“Prove di lotta di classe nel Vicino Oriente”

di Maurizio Musolino *

Prove di lotta di classe nel Vicino Oriente. E’ quanto accade in quella regione, martoriata da conflitti e occupazione, seppur nel più completo silenzio della stampa nostrana. E’ di questi giorni la notizia che in Israele, la “democratica Israele”, i lavoratori stranieri, in particolare quelli impegnati nei settori agricoli, sono sottoposti a vessazioni e ad uno sfruttamento senza eguali che li obbliga a vivere in condizione di assoluta indigenza.

Ad affermarlo questa volta non sono i soliti “amici dei terroristi”, palestinesi o filo-palestinesi, bensì una stimata organizzazione non governativa israeliana che da anni si occupa della tutela dei diritti dei lavoratori sia in Israele che nei territori palestinesi occupati nel 1967. L’Ong in questione si chiama Kav Laoved e una settimana fa ha presentato alla Knesset, il parlamento di Israele, un rapporto dettagliato su questo argomento.

Sfogliando il rapporto la prima cosa che balza agli occhi è il fatto che la quasi totalità dei lavoratori del settore agricolo, oltre il 90 per cento, supera gli orari massimi previsti per legge senza ricevere nessuna retribuzione per lo straordinario fornito. Ne viene fuori un mondo privo di regole, basato su di uno sfruttamento selvaggio e sulla totale assenza di diritti per questa manodopera.

Una manodopera che arriva in maggior parte dai paesi orientali, dopo che negli anni passati si è con la forza dell’ingiustizia penalizzata quella proveniente dai territori palestinesi occupati. Tantissimi ad esempio i thaylandesi che dopo aver dovuto pagare somme fra gli 8 e i 12 mila euro per lavorare in Israele si trovano oggi ricattati: da una parte la mannaia dei licenziamenti, dall’altra il dover restituire le somme che hanno chiesto in prestito per iniziare la loro disavventura nel paese con la Stella di David.

Uomini e donne in completa mercè dei grandi proprietari ebrei. E’ utile ricordare che in teoria in Israele la pratica dell’intermediazione del lavoro sarebbe illegale, ma che questa è regolarmente messa in pratica nella più completa complicità delle autorità competenti e dello stato di Israele. Il denaro versato dall’immigrato per poter lavorare è normalmente diviso fra i reclutatori che operano nei paesi di origine e i mediatori che si occupano di collocarli nelle campagne israeliane.

La pubblicazione del rapporto di Kav LaOved è avvenuta inoltre negli stessi giorni in cui montava una campagna di protesta degli agricoltori israeliani che contestano allo Stato di limitare il numero dei permessi di ingressi per i lavoratori stranieri.

Fatti lontani eppure nelle loro dinamiche tanto vicini a noi, se si pensa che in Italia i primi a chiedere regolarizzazioni e ampliamento delle quote d’ingresso sono stati in questi anni proprio i vari “capitani” di industria e per loro la stessa Confindustria.

Ma torniamo alle condizioni di vita di questi lavoratori. Una agenzia partner delle Nazioni Unite, Irin, ha ad esempio rilevato come in alcune fattorie i lavoratori sono stati obbligati a vivere in containers all’interno dei depositi adibiti allo smaltimento di alcuni prodotti. Una pratica questa non rarissima, che tiene i lavoratori in condizioni di vera e propria schiavitù e che viene regolarmente messa in atto quando insorgono fra i migranti problemi per saldare la quota “d’ingresso”.

Altre violazioni riguardano gli orari di lavoro, massacranti, e i riposi mensili, spesso ridotti ad un solo giorno. Su tutto però parlano le cifre degli incidenti sul lavoro, quelle dichiarate: tassi che superano il 10 per cento per i lavoratori feriti, una cifra enorme anche qui da noi.

Non migliori sono le condizioni dei lavoratori nelle città. Qui il numero di stranieri è ridotto, la maggior parte impiegati nelle case come colf o badanti e nel campo delle costruzioni. Tanti tantissimi provenienti dall’Europa orientale e sempre dall’oriente estremo.

Anche per loro i diritti sono spesso una chimera ed oggi i salari – colpevole la crisi economica? – si sono notevolmente ridotti tanto da indurre molti di loro a tornare alle loro case di origine.

La prevenzione e la sicurezza sul lavoro sono parole sconosciute in settori che vivono una concorrenza spietata. Ma non meglio va ai lavoratori con nazionalità israeliana, o meglio a quanti fra questi provengono da paesi arabi o da regioni povere. In effetti seppur ebrei, queste persone – riconoscibili

spesso per il colore della loro pelle – sono relegate ai lavori più umili e sottopagati. Basta fare un giro per Tel Aviv per notare come gli addetti alle pulizie delle strade sono tutti scuri di pelle come anche i camionisti… un elenco che potrebbe tranquillamente continuare.

Israele sta infatti vivendo una crisi economica durissima, non tutta dipendente da quella mondiale. Ci sono infatti dei fattori peculiari del Paese ebraico, che da anni destina alle spese militari e di difesa gran parte del proprio bilancio penalizzando stato sociale e diritti.

Del resto nei mesi scorsi il paese è stato attraversato da scioperi pesantissimi, specie della Funzione pubblica, per rivendicare salari e tutele oggi ai minimi.

Ma il problema dell’attacco ai diritti del lavoro, ad iniziare da quelli degli elementi più deboli gli immigrati, non è un problema solo israeliano. Dal Libano ad esempio arriva proprio in questi giorni, riportata dal sito Osservatorio Iraq, la notizia del suicidio di quattro lavoratrici domestiche straniere nelle ultime due settimane.

Una notizia che nel Paese dei cedri ha riportato a galla il tema delle condizioni, terribili, in cui queste persone sono costrette a lavorare. Secondo quanto reso noto dal quotidiano Nowlebanon, le quattro donne, tutte etiopi, si sono tolte la vita per sfuggire agli abusi di cui erano vittime. Le lavoratrici, scrive la testata online, “sono divenute prigioniere di una condizione di brutalità che le ha portate alla morte”.

Una denuncia verso il governo libanese arriva da Human Rights Watch (Hrw), l'organizzazione internazionale per i diritti umani che già nei mesi scorsi aveva denunciato il forte aumento dei suicidi tra colf e badanti straniere in Libano. “Queste morti sono solo la punta dell'iceberg”, ha affermato Nadim Houry, responsabile locale di Hrw, precisando che “si tratta solo della manifestazione più drammatica di innumerevoli violazioni di diritti umani”.

All’origine della drammatica condizione delle lavoratrici straniere in Libano ci sono abusi fisici e verbali, turni di lavoro massacranti, divieto assoluto di lasciare l'abitazione in cui lavorano, sequestro del passaporto e salari miseri.

Non meno dura è la condizione dei lavoratori stranieri impegnati nel campo edile, oggi come ieri settore trainante dell’economia libanese. Anche qui turni massacranti e completa assenza di regole e diritti obbligano i lavoratori ad una condizione di vita miserrima. Anche qui negli ultimi anni si è assistito all’espulsione in massa dei lavoratori siriani per soppiantarli con quelli provenienti dall’Iraq e dall’Oriente. Una realtà visibile facilmente girando per le strade limitrofe ai campi palestinesi di Shatila e di Bourj al barajn. Anche qui non meno pesante è la condizione dei lavoratori libanesi impegnati nei settori statali. Paghe bassissime limitano il loro potere d’acquisto e obbliga la popolazione libanese ad una sorta di economia parallela, essenziale per la sopravvivenza. Il tutto in un contesto sempre di sfarzi e di ostentazione massima delle ricchezze da parte di un settore estremamente minoritario.

Un elenco che potrebbe continuare con esempi simili parlando di Egitto o di come la manodopera straniera viene trattata nei paesi del Golfo, sempre sotto il ricatto dell’espulsione coatta.

* responsabile Medio Oriente del Dip. Esteri PdCI


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