Si sa che Karl Marx aveva gli ebrei in notevole antipatia, nonostante avesse dei famosi rabbini fra i suoi antenati. Il suo saggio sulla questione ebraica contiene alcune fra le espressioni più spiacevoli che siano mai state dette sugli ebrei. È quindi una sorpresa leggere un articolo dove traspare una qualche simpatia per gli ebrei. Si tratta di un articolo su Gerusalemme scritto nel 1854, in occasione dello scoppio della guerra di Crimea, originata fra l’altro da dispute sulla custodia dei luoghi santi nella chiesa del Santo Sepolcro, per il New York Daily Tribune, allora il più importante giornale progressista degli Stati Uniti.
Dopo aver descritto la complessa composizione etnica e religiosa dell’impero ottomano, Marx comincia la descrizione della popolazione ebraica di Gerusalemme, dicendo che i residenti di Gerusalemme ammontano a 15.500 anime, di cui 8.000 ebrei, 4.000 arabi e 3.500 cristiani. Chiarisce quindi che la maggioranza degli abitanti sono ebrei, e che i musulmani non sono un gruppo omogeneo, dato che comprendono turchi, arabi e mori, così come i cristiani che comprendono greci, latini, armeni e protestanti.
Marx continua descrivendo la comunità ebraica. Nulla uguaglia la miseria e le sofferenze degli ebrei di Gerusalemme, che abitano il quartiere più sporco della città, fra Sion e Moria. In una insolita espressione di simpatia per gli ebrei, dice “Gli ebrei sono oggetto di una costante oppressione e intolleranza da parte dei musulmani, di insulti da parte dei greci, di persecuzione da parte dei latini, e vivono solo delle povere elemosine trasmesse dai loro fratelli europei. Vivono a Gerusalemme perché vogliono essere vicini alla valle di Giosafat e vogliono morire vicini al luogo della redenzione. Attendendo la morte, soffrono e pregano, volgendo lo sguardo al monte Moria, dove una volta sorgeva il Tempio e a cui non hanno il coraggio di avvicinarsi, e spargendo lacrime sulle disgrazie di Sion e sulla sua dispersione nel mondo”.
Quanto sopra è il riassunto di un articolo pubblicato recentemente sul Jerusalem Post da Shlomo Avineri, professore di scienze politiche all’Università Ebraica e membro di un comitato internazionale che ha pubblicato a Amsterdam un’edizione completa delle opere di Marx e Engels. Avineri aggiunge un aneddoto personale: “Nel 1976 ero direttore generale del ministero degli esteri, e ero alla testa della delegazione israeliana all’assemblea generale dell’Unesco che si teneva a Nairobi. A quel tempo Israele era praticamente al bando dall’Unesco a causa delle accuse arabe, appoggiate dal blocco sovietico, di “ebraicizzare” Gerusalemme. Per rispondere a queste accuse, citavo brevemente l’asserzione di Marx che vi era una maggioranza ebraica a Gerusalemme a metà del diciannovesimo secolo, prima ancora della nascita del sionismo. […] Ne seguì una scena che sarebbe piaciuta a Fellini. Il delegato sovietico chiese immediatamente il diritto di rispondere, e mi accusò di falso dicendo che Marx non aveva mai scritto una cosa del genere. A mia volta rispondevo esibendo l’edizione moscovita delle opere di Marx, pubblicate dalla Editrice Sovietica in Lingue Straniere, e affermavo di essere sicuro che il delegato sovietico non voleva dire che una pubblicazione ufficiale sovietica falsificava Marx. […] Ne seguì una risata generale dell’assemblea. Alla sera, a un ricevimento in una ambasciata, fui avvicinato dal capo della delegazione cinese, che si presentò tramite un interprete, e, senza porgermi la mano, mi disse: “Certo non siamo d’accordo con le sue affermazioni, ma ci fa sempre piacere che qualcuno citi Marx alla delegazione sovietica”.
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