Per Togliatti era «desolante» De Gasperi invece lo stimò come «brava persona»
La notte di giovedì 15 settembre 1904, nel castello piemontese di Racconigi, nasce il primogenito maschio del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena: Umberto, destinato a salire al trono alla vigilia del referendum istituzionale con il nome aulico di Umberto II e di passare alla storia con quello malinconico di «re di maggio».
....(..).... i giudizi sulle sue capacità politiche sono contrastanti: a Mussolini non dispiace, perché lo considera inetto e quindi innocuo; Togliatti lo definisce «molto cortese, ma di una disperazione desolante», De Gasperi lo giudica invece «una gran brava persona». Gli storici sono ancora più divisi. Secondo Arturo Carlo Jemolo, Umberto porta la responsabilità di non aver saputo rinnovare l’immagine della monarchia; all’opposto Denis Mack Smith, uno degli storici più severi e ingenerosi verso la dinastia sabauda, parla di lui come del «migliore tra i Savoia re d’Italia».
Nel centenario della sua nascita non sembra esservi particolare attenzione per il personaggio (tra le poche iniziative, ricordiamo un convegno che si terrà a Roma sabato 18 settembre - alle 10 - nella sala protomoteca del Campidoglio, con la relazione di Aldo A. Mola significativamente intitolata «Il temporeggiatore»): sconfitto dal voto del 2 giugno 1946 e confinato sino alla morte (avvenuta nel 1983) in un esilio silenzioso e lontano.
Non è questa la sede per una rilettura della biografia di Umberto, così strettamente legata alla storia d’Italia nei suoi anni più convulsi: c’è tuttavia un aspetto della vita politica del Re di maggio che viene abitualmente dimenticato e che merita invece attenzione.
I risultati del referendum istituzionale sono lenti ad arrivare in un’Italia dove le linee telegrafiche sono ancora devastate dalla guerra e l’afflusso dei dati procede a fatica. Più tempestivi a giungere, il 3 e il 4 giugno, sono i risultati del Meridione e per due giorni la monarchia appare in vantaggio, tanto che De Gasperi invia al ministro della Real Casa Falcone Lucifero un biglietto scritto a mano commentando che «rebus sic stantibus» è improbabile una vittoria della Repubblica. Nella notte tra il 4 e il 5 giugno giungono però, massicci, i dati del Centro-nord e la situazione si capovolge: 90% di voti repubblicani a Ravenna, 85% in Trentino, oltre il 60% a Torino.
Nel tardo pomeriggio del 5, il ministro degli Interni Giuseppe Romita ufficializza la vittoria della Repubblica.
A Napoli, una città che si è espressa per la monarchia con il 79,9% e dove i giornali locali del 4 giugno hanno preannunciato la vittoria monarchica, le dichiarazioni di Romita scatenano la sollevazione. Manifesti firmati dal «Movimento separatista del Mezzogiorno» invitano alla secessione e alla rifondazione del Regno delle Due Sicilie; dappertutto comizi e manifestazioni.
Il ricorso presentato alla Corte di cassazione perché la Repubblica avrebbe ottenuto la «maggioranza dei voti validi» e non la «maggioranza degli elettori votanti» come previsto dal decreto istitutivo del referendum aumenta la tensione, tra accuse di brogli e di congiure. La febbre sociale cresce: undici morti e un centinaio di feriti a Napoli negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, tafferugli in molte altre città del Sud. L’Italia appare sull’orlo di una nuova guerra civile che spaccherebbe geograficamente in due il Paese. Stretto fra le pressioni contrapposte di chi, come De Gasperi e le autorità angloamericane, lo invita ad abbandonare l’Italia e chi, come i monarchici intransigenti, lo sollecita a rimanere e a cavalcare la protesta, Umberto II antepone gli interessi del Paese a quelli della dinastia e il 13 giugno si imbarca a Ciampino su un quadrimotore che lo porterà in Portogallo: il «temporeggiatore», che negli anni del Ventennio e della guerra si è appiattito sulle posizioni del padre Vittorio Emanuele III, nel momento più difficile dimostra di saper fare la scelta giusta.
Se questo nulla toglie alle responsabilità degli ultimi Savoia nella drammatica storia d’Italia del ’900, vale però a ricondurre il re di maggio in una prospettiva di giudizio meno severa e più obiettiva.
Il Corriere della Sera
15 9 2004
Il Corriere della Sera finge di non ricordare uno dei più interessanti giudizi su Umberto Luogotenente Generale del Regno: quello di Churchill. Nelle sue memorie, il Primo Ministro inglese così si esprime: «All’Ambasciata Inglese a Roma incontrai per la prima volta il Principe Umberto, che era allora Luogotenente Generale del Regno, il Capo effettivo dello Stato e Comandante delle Truppe Italiane combattenti. La sua brillante e interessante personalità, la sua completa comprensione di tutta la situazione, militare e politica, mi diede un senso di vivo compiacimento e maggiore fiducia di quanta me ne avevano dato le conversazioni con i vari rappresentanti dei partiti politici. Io sperai vivamente che egli potesse avere una parte importante nella creazione di una Monarchia Costituzionale in un’Italia libera, forte e unita».




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