pour quelque chose. Mais leur charme aussi nous attirait.
    La complication, c'est qu'ils détestaient les Allemands.
    Ceux-ci ne pouvaient supporter leurs maraudages, leurs amours incandescentes dans les isbas en ruine, leur tenue fantaisiste, le pittoresque laisser-aller latin, plein d'irrévérence, d'indolence, de gentillesse et de jabotages joyeux, si loin de la rigidité prussienne.
    En revanche, les Italiens avaient mal au cou et au larynx dès qu'ils voyaient un Allemand se mettre au garde-à-vous ou crier des ordres. Ça ne cadrait pas avec leurs mains dans les poches, leurs plumets mordorés et leurs tours de gavroche.
    Les nationalismes, eux non plus, ne correspondaient pas. Les Italiens aimaient Mussolini et criaient, à tout bout de champ, des à en devenir aphones. Mais ces débordements étaient seulement
    d'ordre sentimental. Les rêves de grandeur impériale de Mussolini ne les atteignaient pas. Ils étaient fiers comme des coqs, mais sans ambition. Un jour où ils insistaient sur leur désir de retrouver la paix coûte que coûte, je leur avais rétorqué:
    — Mais si vous ne luttez pas jusqu'au bout, vous allez perdre vos colonies !
    — Bah ! me répondirent-ils, à quoi bon se battre pour des colonies ? Nous sommes heureux chez nous. Nous n'avons besoin de rien. Nous avons le soleil. Nous avons les fruits. Nous avons l'amour...
    C'était une philosophie qui en valait une autre. Horace avait dit la même chose, mais moins franchement.
    De même, ils trouvaient absolument inutile de travailler outre mesure. Notre conception du labeur humain les laissait rêveurs. Pourquoi tant travailler ?... Et ils reprenaient la molle, ravissante et chantante litanie : le soleil, les fruits, l'amour...
    — Enfin, repris-je, étonné, le travail est une joie ! Vous n'aimez pas travailler, vous autres ?...
    Alors un Italien du Sud me fit, avec une grâce de prince, cette réponse, magnifique dans son naturel et sa solennité :
    — Mais, monsieur, le travail, ça use !
    Ça use ! Quand les Allemands entendaient des réponses pareilles, ils suffoquaient pendant une semaine et frôlaient l'attaque d'apoplexie."
    Sto attivamente ricercando la mia copia di "fronte dell'Est". Ricordo bene il passo in cui il fante Italiano rispondeva a Degrelle "il lavoro logora", ma mi sembra proprio che fosse un Italiano e basta, e che la specifica "del Sud" sia una Tua interpolazione.
    Anche perchè le divisioni dell'ARMIR, impegnate nelle vicinanze della brigata Wallonie erano Celere, Pasubio, Torino, Savoia Cavalleria, e le tre Divisioni Alpine ... subito prima di quell'episodio, Degrelle racconta la cattura di un reparto di Bersaglieri ... tutti reparti piuttosto settentrionali, mi sembra.

  4. #4
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    Predefinito Re: Re: Re: Materiali per capire e per riflettere :Leon Degrelle

    Originally posted by Decima Regio
    Sto attivamente ricercando la mia copia di "fronte dell'Est". Ricordo bene il passo in cui il fante Italiano rispondeva a Degrelle "il lavoro logora", ma mi sembra proprio che fosse un Italiano e basta, e che la specifica "del Sud" sia una Tua interpolazione.
    Spiacente ma ti sbagli, il testo che ho postato fa parte dell'edizione originale del 1949. L'introduzione reca le intestazioni e note che seguono:

    LÉON DEGRELLE
    LA CAMPAGNE DE RUSSIE
    1941 - 1945
    LE CHEVAL AILÉ 1949
    Sur Internet
    AAARGH 2004
    Cette édition est strictement conforme à celle de 1949. Elle ne comporte donc pas les multiples petites corrections, certaines fort fâcheuses, que des éditeurs empressés ont cru bon de faire subir au texte en 1987. Les erreurs restantes seraient les nôtres.


    Non ho gradito affatto la tua insinuazione. Posso fare dei commenti personali ma non falsificherei mai una fonte. Primo perchè non ne ho bisogno, secondo perchè non sono un terrone e quindi credo poco alle 'scorciatoie' per arrivare a un risultato, sia questo dialettico o materiale.

 

 

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