Gerusalemme. Niente da fare, da tre mesi è pollice verso, eppure lui, il premier israeliano Ariel Sharon, non si arrende, e cerca una via d’uscita dalle nebbie che sono calate sul quadro politico israeliano.
Ieri il suo fedele ministro della Difesa, Shaul Mofaz, ha bussato alla porta del leader spirituale degli ultraortodossi, il rabbino Ovaia Yosef, per convincerlo a sostenere il piano di disimpegno da Gaza. Risparmia vite israeliane, questo l’argomento, per sollecitare una benedizione che faciliterebbe le trattative con il partito degli ultraortodossi, lo Shas.
Parallelamente, dall’ufficio del premier sono partite molte chiamate in direzione della sede del partito laburista. Una canale di trattative per ora segreto, perché la direzione del Likud ha approvato due mesi fa una mozione che vieta a Sharon di allargare la coalizione al partito di Shimon Peres.
Il premier ha anche incontrato il leader dello Shinui, Tommy Lapid. Gli ha spiegato perché è contrario a un referendum: la vittoria è tutt’altro che certa ed elezioni anticipate non cambierebbero nulla. Manovre che non convincono la maggioranza dei columnist israeliani. Le quotazioni di Sharon sulla stampa sono calate, dopo la bocciatura dell’altro ieri alla Knesset.
Un voto simbolico, ma è la prima volta che il Parlamento israeliano respinge il discorso programmatico di un primo ministro.
E ieri un nuovo passo falso.
Il governo è stato costretto a ritirare la richiesta di un finanziamento aggiuntivo per compensare i coloni in odore di evacuazione, dopo che era apparso evidente che il disegno di legge non aveva la maggioranza nella commissione Finanze. Scacco matto o vittoria di Pirro?
La partita è ancora aperta. Ma la politica israeliana somiglia sempre di più al tavolo verde sul quale vengono calate le carte da poker.
Il giorno della verità è già fissato.
Il 25 ottobre il piano di Sharon sarà messo ai voti in Parlamento. Il premier ha due settimane per trasformare l’ultima sconfitta in una rivincita.
Anche i suoi oppositori riconoscono ad Ariel Sharon grandi doti di tattico. Ma per evitare il ricorso alle urne deve trovare i voti. Che gli verranno soltanto se riuscirà a formare una nuova grande coalizione. Dentro quel che gli resta del Likud, i laburisti, lo Shas e Shinui. Ci vorrebbero poteri da alchimista. Ognuno dovrebbe ingoiare pillole amare.
Il liberista Benyamin Netanyahu deve convivere con il suo più acerrimo nemico, Amir Peretz, leader di un sindacato vecchio stampo, che condiziona la linea di politica economica del Partito laburista.
Il laico Lapid, fautore di una legge sul matrimonio civile, deve coesistere con lo Shas, custode della tradizione ultraortodossa e del potere rabbinico.
“Bisogna rispettare Sharon – dice al Foglio il direttore di Maariv, Amnon Dankner – Ha compiuto una coraggiosa inversione di marcia. E’ sempre un’esperienza drammatica quando si è costretti a un bagno di realtà e si abbandona la propria visione, il sogno di una vita. Ma ciò che gli si può rimproverare, è non aver completato la svolta. Troppo poco, troppo tardi”.
Eppure, anche indebolito dagli errori commessi negli ultimi tre mesi, Sharon non ha ancora calato tutti le sue carte.
Oggi respinge il ricorso alle urne. Ma se le sue truppe fossero ancora minoritarie prima della battaglia finale, potrebbe ancora decidere di fare appello al popolo sovrano: sia accettando la sfida dei coloni, un referendum nazionale sul piano di disimpegno, sia convocando elezioni anticipate.
Per Sharon questa è l’ultima battaglia. La più importante. La più difficile. Ogni primo ministro che in anni recenti ha tentato di portare a compimento piani politici è stato sconfitto.
Da Shimon Peres, a Netanyahu, a Ehud Barak .
Ora la storia sembra ripetersi. Gli affannosi tentativi di Sharon di mettere assieme le tessere impazzite del quadro politico israeliano somigliano così tanto a quelli vani compiuti da Barak prima dello scacco matto.
Ma forse, proprio per questo, il finale di partita potrebbe essere diverso.
Sharon combatterà fino all’ultima mossa. Con la consapevolezza che nelle circostanze attuali è l’unico che ha una chance di fare un coraggioso passo nella giusta direzione.
saluti




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