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  1. #821
    Repubblicano nel Partito
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    Caro Traquandi, capisco e condivido molte delle tue perplessità (anche se io toglierei la UIL dall'elenco delle sigle con le quali non dovremmo avere nulla a che fare). Non ho nessuna intenzione di giustificare gli amici di Ravenna, ammesso che tale giustificazione sia dovuta saranno loro a darcela. Tuttavia non credo utile, per la sopravvivenza del Partito, cullarsi sul fatto che una parte politica, per molti aspetti lontanissima dalla nostra tradizione, ci abbia consentito di mantenere una rappresentanza parlamentare, peraltro esigua e, con tutto l'affetto per Nucara e La Malfa, un po' datata. Oggi più che mai sono convinto della necessità di una "rivoluzione" che investa l'universo repubblicano e riporti in prima linea i valori e i programmi di una tradizione che, altrimenti, rischia di esaurirsi definitivamente. Ancora di più sono convinto che una "rivoluzione repubblicana" possa risollevare le sorti del nostro Paese. Ne riparleremo perchè dobbiamo prepararla e, soprattutto, dobbiamo crederci.
    Un saluto fraterno.

  2. #822
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    Citazione Originariamente Scritto da Nullo Visualizza Messaggio
    ... Oggi più che mai sono convinto della necessità di una "rivoluzione" che investa l'universo repubblicano e riporti in prima linea i valori e i programmi di una tradizione che, altrimenti, rischia di esaurirsi definitivamente. Ancora di più sono convinto che una "rivoluzione repubblicana" possa risollevare le sorti del nostro Paese. Ne riparleremo perchè dobbiamo prepararla e, soprattutto, dobbiamo crederci ...
    Nullo, ti sono nel cuore, nel leggerti ... solo che pero' riportare in prima linea i valori e i programmi della nostra tradizione e' operazione alquanto difficoltosa e rocambolesca ... in assenza di visibilita' praticamente su quasi tutti i media ...
    Non riesco quindi ad immaginare a quale copernicana rivoluzione tu alluda ... e come si possa riuscire a veicolarla ...

  3. #823
    Repubblicano nel Partito
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    Caro Nuvolarossa, la complessità della questione e il poco tempo a disposizione non mi consentono di rispondere con la dovuta chiarezza al tuo quesito.

    Provo a sintetizzare partendo da una frase di Ugo La Malfa (1976): Un partito ha la posizione che merita. Se dice qualche cosa, è nel gioco politico; se non riesce a dire niente o poco, esce dal gioco politico.

    Se l’assunto di partenza è corretto noi stiamo uscendo dal gioco politico per colpa nostra. Negli ultimi quindici anni abbiamo commesso degli errori, molti di quegli errori erano inevitabili, tutti sono comunque perdonabili in funzione dello sforzo estremo teso alla sopravvivenza del Partito. Però abbiamo smesso di parlare al Paese in merito a questioni fondamentali ed è troppo comodo dire che non abbiamo gli strumenti per veicolare le nostre idee e costruire il consenso: io ho l’impressione che il Partito abbia smesso di elaborare idee di ampio respiro.
    In un momento in cui l’elettorato italiano appare sempre più svincolato dalle logiche di appartenenza (un tempo in Italia lo spostamento di uno 0,5 % dei consensi sembrava un fatto miracoloso) lo spazio in politica va conquistato con proposte chiare e con uomini credibili, possibilmente sganciati da precedenti esperienze politiche che, a ragione o a torto, ne minano la credibilità.
    Punto di partenza di questo processo deve essere la chiara definizione del nostro patrimonio ideale, quella sorta di rivoluzione culturale che ci era stata suggerita alcuni anni fa da un noto studioso del pensiero politico repubblicano che inizialmente fu portato in processione come una madonna pellegrina e poi fu buttato tra i rovi per aver commesso qualche imprudenza tipica del politologo che non sa essere politico. In ultima analisi stiamo parlando di quell’antica esigenza sempre presente nel movimento repubblicano che prende le mosse dal definirsi o sparire di Giovanni Bovio ed appare, oggi forse per la prima volta, ineludibile. Concretamente, bisogna puntare con forza sui concetti propri della nostra tradizione ideale: il senso dello cosa pubblica, il rigore morale, la trasparenza dei processi decisionali,
    il controllo della spesa e, perché no, quel concetto repubblicano della libertà, illustrato dallo studioso di cui abbiamo parlato prima, da cui discendono comportamenti virtuosi che devono essere proposti come veri e propri prerequisiti dell’uomo impegnato in politica.
    (il tema, ovviamente, è molto più complesso, e non può prescindere, ad esempio, dalla denuncia di quei difetti propri delle democrazie latine recentemente elencati da Giuseppe Galasso: collusioni fra interessi pubblici e privati, patrimonializzazione del potere, populismo clientelare, corruzione politica).

    Come secondo momento logico, non temporale, io vedo l’elaborazione di un programma chiaro e rigoroso, coerente con il patrimonio ideale di cui sopra ma saldamente ancorato alla realtà del Paese. Non posso entrare nel merito dei tanti possibili nodi da sciogliere ma, a titolo esemplificativo, faccio notare che nella civiltà occidentale e nel nostro Paese sopravvivono mali che vengono ipocritamente ignorati dal ceto politico: è mai possibile che ancora oggi venga di fatto tollerato il peggiore e il più infame dei metodi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Ovvero, è mai possibile che alcune categorie ben definite di esseri umani (donne obbligate alla prostituzione, bambini obbligati all’accattonaggio) siano ridotte in schiavitù? Che nostri fratelli siano comprati e venduti come oggetti? Noi siamo rimasti fermi alle scelte di politica estera e di politica economica – scelte di cui non sottovaluto l’importanza – ma sulla scuola pubblica, sulla lotta al privilegio, sulla valorizzazione dei meriti, sulla guerra alle mafie, su tanti altri aspetti fondamentali per la vita del Paese, siamo in grado di pretendere qualcosa dai nostri alleati di oggi?

    Il terzo momento, fondamentale per la sopravvivenza di una forza politica, riguarda la riorganizzazione delle strutture centrali e periferiche. Anche in questo caso indico solo alcune priorità: gli organi destinati alla elaborazione di idee e programmi devono essere composti da uomini di pensiero (oggi l’incarico di consigliere nazionale viene visto e viene conferito come se fosse un premio per l’attività organizzativa svolta in periferia, indipendentemente dalle capacità del prescelto e dalla sua disponibilità a partecipare a quel processo di elaborazione di cui parlavo prima); le personalità cooptate devono possedere quella marcia in più che li rende in qualche modo speciali, altrimenti e meglio avere un consigliere in meno; in periferia si deve curare il corretto funzionamento degli organi decisionali e, soprattutto, si deve fare di tutto per portare e, in alcuni casi riportare, uomini all’impegno politico in prima persona (in altri termini, le campagne di tesseramento alzano il livello di partecipazione e sono l’unico strumento che abbiamo per recuperare un consenso svincolato dagli interessi di altri partiti e gruppi di potere che, di volta in volta e a seconda dei loro interessi, ci concedono spazi sempre più risicati). Tutto questo, a mio avviso, non può prescindere dalla massima libertà di manovra che su questioni locali deve essere accordata alle realtà periferiche.

    Appare evidente, quindi, che il percorso appena descritto disegna una prospettiva di lungo periodo: ridefinito il patrimonio ideale e su quel patrimonio costruito un programma, ricreate le strutture capaci di aggiornare il programma e di proporlo agli Italiani in una faticosa e quotidiana ricerca del consenso, non si può mollare tutto dopo le prime, eventuali, sconfitte elettorali. L’esempio inglese, a questo proposito, mi sembra altamente significativo: i liberaldemocratici (nati nel 1981 dall’unione tra i liberali e i socialdemocratici di Roy Jenkins e David Owen, appena usciti dal partito laburista), pur non avendo una rappresentanza adeguata al consenso raccolto per via del sistema elettorale, continuano con costanza ammirevole a proporsi all’elettorato britannico e non rinunciano al loro programma pur sapendo che una loro alleanza con uno dei due partiti maggiori li porterebbe alla guida del paese con una rappresentanza numericamente rilevante: un comportamento diametralmente opposto a quello del Patto per l’Italia di Segni-Martinazzoli-La Malfa che si è sciolto dopo la prima prova negativa e che, probabilmente, avrebbe avuto la possibilità di correggere alcune storture di questo bipolarismo all’italiana (ovviamente, per me il paragone riguarda solamente le strategie e i comportamenti politici: per quanta simpatia possa provare per i liberaldemocratici inglesi, nei quali vedo degli ottimi alleati, io sono fermamente convinto che la democrazia repubblicana sia tanto diversa dalla liberaldemocrazia quanto lo è dalla socialdemocrazia, ragion per cui non riesco a vedere nell’ELDR un soggetto politico unitario; ma questo è un discorso che affronteremo in altra occasione).

    Chiudo ancora con una frase di Ugo La Malfa (io che ho sempre pensato di essere il meno lamalfiano dei repubblicani italiani): La verità è che il valore politico, morale, la presenza di un partito si preparano; non si improvvisano: si preparano.

    Cominciamo a preparare la campagna per le politiche del 2013: considerato il nostro punto di partenza, siamo già in ritardo!

  4. #824
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    Citazione Originariamente Scritto da Nullo Visualizza Messaggio
    Caro Nuvolarossa, la complessità della questione e il poco tempo a disposizione non mi consentono di rispondere con la dovuta chiarezza al tuo quesito.
    CarissimoNullo sono in sintonia con quasi tutto quello che scrivi per la parte che si riferisce alla riorganizzazione come forza politica partitica, in linea con quella che c’era negli anni della ricostruzione, e che si pone come vero strumento di democrazia e di elaborazione, anche se, devo dirti, che oggi come oggi, questa forma di aggregazione politica e’ minacciata, come tante altre forme di associazionismo, dall’egoismo individuale che sta prevalendo in tutti i campi.
    Mazzini aveva basato la crescita civile e democratica della Societa’ proprio sull’associazionismo ma, a vedere la realta’ odierna in cui siamo calati, la crisi del nucleo fondante della Societa’ che e’ la Famiglia, l’astensionismo quasi totale anche nelle grosse formazioni politiche, la non partecipazione della base popolare alla formazione delle linee politiche a cui si aderisce, non e’ che si possa essere molto ottimisti per il futuro; stiamo assistendo ad una vera e propria involuzione dell’Associazionismo, in tutti i campi, anche in quello Repubblicano.
    La ricetta per ritornare ad essere un piccolo partito di massa e’ certamente quella da te scritta, ma sono alquanto pessimista che si possa attingere una qualsiasi posologia, anche minima, per soddisfare quanto scritto in ricetta, sic stantis rebus.
    Non sono invece d’accordo quando scrivi che il P.R.I. abbia “smesso di parlare al Paese in merito a questioni fondamentali” e quando sostieni che “è troppo comodo dire che non abbiamo gli strumenti per veicolare le nostre idee e costruire il consenso” …
    Il P.R.I. ha sempre avuto una mole di elaborazione di idee e di contenuti socio-politici quasi ininterrotta, in tutti questi anni, basterebbe solo rispolverare le annate della Voce Repubblicana … solo che c’e da dire che la stragrande maggioranza dei Repubblicani se ne fregavano della “Voce” e manco la leggevano …
    Sulla mancanza di veicolazione delle nostre idee c’e un motivo molto semplice, a parte la stragrande maggioranza dei media che sono asserviti a un qualche potere e quindi non ci fanno certo la cortesia di metterci nella giusta e doverosa evidenza … ed e’ quello che in questo tipo di societa’ rampante ed arrivista … ha visibilita’ solo chi urla, chi dileggia, chi offende qualcuno, chi brucia bandiere, chi ostenta pulman colorati, chi digiuna, chi si sdraia per terra, chi invade l’autostrada, chi blocca i caselli, chi si stende sulle rotaie, chi blocca il centro … e cosi’ via … tutto quanto e’ trash - almeno secondo il senso civico del Repubblicano – acquista massima visibilita’ sui media e viene veicolato …
    Non ho ricette … quindi; se non la speranza di un “nuovo Risorgimento” che pero’ non si intravede (nemmeno nelle analisi storico-politiche del Viroli che pur davano delle speranze all’inizio ma che poi si sono perse, in una seconda fase, nel cabotaggio forzato della realta’ incombente) … ed il pessimismo cresce … ed aumenta il tempo che dedico alle buone letture.
    Fraternamente.

  5. #825
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    Io ho visto, in questi anni, tanti articoli, magari ben scritti, ma poche delibere degli organi statutari e poche proposte di legge. Buona parte delle nostre discussioni si sono esaurite nel tentativo di rispondere alla domanda "con chi stare?" una domanda schiacciata sul presente, tipica di chi non guarda al futuro. Il risultato è che oggi chi si avvicina all'attività politica, giovane o vecchio, non prende in considerazione l'adesione al PRI, non ne vede la ragione, se condivide la nostra attuale posizione semmai si iscrive al PDL (e tu puoi consumare dieci lingue ma lui non capirà la nostra differenza; del resto anche gli ultimi comportamenti dei nostri parlamentari appaiono incomprensibili: come fai a proporre l'associazionismo repubblicano come alternativa all'individualismo liberale e al collettivismo social-comunista o al provvidenzialismo cattolico se poi due, dico due, deputati non riescono nemmeno ad iscriversi allo stesso gruppo?)
    Se però riuscissimo a proporci come punto fermo (con idee chiare e comportamenti coerenti) in una società che si sfalda forse riusciremmo a conquistare quel consenso che ci manca. Ma per fare questo dobbiamo guardare oltre le prossime scadenze elettorali e presentarci per quello che siamo (o ci sforziamo di essere): repubblicani!

  6. #826
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    Nullo, a proposito del tuo nickname ... non so se conosci il fatto che questo nomignolo veniva usato da Giancarlo Pajetta all'inizio degli anni '30 quando espatrio' clandestinamente in Francia ...

  7. #827
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa Visualizza Messaggio
    Nullo, a proposito del tuo nickname ... non so se conosci il fatto che questo nomignolo veniva usato da Giancarlo Pajetta all'inizio degli anni '30 quando espatrio' clandestinamente in Francia ...
    Non lo sapevo, ma mi era stato segnalato da un altro forumista; comunque sia, che Pajetta abbia utilizzato questo pseudonimo “francamente me ne infischio” (apprezzerete la finezza della citazione holliwoodiana in luogo di un più compromettente “me ne frego”).
    Aggiungo, come punizione per quanti hanno male interpretato il mio nickname (che vuole richiamare anche il mio essere Nessuno, ovvero la mia condizione attuale di semplice iscritto al PRI o, se preferite, la mia illusione di essere astuto come Ulisse) uno dei passi più drammatici di G. C. Abba, Da Quarto al Volturno:

    “Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una diecina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri partirono alla testa d'un battaglione, per luoghi lontani, che son di là dal Volturno, chi sa quanto, dov'è il Sannio, il tremendo Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bontà. C'è tutto. Ma cosa vanno a fare? Chi dice che a incontrar Vittorio Emanuele, chi che a sedar una rivolta. A me par gente che va nel buio.”

  8. #828
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    Citazione Originariamente Scritto da Nullo Visualizza Messaggio
    ... “Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una diecina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri partirono alla testa d'un battaglione, per luoghi lontani, che son di là dal Volturno, chi sa quanto, dov'è il Sannio, il tremendo Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bontà. C'è tutto. Ma cosa vanno a fare? Chi dice che a incontrar Vittorio Emanuele, chi che a sedar una rivolta. A me par gente che va nel buio.”
    Per una rilettura ...
    http://www.liberliber.it/biblioteca/...html/index.htm

  9. #829
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  10. #830
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    Registro delle Unioni Civili

    Iniziativa in Consiglio Comunale in collaborazione con il PRI
    Anche a Cesena in arrivo il Registro delle Unioni Civili

    mercoledì 17 maggio 2008 - La proposta che il Gruppo Consiliare del PRI presenterà al Consiglio Comunale di Cesena.

    UNA NUOVA IDEA DI FAMIGLIA

    Il 12 maggio è una ricorrenza importante per le famiglie italiane. Si tratta dell’anniversario del referendum sul divorzio, giorno in cui gli italiani sancirono con il loro voto il principio per cui a fondamento della famiglia doveva esserci una libera scelta di amore e non un’imposizione di legge. La famiglia cessava allora di rappresentare per lo stato un interesse superiore a quello degli individui che la compongono.

    A quella vittoria laica contribuirono in modo determinante milioni di elettori cattolici, senza il cui voto, espresso in contrasto con le indicazioni del Vaticano, non sarebbe stato possibile raggiungere la maggioranza favorevole al divorzio.

    L’approvazione referendaria del divorzio nel 1974 provocò altre conquiste civili che determinarono in pochi anni una vera e propria rivoluzione politica, culturale e sociale. La riforma del diritto di famiglia, che sanciva finalmente l’eguaglianza giuridica tra i coniugi, fu approvata dal parlamento l’anno successivo, nel 1975. Nel 1978 il Parlamento depenalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza sotto la spinta delle disobbedienze civili e del referendum promosso dai radicali.
    Quella stagione di grandi conquiste civili e sociali ha contribuito a determinare anche nel nostro paese mutamenti profondi nei costumi e nella mentalità. La famiglia oggi non è più fondata sulla riproduzione, a prescindere dal riconoscimento o meno delle unioni omosessuali. Dal 1975 ad oggi si è passati da 2,4 a 1,4 figli per donna, dato che rende l’Italia uno dei Paesi con il più basso tasso di natalità al mondo. La dimensione media della famiglia è scesa da 3,35 a 2,6 componenti. Il risultato è che soltanto il 43% della famiglie italiane è rappresentato oggi da genitori con figli.

    La bassa natalità non rappresenta di per sé un segno di progresso sociale. In Italia, anzi, è uno dei segni più evidenti dell’incertezza economica in cui vivono milioni di persone, dell’assenza di adeguati servizi sociali e di una ancora non conquistata parità tra uomo e donna nella conduzione della vita familiare e nella partecipazione al lavoro.

    Tuttavia, è anche il segnale più evidente della trasformazione antropologica subita dalla famiglia, la quale non trova più fondamento nella necessità biologica della riproduzione, ma nella qualità delle relazioni affettive e nella condivisione dell’intimità. La stessa etimologia della parola famiglia, dall’italico famel, che significa “casa”, rimanda a una dimensione relazione e non biologica o riproduttiva: la casa, il luogo dove risiedere, convivere, e realizzare progetti di vita affettiva.

    La famiglia considerata come naturale, quella eterosessuale, mononucleare, con figli, rappresenta soltanto una delle forme assunte dalla famiglia nella storia dell’umanità, e oggi nella società contemporanea. Il riconoscimento univoco del concetto di “famiglia naturale” disconosce le conquiste affettive di milioni di persone, e rischia di racchiudere, costringere anche la realtà della “famiglia tradizionale”, rispetto alle sfide che deve affrontare quotidianamente, negli stretti confini di una scontata normalità.

    Il riconoscimento delle unioni civili rappresenta un provvedimento fondamentale per proseguire quel processo di abbattimento delle barriere discriminatorie nei confronti delle “diversità”, una rivoluzione culturale avviata a vantaggio di tutti i cittadini con la conquista del divorzio. Ma si tratta soprattutto di un provvedimento a favore della coesione della società. Nel momento in cui consentiamo di regolamentare legami, infatti, consentiamo alle persone di assumersi responsabilità, in particolare responsabilità degli altri. I legami affettivi in Italia assumono svariate forme e riguardano: coppie non sposate con figli a carico, studenti e lavoratori che convivono, anziani che dividono un appartamento, giovani coppie in cerca di stabilità economica. Un registro di unioni civili, istituito presso un apposito ufficio comunale, sarebbe per tutte queste persone un utile mezzo di riconoscimento e di tutela sociale. Anche e soprattutto per quelle coppie che nel proprio futuro non escludono di contrarre il vincolo del matrimonio.

    Dobbiamo affermare con forza il principio per cui occorre che le famiglie si fondino sempre più non su una definizione astratta e ideologica com’è quella di famiglia naturale, troppo spesso strumentalizzata per legittimare politiche di stampo fondamentalista e oppressivo, ma sul dialogo, sullo sviluppo delle qualità relazionali ed emotive, sulla parità a prescindere dal sesso, sulle forme plurali che le relazioni affettive assumono per conciliare l’amore con l’imprescindibile autonomia e libertà degli individui che lo animano e gli danno corpo. Il riconoscimento delle unioni civili, delle unioni tra omosessuali, il compimento della vittoria del referendum sul divorzio con l’accorciamento dei tempi necessari ad ottenerlo, rappresentano conquiste civili da assicurare alle famiglie italiane, per rispettare la loro verità, e difendere l’inalienabile libertà individuale anche nel campo, fondamentale per la realizzazione personale e morale, delle scelte affettive.

    DELIBERA PER L’ISTITUZIONE DEL REGISTRO DELLE UNIONI CIVILI

    IL CONSIGLIO COMUNALE

    Premesso che il fenomeno del “Unioni Civili”o “Unioni di fatto” può trovare un sicuro fondamento costituzionale negli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione, in quanto l’unione civile non si pone in contrasto con la famiglia così come riconosciuta e garantita dalla Costituzione all’articolo 29, posto che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” e pertanto, nel riconoscere e sottolineare il valore e l’importanza della famiglia non esclude all’evidenza il sorgere o l’esistenza di atti e formazioni sociali (previste e tutelate dall’articolo 3 della Costituzione), le cui finalità siano ritenute meritevoli di tutela e non contrastanti con i principi costituzionali;
    Considerato che già da tempo è stato ritenuto che l’ambito di operatività e quindi di riconoscimento e tutela costituzionale dell’articolo 2 Cost., si estende sicuramente alla fattispecie della “famiglia di fatto” dal momento che, come rilevato dalla Corte Costituzionale, “un consolidato rapporto, ancorché di fatto non appare, anche a sommaria indagine, costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto a riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti, intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.)”(2 – Corte Cost. 18/11/1986, n.237);
    ¬Considerato altresì che, ancorché la creazione di un nuovo status personale non può certamente che spettare al legislatore statale, deve riconoscersi al Comune, in proposito, la possibilità di operare in materia nell’ambito dei principi e delle regole fissate dalla legislazione statale e per le finalità ad esso assegnate dall’ordinamento;
    Rilevato, pertanto, che fermi restando i registri previsti dalla legge e dal regolamento anagrafico, il Comune possa istituire uno o più elenchi per fini diversi ed ulteriori rispetto a quelli propri dell’anagrafe, organizzati secondo dati ed elementi obbligatoriamente contenuti nei pubblici registri anagrafici;
    Considerato, pertanto, che l’iscrizione in tali elenchi particolari non viene affatto ad assumere carattere costitutivo di status ulteriori e quindi riconoscimento di poteri o doveri giuridici diversi da quelli già riconosciuti dall’ordinamento agli stessi soggetti, ma solo un effetto di pubblicità ai fini ed agli scopi che l’Amministrazione Comunale ritiene meritevoli di tutela
    Ritenuta, pertanto, l’opportunità per motivi innanzi espressi di disporre la tutela, presso un apposito ufficio, di un elenco dove iscrivere, seguendo la distinzione operata dalla legge, le persone legate da vincoli non “legati” (matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela) ma solamente da “vincoli affettivi”;
    Visto il parere favorevole di regolarità sotto il profilo intrinseco e formale espresso ai sensi dell’articolo 53 della legge 142/90 e successive modificazioni;

    DELIBERA

    1. Per le motivazioni esposte in premessa ed al fine di consentire il pieno sviluppo della persona umana, di istituire un elenco delle Unioni Civili presso un apposito Ufficio comunale, individuato dalla Giunta entro 30 giorni dalla data di esecutività della presente deliberazione;
    2. Di dare atto che l’elenco di cui è innanzi cenno non ha alcuna relazione o interferenza con i registri anagrafici e di stato civile o alcuna connessione con l’ordinamento anagrafico o di stato civile;
    3. Di fissare i seguenti criteri ai quali la Giunta dovrà attenersi nel regolare la tenuta dell’elenco:
    a) L’iscrizione nell’elenco può essere richiesta da:
    Due cittadini maggiorenni non legate da vincoli di matrimonio, parentela, adozione, tutela, ma da vincoli affettivi o per motivi di reciproca assistenza morale e/o materiale coabitanti da almeno due anni ed aventi dimora abituale nel Comune di Cesena;
    b) Le iscrizioni nell’elenco avvengono solamente sulla base di una domanda presentata congiuntamente dagli interessati all’Ufficio comunale competente e corredata dalla documentazione relativa alla sussistenza dei requisiti sopra indicati;
    c) Il venir meno della situazione di coabitazione e di dimora abituale nel Comune di Cesena o della reciproca assistenza morale e/o materiale produce la cancellazione d’ufficio dall’elenco, la quale avviene altresì dietro richiesta di una o di entrambe le persone interessate;
    d) Per i fini consentiti dalla legge ed alla richiesta degli interessati, l’Ufficio comunale competente attesta l’iscrizione nell’elenco.

    FGR-Romagna

    tratto da http://www.fgr-fc.it/unioni_civili.htm

 

 
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