...misteri e dispiaceri della Finanziaria

Il bilancio del governo generale.
Il bilancio che si discute con la Finanziaria quest’anno non è solo quello dello Stato è il bilancio della finanza pubblica di tutte le amministrazioni, chiamato “governo generale”. Si adempie così agli obblighi comunitari. L’obiettivo per il 2005 e per il triennio sino al 2007 presentato dal ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, è un “bilancio rilevante” per il patto di stabilità di Amsterdam, ed è la somma dei bilanci dello Stato, dei suoi enti (cioè delle Regioni e delle amministrazioni collegate: fra le quali innanzitutto le aziende sanitarie e gli enti locali). Il tetto al deficit per il 2005 è stabilito al 2,7 per cento del prodotto interno lordo. Senza la Finanziaria sarebbe al 4,4. La manovra è di 24 miliardi di euro quasi 50 mila miliardi di vecchie lire: 7,5 miliardi di nuove entrate tributarie mediante recuperi di evasioni e di sottovalutazioni di materia tassabile, 8 di riduzione delle spese, 7 di vendita e valorizzazione (maggiori affitti e canoni) di beni pubblici (in gran parte immobili) e 1,5 di risparmio di interessi dovuto al minor deficit che si è così ottenuto.

I tetti alla spesa. Il Parlamento con la legge finanziaria di solito discute le modifiche al bilancio dello Stato. Questa volta però, il
ministro dell’Economia è andato più in là. Lo può fare?
La risposta è: non solo lo può, ma lo deve fare, perché si tratta di un obbligo costituzionale che discende dal trattato dell’Unione Monetaria. Il problema è se esistono strumenti idonei, nel diritto finanziario italiano, con cui il governo statale può raggiungere questi obbiettivi. Siniscalco ha provato a introdurli. Nella legge finanziaria per il 2005 si stabilisce un tetto generale del 2 per cento alla spesa del bilancio del “governo generale”, con eccezioni per alcune voci dello stato e delle regioni ed enti locali, che hanno tetti maggiori. L’operazione riguarda il bilancio di competenza e quello di cassa. Il risparmio di 8 mila miliardi di spese dipende da questi tetti.

La percorribilità giuridica. Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha chiesto chiarimenti sulle innovazioni proposte da Siniscalco.
Il Parlamento, innanzitutto, con la votazione della legge finanziaria, non modifica solo il bilancio dello Stato nel suo complesso. Ne modifica e approva anche le singole voci.
Quindi non basta avere scritto nell’articolo 2 e 3 della finanziaria che vi è questo tetto, con le sue eccezioni, occorre che, per il bilancio dello Stato, esso venga specificato, per tutte le singole voci a cui si può applicare (non è applicabile a impegni “rigidi”, come le voci di spesa per interessi sui debiti).
E’ sufficiente che la specificazione sia fatta nel testo del disegno di legge, conseguente alla approvazione della finanziaria con cui le sue norme vengono trasfuse nelle tabelle della legge di bilancio, soggette alla approvazione del Parlamento, che riguardano le cosiddette “unità previsionali di base”. Le quali, grosso modo, corrispondono ai bilanci delle varie direzioni generali. I singoli capitoli di bilancio sono in appendice per conoscenza, il Parlamento dopo la riforma Ciampi non li deve approvare.

I bilanci di Regioni ed enti locali. Sinora la legge del “patto di stabilità interno” che impegna regioni ed enti locali a concorrere al rispetto degli impegni di Maastricht, poneva solo dei tetti ai loro saldi di bilancio, adesso si pongono anche alle spese.
Poiché il patto di Amsterdam mira a equilibri strutturali di bilancio non basta guardare i saldi, occorre considerare anche le grandi voci di spesa. Ci si domanda se lo Stato con queste norme leda le autonomie regionali e locali. La risposta è: le lede, ma legittimamente perché in ottemperanza dei trattati europei. Gli enti locali protestano, ma, data la crescita delle loro spese in questi anni, hanno tutti i mezzi per stare dentro questi tetti. E non è sensato che per rispettare i saldi aumentino le aliquote delle imposte loro assegnate come hanno fatto sin qui, particolarmente nel campo degli immobili. Ma non tutti, obiettivamente: Milano ha per lo più evitato scelte simili.

Studi di settore, lavoro autonomo. Gli “studi di settore”
contengono i parametri a cui autonomi e piccole imprese debbono attenersi nelle loro dichiarazioni per le imposte dirette. Questi “studi” negli ultimi anni non erano stati aggiornati. Ma i ricavi dei commercianti e dei prestatori di servizi di vario genere sono aumentati, in particolare dopo l’euro. Mentre i lavoratori dipendenti, che hanno subito tali rincari, pagano le imposte sul loro reddito effettivo, aggiornato automaticamente sulla base delle buste paga e le imprese pagano sull’utile di bilancio, non un forfait fisso.
Sarà possibile fare concordati con il fisco riguardanti il reddito tassabile nel triennio, risultante dagli studi di settore aggiornati. In sé questa tecnica degli studi di settore è discutibile. Lo dimostra il fatto che Francesco Forte, ministro delle Finanze negli anni Ottanta introdusse il registratore di cassa (l’editorialista della Stampa Ferruccio De Bortoli attribuisce a Bruno Visentini questa innovazione, ma lui si è limitato a abilitare i registratori della Olivetti) perché le basi imponibili debbono essere un dato vero, non medio, forfettario e corporativo. Ma dato che ci sono gli studi di settore, la soluzione adottata è la meno peggio. La materia da recuperare è tanta. L’obiettivo di gettito è realistico.

Manette agli evasori? E’ stato introdotto il reato di “omesso versamento di ritenute certificate”, punito da sei mesi a due anni: chi froda il fisco omettendo di versare all’erario le ritenute che ha fatto sui pagamenti a lavoratori o ad autonomi, per loro compensi, sarà punito per un reato specifico. Le “ritenute certificate” vanno allegate al bilancio e chi omette il loro versamento compie anche un falso in bilancio capace di danneggiare i lavoratori, che non si trovano queste trattenute nei conteggi per la pensione e per la liquidazione. Non si capisce lo sdegno per questa norma da parte delle stesse “vestali” che criticano Berlusconi per le leggi sul falso in bilancio.
Infrastrutture. La spesa in bilancio per l’attuazione della legge obbiettivo relativa alle grandi infrastrutture è stata limitata per il 2005 a 450 milioni di euro. E’ augurabile che, con il permesso di ecologisti e sindaci dei piccoli comuni ostili alle opere, si possa riuscire a spendere l’intera cifra. Le infrastrutture in gran parte si finanziano sul mercato con la tecnica del cosiddetto “project financing”, cioè con prestiti coperti dai futuri introiti, che per autostrade e acquedotti sono molto elevati.

Parole straniere. Luca di Montezemolo ha chiesto a Siniscalco “come si traduce collegato in inglese”. Voleva rifarsi di un’osservazione: la sua “concertazione” è una parola che non esiste in inglese. Il ministro gli ha risposto: si traduce con “tax reform”. Probabilmente intendeva dire: “taglio delle tasse”.
Il problema non è la traduzione in inglese è la copertura della manovra: 6 miliardi di euro.

da il Foglio del 5 ottobre

saluti