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Discussione: Accettare....

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    Predefinito Accettare....

    …il matrimonio gay?

    Nel giro dei prossimi due o tre anni la Corte Suprema darà certamente il suggello a una serie di sentenze delle Corti di Stato, creando un diritto costituzionale nazionale al matrimonio omosessuale. L’attuale campagna della Corte per normalizzare l’omosessualità […] lascia pochi dubbi sul fatto che la Corte abbia preso la decisione di concedere il diritto al matrimonio omosessuale. Questa è soltanto una delle molte débâcle culturali che ci hanno fatto subire dei giudici che non obbediscono alla legge bensì ai propri capricci. Ma il caso presente avrà un valore simbolico. Come esempio di incontinenza giudiziaria eguaglierà la sentenza Roe vs. Wade (che nel 1973 legalizzò l’aborto) e infliggerà un colpo durissimo e probabilmente fatale a due già danneggiate ma indispensabili istituzioni: il matrimonio e il regno della legge nella interpretazione costituzionale.
    La disfatta potrebbe essere più sottile ma anche più diffusa di così. Una decisione di questo genere convaliderebbe, nel modo più profondo, quello spirito anarchico di estrema autonomia personale e di gruppo che rappresenta la forza trainante di buona parte della nostra decadenza culturale. Chiamatelo come volete: caos morale, relativismo, postmodernismo; ma concetti estremi di autonomia pervadono già la nostra cultura, indipendentemente da qualsiasi aiuto che possano ricevere dalle corti di giustizia. Ma l’approvazione giuridica, che è considerata da buona parte del pubblico come la sanzione di una verità al contempo morale e legale, rende ancora più difficile opporsi alla mentalità del tutto è concesso. Il principio che sta alla base dell’autonomia radicale è sostanzialmente illimitabile. Così, il giudice Byron White, il senatore Rick Santorum e William Bennett hanno sostenuto che i motivi addotti per giustificare il matrimonio omosessuale offrirebbe la medesima giustificazione ai matrimoni di gruppo, all’incesto e a qualsiasi altra immaginabile disposizione sessuale.
    Questo è senza dubbio il significato, nella misura in cui un significato è discernibile, dell’imperialistico “misterioso passaggio” articolato per la prima volta da tre giudizi in difesa del diritto all’aborto e ripetuto nell’opinione di maggioranza per creare un diritto alla sodomia omosessuale: “La nostra legge garantisce protezione costituzionale… alle scelte più intime e personali che un individuo possa fare nella sua vita; scelte di importanza fondamentale per la dignità e l’autonomia personale, ed essenziali per la libertà protetta dal XIV Emendamento. Al centro della libertà (garantita dalla Costituzione) sta il diritto di definire la propria concezione dell’esistenza, dell’universo e del mistero della vita umana”. Leggendo queste parole viene da chiedersi che cosa rimanga da fare per i legislatori, visto che ogni individuo diventa in questo modo una nazione sovrana.
    La sola autentica speranza per fermare l’impulso dei giudici a rendere costituzionale il matrimonio omosessuale sta nell’adozione di un emendamento alla Costituzione. […]
    Tenendo conto del fatto che la posta in gioco sull’esito del tentativo di adottare il Federal Marriage Amendment (FMA) è così alta, stupisce che moltissimi conservatori sociali abbiano espresso la loro opposizione. Sebbene siano persone per le quali ho la massima considerazione, ritengo che, in questo caso, si stiano sbagliando. Il loro errore, mi sembra, deriva da un costituzionalismo conservatore che, per quanto lodevole in passato, è ora diventato, sfortunatamente, obsoleto. Walter Bagehot, parlando della Costituzione inglese nel XIX secolo, disse: “Eredi di una costituzione storica, i suoi sudditi ripetono frasi che erano vere ai tempi dei propri padri e che da questi stessi padri sono state inculcate nelle loro menti, ma che oggi non valgono più”. La stessa cosa vale per noi. […]
    Oggi il costituzionalismo conservatore vuole far rivivere lo spirito originario della Costituzione per restaurare l’ordine costituzionale e il governo rappresentativo. Se ciò richiede un emendamento della Costituzione per ricordare ai giudici la loro vera funzione, così sia. Non c’è altro mezzo disponibile per salvare, o meglio ancora per restaurare, un forma repubblicana di governo.
    Gli editorialisti conservatori George F. Will e Charles Krauthammer, tuttavia, mi sembrano un esempio perfetto della massima di Bagehot. Will ha scritto che “emendare la Costituzione per definire il matrimonio come un vincolo tra uomo e donna sarebbe una decisione insensata per due ragioni. La costituzionalizzazione della politica sociale è in generale un abuso della legge fondamentale. E sarebbe particolarmente imprudente porre fine alla responsabilità statale per la legge matrimoniale proprio quando abbiamo bisogno di quel genere di segnali che possono essere generati permettendo agli Stati di diventare laboratori di politica sociale”. Quanto all’insensatezza di inserire la politica sociale nella Costituzione, è opportuno replicare che la stessa Costituzione può essere considerata un’espressione concreta della politica sociale, e senza dubbio alcune parti della Carta dei Diritti (come quella che garantisce la libertà di religione) fanno esattamente questo. Il vero problema della posizione di Will, tuttavia, sta nella sua nozione che agli Stati sarà permesso di diventare dei laboratori di politica sociale. Non sarà affatto così; la Corte Suprema, come nel caso Roe vs. Wade, sostituirà semplicemente le politiche sociali di tutti gli Stati con la propria politica. […]
    Il Federal Marriage Amendment impedirebbe questo esito praticamente certo. Invece di una sperimentazione in ogni Stato, avremo una regolamentazione uniforme e univoca: o la legalizzazione del matrimono omosessuale in tutta la nazione o la sua altrettanto generale proibizione. La scelta è per l’appunto così drastica, e i giudici ci stanno costringendo a prenderla.
    Charles Krauthammer è d’accordo sul fatto che “non esite la minima possibilità che la Corte Suprema appoggi il Defense of Marriage Act (approvato dal Congresso durante la presidenza Clinton ndr.). Ciò nondimeno voterebbe “probabilmente contro l’emendamento perché per me la santità della Costituzione oltrepassa qualsiasi altra cosa, persino il matrimonio”.
    Sarebbe un’osservazione appropriata se non fosse già troppo tardi per preoccuparsi della santità del documento che la Corte Suprema sta facendo a pezzi da ormai cinquant’anni.
    Di certo i diktat della Corte, che sono essi stessi profondamente incostituzionali, non sono sacri. Nella situazione attuale, la “santità della Costituzione” è una coltre di fumo dietro la quale si nasconde l’attivismo giudiziario. Prendere l’iniziativa con strumenti autenticamente costituzionali per impedire ancora un altro travestimento costituzionale è il segno di un rispetto per la Costituzione ben maggiore che non fare niente mentre un manipolo di giudici incide nelle tavole della legge i capricci della classe d’élite per la quale lavora. Un emendamento che impedisse un caso di saccheggio giudiziario rappresenterebbe almeno una scelta democratica, anzi, la scelta di una supermaggioranza, data la necessità di un voto dei due terzi in entrambe le Camere del Congresso e poi di una ratifica da parte dei tre quarti degli Stati. […]
    Emendare la Costituzione degli Stati Uniti per salvare il matrimonio, e la stessa Costituzione, dal saccheggio di giudici pirati sarebbe estremamente difficile già in circostanze favorevoli, ma è reso ancora più arduo dalla domanda che moltissime persone fanno:
    “Perché mi dovrebbe riguardare il matrimonio omosessuale? Per quale motivo ciò che gli omossessuali fanno dovrebbere preoccupare me o chiunque altro?”. La risposta è che le conseguenze del matrimonio omosessuale ci riguardano direttamente, così come riguardano i nostri figli e i nostri nipoti, nonché la moralità e la salute della società in cui viviamo.
    Alcuni studi sugli effetti del matrimonio omosessuale in Scandinavia e Olanda condotti da Stanley Kurtz (di cui Il Foglio ha dato notizia, ndr) suggeriscono perlomeno l’ipotesi che, quando le élite laiche organizzano una potente (e alla fine vittoriosa) campagna per il matrimonio omosessuale, il matrimonio tradizionale viene svalutato e finisce per essere considerato semplicemente come una delle tante possibili unioni sessuali. Il legame simbolico tra matrimonio, procreazione e famiglia viene spezzato e si verifica una rapida e costante riduzione dei matrimoni eterosessuali. Si formano famiglie di coppie conviventi, le quali si frantumano molto più frequentemente delle coppie sposate, lasciando i bambini in famiglie di un solo genitore. E’ provato che i bambini cresciuti in famiglie di questo tipo cadono più facilmente nel crimine e nella droga, e creano a loro volta relazioni di coppie instabili. Si tratta di patologie che riguardano la comunità nel suo complesso.
    Il matrimonio omosessuale sarebbe un danno per gli individui anche sotto altri aspetti. Ponendo sullo stesso piano l’eterosessualità e l’omosessualità, e rimuovendo gli ultimi brandelli di condanna morale nei confronti delle coppie omosessuali, farebbe aumentare il numero degli omosessuali. Particolarmente esposti sarebbero i giovani che, ancora incerti e confusi sulla loro sessualità, potrebbero essere attratti da una vita come omosessuali. Malgrado l’uso della parola “gay”, per molti omosessuali la vita non è affatto gaia. Disturbi fisici e psicologici sono molto più diffusi tra gli omosessuali che tra gli eterosessuali. Il numero di tentati suicidi, persino nei paesi con un atteggiamento favorevole nei confronti degli omosessuali, è tre o quattro superiore. Sebbene gli attivisti affermino spesso che gli elevati livelli di stress nella popolazione omosessuale siano causati dalla disapprovazione della società, lo psichiatra Jeffrey Satinover ha sottolineato che nessuna ricerca conferma questa tesi. La compassione, se non altro, dovrebbe esortarci a evitare le conseguenze che derivano necessariamente dal considerare l’omosessualità una cosa normale e accettabile.
    C’è, infine, molta incertezza sulle forme precise di unioni sessuali che deriverebbero dalla concessione del matrimonio omosessuale. Per citare le parole di William Bennett: “Si può dire ciò che si vuole, ma non esiste nessuna ragione di principio in base alla quale i sostenitori del matrimonio omosessuale possono opporsi al matrimonio fra due fratelli consenzienti. Né possono persuasivamente spiegarci perché dovremmo negare una licenza di matrimonio a tre uomini che vogliono sposarsi tra di loro. O ad un uomo che vuole essere poligamo. O a un padre che vuole sposare la sua figlia adulta”. Molti considerano queste ipotesi ridicole, ritenendo che nessuno desidera un matrimonio di gruppo. La verità è che alcune persone lo desiderano, e che premono perché sia accettato. La stravaganza di queste cose non garantisce affatto che non diventeranno mai concrete possibilità o realtà in un futuro non troppo distante. Dieci anni fa, l’idea di un matrimonio tra due uomini sembrava assurda, qualcosa di cui non avremmo dovuto minimamente preoccuparci. Con il matrimonio omosessuale si oltrepassa una linea, e una volta separata questa linea non ce ne sarà più nessuna per distinguere una sessualità morale da una sessualità immorale.
    Viviamo in un periodo di profonda confusione morale sul sessualità e in particolare sulla omosessualità. Consideriamo soltanto questo esempio: la Chiesa cattolica viene aspramente criticata per avere affidato a degli omosessuali la responsabilità dei ragazzi mentre i Boy scout sono attaccati per non avere fatto esattamente la stessa cosa. […]
    L’approvazione del Federal Marriage Amendment merita davvero l’energia e il rischio politico dei nostri uomini politici, soprattutto quando potrebbe essere benissimo una battaglia persa?
    I conservatori sociali, osserva Max Boot, hanno combattuto e perso battaglie culturali per anni e anni. E’ un fatto ovvio, ma l’esortazione a riconoscere la nostra sconfitta sul tema del matrimonio omosessuale e di dedicarci ad altre questioni è un cattivo consiglio. A me sembra una questione di assoluta importanza, che è necessario combattere, quali che siano le possibilità di vittoria. Qualcuno può considerare in questo caso una ritirata una buona strategia, ma questo sarebbe vero soltanto se esistesse una linea più difendibile sulla quale trincerarsi. Ma è difficile trovare questa linea. La sinistra, compresi gli attivisti omosessuali, continueranno a chiedere sempre di più. La Bbc, come preannuncio di ciò che avverrà, ha ordinato ai suoi dipendenti di non usare le parole “marito” e “moglie”, perché questo potrebbe dare l’impressione che il matrimonio tradizionale sia preferito ad altre forme di unione sessuale. In Canada, un pastore è stato citato in giudizio per avere pubblicato passi della Bibbia in cui l’omosessualità era disapprovata. […]
    La Chiesa cattolica diventerà un ovvio obiettivo per gli attacchi, come è già avvenuto in California, dove la Corte Suprema dello Stato ha stabilito che gli istituti di beneficienza cattolici dovevano garantire la copertura per i farmaci contraccetivi nei programmi di assicurazione sanitaria dei propri dipendenti.
    Perciò, il consiglio di Boot di mollare e ritirarsi trascura il fatto che ci sono sempre meno luoghi dove ritirarsi. La spinta al degrado culturale non ci lascerà mai in pace. Boot potrà anche avere ragione quando sostiene che l’appoggio dei repubblicani a un emendamento sul matrimonio farà apparire “intollerante” il partito alle soccer mom, le cui opinioni su questo tema saranno presto altrettanto liberal di quelle dell’élite. Ma, se questo è vero, significa che perderemo tutte le prossime battaglie culturali, in quanto le soccer mom seguono l’opinione dell’élite. Se, per questo motivo, i repubblicani si rifiutassero di combattere battaglie culturali, apparirebbero codardi agli occhi dei conservatori, cosa che sarebbe per noi altrettanto disastrosa. Sarebbe meglio cercare di convincere le soccer mom del fatto che non sarebbero affatto felici se i loro figli e nipoti invece di sposarsi andassero a coabitare o, peggio ancora, decidessero di “sposare” una persona dello stesso sesso.
    Infine, è opportuno considerare che una vigorosa campagna a favore del Federal Marriage Amendment potrebbe avere un effetto salutare sul corpo giudiziario americano. I dibattiti, vinti o persi, possono anche stimolare la gente a raggiungere una visione più realistica delle Corti. Come ha scritto William F. Buckley Jr. in un’altra occasione, “Il pubblico – sotto la guida dei suoi leader morali e intellettuali – viene addestrato, quanto alla interpretazione della Costituzione fornita dalla Corte Suprema, ad accettare le sue sentenze come oro colato”. Così, un emendamento costituzionale “stabilito contro la volontà della Corte Suprema libererà per la prima volta la repubblica da un arrogante tribunale etico-legale”. “Il pubblico ha bisogno di una liberazione dalla subdola schiavitù a una moralità giudiziaria”. Giustissimo.
    I leader conservatori devono riconoscere che l’illegittimità del sempre più arrembante attacco alla Costituzione sferrato dai giudici sta cambiando tutte le vecchie regole sul significato stesso degli emendamenti. Gli antichi e confortevoli slogan sulla presuntuosità di volere emendare la Costituzione non hanno più valore di fronte ai fatti nudi e crudi della nostra vita politica. Il distacco da una forma repubblicana di governo è così profondo che è necessario essere in favore di un emendamento della Costituzione tutte le volte che la Corte perde il proprio senno. Il matrimonio omosessuale è per l’appunto un caso di questo genere; ma se i nostri politici aspetteranno che la Corte Suprema compia l’inevitabile, sarà probabilmente troppo tardi per dare una risposta. Le catastrofi non devono essere affrontate con spirito di rassegnazione.

    Robert H. Bork
    Senior Fellow dell’Hudson Institute e Visiting Fellow dell’Hoover Institution.
    Professore della Ave Maria School of Law e della University of Richmond School of Law

    preso da il Foglio....naturalmente

  2. #2
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    Predefinito Ferrara....

    ....commenta:

    Se avrete la pazienza di leggere le ragioni del movimento gay americano e quelle del giudice conservatore, e se siete come speriamo lettori occidentali colti, compassionevoli, up to date, vi accorgerete che le parole scandalose sono quelle di Robert H. Bork in difesa della famiglia cosiddetta naturale, mentre il discorso pubblico in favore del matrimonio omosessuale è già dentro di voi, dentro il vostro discorso pubblico e privato.
    Proprio qui è il punto.
    Da questo momento, da questa agnizione, deve scattare la
    vostra curiosità intorno a voi stessi e al vostro-nostro mondo. Perché tutto quel che in Bork e nei suoi argomenti suona sgradevole, discriminatorio, autoritativo, ideologico, prescrittivo, perfino odioso e inumano è in realtà ragionevole, almeno secondo uno standard o un criterio che nessuno ha davvero mai saputo, fino al giorno d’oggi, mettere criticamente in discussione. Bork scrive delle cose che suonano addirittura pazzesche per la nostra coscienza culturale:
    gli omosessuali sono infelici, i figli di famiglie anomale rispetto alla tradizione sono esposti a rischi di devianza e marginalità sociale maggiori degli altri, il matrimonio omosessuale è l’ultima frontiera prima della legalizzazione dell’incesto o del matrimonio di gruppo e la violazione di altri tabù.
    Ma a noi piace Pedro Almodóvar e il succo della creatività europea, dell’energia nella corsa alla bellezza e al divertimento e al piacere e alla rimodulazione su questi volumi di desiderio dell’intera società lo spreme Pedro, nostro beniamino, non Robert Bork, nostra testa di turco ed eventuale capro espiatorio della guerra culturale contro l’oscurantismo.
    Eppure nessuno ha ancora spiegato perché sia meglio vivere come Pedro, come faccia la società occidentale moderna a sopravvivere come Pedro.
    Vivi e lascia vivere è buon precetto.
    Ma la tolleranza (repressiva) con il matrimonio omosessuale finisce, cede il passo all’integrazione nell’uguaglianza o indifferenza degli stili di vita e di pensiero.
    E’ un progresso. In quale direzione?

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Oggi sposi, perché è giusto....

    ....abolire le discriminazioni

    New York. Negare il matrimonio agli omosessuali è semplicemente una discriminazione, un diritto civile violato, un’ingiustizia paragonabile al razzismo nei confronti di chi ha la pelle nera.
    E’ questa la tesi di “Why marriage matters” e “Why marriage?”, due libri con titolo e argomenti simili usciti negli Stati Uniti.
    Il primo libro è stato scritto da Evan Wolfson, direttore del gruppo “Libertà di sposarsi”, importante avvocato di sinistra e
    “una delle cento persone più influenti del mondo” secondo la rivista Time.
    George Chauncey, invece, è professore di Storia americana all’Università di Chicago nonché autore di un libro sulla storia degli omosessuali a New York (“Gay New York”).
    Entrambi si battono perché una società moderna si liberi della paura del matrimonio tra omosessuali, entrambi spiegano come la tesi centrale di chi si oppone alle nozze gay sia basata su un
    presupposto che non tiene conto dell’evoluzione dell’istituto matrimoniale.
    Non è vero, scrive Wolfson, che porre fine all’esclusione delle coppie gay cambierebbe la definizione del matrimonio e metterebbe in pericolo l’istituzione principale della nostra società. E’ vero il contrario, scrive, perché “rimuoverebbe una barriera discriminatoria nel cammino di gente che vuole assumersi
    anche la responsabilità e l’impegno legale della vita di coppia”. Wolfson sostiene che la battaglia è simile a quella che negli anni Sessanta fu condotta dal movimento dei diritti civili contro quelle leggi statali che proibivano il matrimonio tra coppie eterosessuali di diversa razza, oppure contro quelle norme che non garantivano uguali diritti alle mogli o che non consideravano un crimine lo stupro della sposa ma una contraddizione in termini.
    In tutti questi casi gli oppositori hanno sostenuto la stessa tesi che si sente oggi contro le nozze gay, e cioè che le proposte di cambiamento avrebbero portato alla distruzione dell’istituto matrimoniale.
    Aggiunge George Chauncey: “Il matrimonio è costantemente
    cambiato. Una volta era spesso poligamia, ora solitamente è monogamia”.
    Una volta era più legato ad aspetti sociali, di trasferimento di proprietà mentre ora si celebra nella speranza di una mutua felicità. I cambiamenti fondamentali sono stati quattro, scrive Chauncey.
    “Primo: il diritto di scegliersi il partner, non importa quanto la scelta angosci la famiglia degli sposi”;
    “Secondo: la diminuzione della grande differenza di ruolo tra marito e moglie”;
    “Terzo: il matrimonio è diventato il nesso cruciale per l’assegnazione di diritti e benefici, al punto che l’esclusione
    dal matrimonio delle coppie dello stesso sesso impone crescenti e significative conseguenze economiche e legali”;
    “Quarto: il minor potere dei gruppi religiosi di imporre le proprie
    regole matrimoniali agli altri”.
    Insomma il matrimonio è sempre cambiato, la tesi secondo cui non si può modificare perché da secoli è sempre stato come
    lo conosciamo oggi è falsa e, infine, consentire agli omosessuali
    di sposarsi non è molto più che un altro piccolo passo in avanti.
    Il concetto di matrimonio, però, non può cambiare al punto di permettere a due omosessuali di procreare, sostengono gli oppositori.
    Il senatore Rick Santorum dice che “il matrimonio non riguarda l’affermazione dell’amore di qualcuno nei confronti di qualcun altro.
    Riguarda il mettersi insieme e aprire la porta ai bambini, per una più ampia civilizzazione della nostra società”. Ma Wolfson nega che il matrimonio sia connotato con la nascita dei figli.
    Intanto perché molti eterosessuali si sposano pur non volendoli o non potendoli avere, mentre ci sono uomini e donne omosessuali
    con figli, cui viene negato il diritto di educarli all’interno di una
    relazione matrimoniale.
    “Sia legalmente sia nella realtà, il matrimonio è percepito come una relazione di interdipendenza emozionale
    e finanziaria tra
    due persone che si impegnano pubblicamente.
    Molte persone che si vogliono
    sposare, gay o no, vogliono diventare genitori,
    molte altre no. La scelta appartiene
    alla coppia, non allo Stato”.
    Alle coppie gay peraltro non sono riconosciuti
    i diritti fondamentali di cui
    godono gli sposi riguardo alla sanità, al
    diritto alla casa, alla cittadinanza, addirittura
    se uno dei due è in ospedale l’altro
    non può assisterlo come è consentito
    a un parente, ma è costretto a dover
    rispettare gli orari di apertura dell’ospedale
    al pubblico. I due libri raccontano
    decine di casi concreti proprio per
    spiegare che cosa significa nella realtà
    questa discriminazione. In caso di morte
    di uno dei due, per esempio, e in
    mancanza di un testamento, il compagno
    è come se fosse un estraneo riguardo
    alla casa, alla pensione, ai diritti di
    successione. “Il matrimonio non è una
    istituzione sacra – scrive Wolfson – è
    un’istituzione legale”. La soluzione,
    dunque, potrebbe essere quella di garantire
    i diritti, riconoscere “l’unione di
    fatto” e magari mantenere la parola
    “matrimonio” solo per le coppie eterosessuali?
    I due libri rispondono di no,
    perché comunque una scelta di questo
    tipo creerebbe cittadini di serie B.
    Il dibattito sul matrimonio gay è entrato
    nel vivo della campagna elettorale
    americana dopo una decisione favorevole
    alle nozze gay presa da una corte
    del Massachusetts, seguita da migliaia
    di matrimoni omosex celebrati alcuni
    mesi fa dal sindaco di San Francisco.
    Sia George Bush sia John Kerry sono
    contrari al matrimonio gay, anche se
    Kerry fu uno dei 14 senatori che si oppose
    alla legge sulla Difesa del Matrimonio
    che il Congresso approvò a larga
    maggioranza nel 1996 e che fu sostenuta
    da Bill Clinton. Bush ha fatto un passo
    in più: ha presentato un emendamento
    per far rientrare nella Costituzione il
    punto centrale della legge firmata da
    Clinton, cioè che il matrimonio è l’unione
    tra un uomo e una donna. Kerry preferisce
    che l’argomento sia lasciato alla
    competenza di ciascuno dei 50 Stati.
    Ci sono anche omosessuali conservatori
    che da anni si battono per l’inclusione
    delle coppie gay. Uno di questi è
    Andrew Sullivan, la cui argomentazione
    non è di tipo libertario. Sullivan crede
    che la famiglia sia il fondamento della
    nostra società e non si capacita del fatto
    che chi predica i valori familiari poi
    neghi a milioni di persone la possibilità
    di vivere secondo quei canoni. Chauncey
    e Wolfson non sono d’accordo con
    questa impostazione, loro chiedono
    uguale protezione non perché da sposati
    i gay somiglierebbero alle famiglie
    etero, ma perché è sbagliato discriminare
    la gente a causa delle differenze.
    Secondo William Saletan, della New
    York Times Book Review, dire che ognuno
    può fare quello che vuole non va,
    perché lo stesso ragionamento può essere
    applicato alle leggi che vietano la
    poligamia e l’incesto. (chr.ro.)

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Fassino apre....

    Roma. Da oggi manifesti dei Ds dappertutto, facce sorridenti di coppie non soltanto eterosessuali: “Carla e Gina condividono casa e sentimenti – oggi vorrebbero condividere dei diritti”. Carla e Gina, Franco e Teresa, Marco e Matteo, Viola e Luigi. In cerca di un’identità giuridica che, secondo i Ds, può arrivare attraverso il Pacs, patto di solidarietà civile: riconoscere diritti a tutte le coppie di fatto che vogliano usufruirne (chi ha orrore per i vincoli giuridici, naturalmente non ne avrà). In Europa è parecchio diffuso da un po’, Francia Olanda Belgio Danimarca Norvegia Svezia Finlandia Germania Portogallo, ma la Spagna, che pure lo prevede, l’ha già superato ed è passata direttamente al matrimonio fra coppie omosessuali. Qui da noi, non è questo il senso della proposta dei Ds: “Rispetto la scelta di Zapatero – ha detto ieri Piero Fassino nel presentare la campagna sulla legge, in esame alla commissione Giustizia della Camera – perché ogni paese deve decidere in base alle proprie tradizioni e ai propri percorsi: la Spagna ha fatto il suo, noi faremo il nostro, e anche per questo il Pacs è un’altra cosa, è una campagna perfettamente coerente con la nostra cultura”. Non in contrasto, spiega, con l’articolo 29 della Costituzione:
    “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Niente matrimonio per chi non vuole o non può, ma un accordo tra due persone per regolare i rapporti personali e patrimoniali della vita in comune (“sono più di due milioni le coppie attualmente conviventi, e per la stragrande maggiornaza eterosessuali” ha detto Fassino). Il patto, stipulato davanti all’ufficiale di stato civile, e scioglibile per volontà anche di uno solo dei contraenti, riguarda molti aspetti della vita stabile di coppia ma non si occupa né di figli né di adozioni. “Perché questa non è la proposizione di un’altra forma matrimoniale” ha detto Fassino “e perché per i figli delle coppie di fatto è necessaria una legge specifica:
    Livia Turco ne ha già presentata una”. “Per togliere ogni pretesto alle campagne demagogiche che brandiscono tale argomento come giustificazione al diniego di ogni riconoscimento giuridico alle famiglie non tradizionali”, sta scritto nell’introduzione alla legge. Che si occupa d’altro, di diritti fiscali e previdenziali, del diritto di assistersi in ospedale o partecipare alle decisioni che riguardano la salute o la vita senza le esclusioni attualmente previste dalla legge per le coppie non sposate, di diritti del lavoro e di diritti successori, pensione di reversibilità, tutela in caso di separazione (“è uno strumento per i momenti difficili della vita a due – dice Franco Grillini, deputato dei Ds, tra i primi firmatari della legge insieme a Massimo D’Alema e Barbara Pollastrini – si potrebbe anche chiamare, se non fosse troppo irrispettoso, legge della sfiga”). Fassino parla di “armonizzazione europea”, Grillini di “passo in avanti”: “Tra nessuna tutela giuridica – dice – e uno straccio di tutela giuridica, meglio lo straccio, però poi ognuno resta delle sue idee, e in questo caso io sono un matrimonialista: in quanto omosessuale, non posso accettare una deminutio di alcun tipo”. Sua però è stata la richiesta di disabbinamento della proposta di legge sul Pacs da quelle sul matrimonio omosessuale: “Il problema non è fare la rivoluzione – dice Grillini al Foglio – ma intervenire su situazioni emergenziali: questa legge non è altro che un elenco di situazioni difficili sulle quali, finalmente, intervenire”. E così come è stata posta, la proposta sul Pacs, nei termini della disciplina dei contratti del codice civile, “perfino a Rosy Bindi non è dispiaciuta”. L’hanno firmata in 161, parlamentari dei Ds e della Margherita, e ora, per la prima volta, il Parlamento si troverà a discutere di coppie di fatto.

  5. #5
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    Predefinito Lettera con...

    ...replica

    Al direttore - E’ permesso cercare di scalfire le sue apparentemente granitiche convinzioni in materia di matrimonio e famiglia?
    La questione è nell’agenda politica di tutte le democrazie sviluppate del mondo occidentale: solo qui, e non per caso. Olanda, Belgio, Spagna, Massachusetts e alcune province canadesi hanno già deciso di consentire agli omosessuali che lo desiderano di sposarsi e di assumere anche formalmente la qualificazione giuridica di “coniugi”, ma, a cominciare dal 1989, quasi tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale hanno attribuito loro il diritto di scegliere un regolamento dei loro propri rapporti giuridici e patrimoniali che si distingue dal matrimonio solo per la definizione, non per la sostanza.
    Salvi limiti in materia di adozione, che però spesso hanno scarsa rilevanza pratica poiché in molti paesi la possibilità di adottare è riconosciuta ai single (e del resto la questione dell’adozione è stata posta al centro del dibattito dai movimenti antigay molto più che da quelli gay: tanto che, in Italia, è ormai una questione sostanzialmente finta, che mira soltanto a impedire la realizzazione della parità dei diritti per quel che riguarda i rapporti fra i partner, materia su cui vertono i progetti di legge). Ormai, fra i paesi dell’Europa occidentale, solo l’Italia, l’Irlanda (che ne discuterà tra breve), l’Austria e la Grecia impediscono agli omosessuali di ottenere qualunque protezione giuridica delle proprie famiglie (anche la Gran Bretagna è per ora un’altra eccezione, ma solo apparente, perché il common law consente di intervenire con lo strumento contrattuale su materie precluse ai paesi di tradizione romanistica).
    L’informazione su questi temi in Italia è sempre superficiale, ma il solo paese in cui si sia legiferato negl ultimi anni riconoscendo alle famiglie omosessuali (e agli eterosessuali che lo preferiscano) diritti e responsabilità realmente meno penetranti di quelli previsti dal matrimonio è la Francia, con il Pacs (anche lì, ora, si discute del matrimonio): anche la legge tedesca prevede la piena parità se così decidono di applicarla i governi dei singoli Länder, competenti in materia di welfare (e così hanno fatto tutti i Länder governati dal centrosinistra).
    E’ vero, come lei scrive, che queste riforme hanno cambiato, in occidente, una concezione plurisecolare del matrimonio e della famiglia, ma questo è accaduto come conseguenza logica e necessaria della forza espansiva e inclusiva della libertà occidentale: tanto che la condizione degli omosessuali è ormai vista in altre regioni del mondo come parte dell’identità più tipica e caratterizzante dell’occidente liberale. La ragione è molto semplice: è solo da pochi decenni che la libertà di espressione (non solo come diritto formale, ma anche come manifestazione socialmente accettata della pari dignità sociale dei cittadini) si è estesa anche agli omosessuali. E’ solo da una trentina d’anni che gli omosessuali possono liberamente parlare della loro esperienza e della loro vita non solo in opuscoli semiclandestini ma anche sui media letti o ascoltati dalla generalità della popolazione.
    Fino ai primi anni Settanta non si poteva: ogni omosessuale credeva di essere un malato o un anormale, se non un vizioso, e chi non era omosessuale considerava i gay come persone più o meno ritardate, che non avevano superato quel periodo di incertezze sessuali che più o meno tutti attraversano nell’adolescenza.
    Ci si nascondeva perché non esisteva la possibilità di una pubblica rivendicazione di pari dignità.
    E ogni omo-sessuale doveva cominciare da sé, perché l’orientamento sessuale è un’identità minoritaria che non si trasmette attraverso le famiglie, ma spesso (finora) contro le aspettative e i desideri della propria stessa famiglia (e della scuola, della cultura, delle chiese, soprattutto del gruppo dei pari).
    Oggi invece, chiunque non difenda i propri pregiudizi per mezzo di una voluta ignoranza può sapere che gli omosessuali sono quegli individui che, spesso dopo avere vanamente resistito all’evidenza, constatano che i propri desideri affettivi e/o erotici si indirizzano verso persone del proprio sesso con la stessa spontaneità e naturalezza con cui l’inverso accade alla maggioranza dei loro simili. E’ una variante della natura umana, come il colore degli occhi o dei capelli. E’ un’“identità ascritta”, non oggetto di scelta (anche se si può scegliere di occultarla, più facilmente di come Michael Jackson abbia occultato la propria identità razziale). E nulla conta, a questo proposito, che l’orientamento sessuale sia determinato da ragioni organiche o da inafferrabili emozioni, immagini o esperienze risalenti alla più remota infanzia. Questa nuova consapevolezza sociale deve fare i conti con i valori di fondo di una società liberale: è lecito discriminare gli individui sulla base della loro identità ascritta? E’ lecito disconoscere il diritto alla piena uguaglianza formale, anche in campo giuridico, dei/delle cittadini/e omosessuali? Ovviamente no. Ma allora perché permettere a due ultrasettantenni di sposarsi (cioè di scegliere liberamente quale assetto attribuire ai loro propri rapporti giuridici e patrimoniali) e impedirlo a due omosessuali? Anche i due ultrasettantenni (e tutti i milioni di coppie eterosessuali sterili cui la legge sulla fecondazione assistita impedisce di procreare) non potranno avere figli propri (e non potranno neppure adottarne, a causa dell’età). Neppure queste coppie possono costituire famiglie, o siamo noi a essere sottouomini? Non ci sono altre giustificazioni razionali a una discriminazione che, come molte altre discriminazioni millenarie che l’occidente ha ripudiato nella modernità, è il frutto di una tradizione violenta, intollerante, inconsapevole. Per intanto, sarebbe già un piccolo ma significativo passo avanti varare, come in Francia, una legge sul Pacs (il “Patto Civile di Solidarietà) come quella che ho proposto. Buona ultima in Europa, sarà poi il turno di una legge di modello scandinavo (altra mia proposta). Ma sono certo che fra qualche decennio ci si stupirà che in Italia e in Europa ci sia voluto così tanto per riconoscere un diritto così ovvio e così innocuo per gli altri. Molti, certamente, non saranno orgogliosi della propria opposizione.

    Franco Grillini, deputato ds


    Lettera civile, bene argomentata, grazie. E in molti passaggi mi ritrovo alla perfezione. Tranne uno.
    Non si allarga espansivamente il matrimonio agli omosessuali, con misure tipo San Francisco o leggi alla Zapatero, piuttosto si abolisce il matrimonio nel suo permanente significato naturale, e anche storico (molti modi di sposarsi inventarono uomini e donne, tranne quello che annulla l’incontro tra di loro: questa è la novità).
    Tutto si può fare, anche un bambino da se stessi, ma non tutto ciò che si può fare è da fare.
    Libertà e rispetto non discriminatorio si affermano meglio con le unioni civili, che non abrogano il matrimonio con la fictio iuris dei coniugi sessualmente indifferenziati e dei figli indifferenziati.
    Amo la differenza, odio l’omologazione e il dispotismo ideologico.

    Ferrara su Il Foglio del 14 ottobre

    saluti

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    Predefinito Gay e....

    ....gaiezza

    Per comprendere l’ideologia sessualmente corretta del matrimonio gay al tempo della rivoluzione zapaterista, sarebbe facile cavarsela con Oscar Wilde, già persuaso ai suoi giorni che la base logica del legame etero fosse il reciproco malinteso. Figurarsi l’orrore d’essere precipitati in un’oleografia di ritratti
    famigliari con “maritine” o “mammi”.
    Vale però la pena di chiedersi cosa avrebbero detto o direbbero coloro che hanno costruito un’epica personale sull’idea rezionaria secondo cui l’omosessualità è un vezzo perdonabile soltanto nei geni o negli eroi.
    Giusto per vedere cosa rimane in questo tripudio di aspirazioni normalizzanti.
    Perché la storia dell’omosessualità è anche storia di un’eccezione,
    eversiva e selettiva, che si misura con la trama dell’ordine senza l’ambizione di slabbrarla. Quell’omosessualità che, messa da parte ma non troppo la classicità precristiana, ha avuto bisogno del concetto di peccato come termine di paragone per confermarsi
    nella voluttà di eccedere (il pur ammogliato Marcel Jouhandeau visse peccando fino alla vecchiaia che volle casta, e che trascorse circondato da messali, inginocchiatoi e paramenti sacri).
    Un eccedere gratuito e compiaciuto che rafforza consapevolmente quell’ordine delle cose “normali” gravitante attorno alla famiglia padre-madre-figli.
    Non mancano esempi più o meno contemporanei.
    Come la poco matrimoniale cultura del libertinaggio pagano e forsennato alla Alberto Arbasino, con la sua giovanile ostilità per “quel sentimental smorfioso del tea for two e del cheek to cheek” o per le caricaturali seratine a due e pantofolaie.
    C’è al contrario l’amour fou e monogamico di Jean Cocteau per i Marais, i Radiguet e altri suoi vari Antinoo o Patroclo.
    Magari vissuto more uxorio, ma sempre coltivato nella sua unicità irripetibile. Non come manifesto per candidarsi a paradigma e ricavare una pioggia di nuovi diritti.
    C’è anche l’omosessualità plebea e galeotta di Jean Genet (non esattamente un aspirante moglie-madre, almeno quanto non poteva esserlo, per altre ragioni, Yukio Mishima).
    E c’è l’ironia antimatrimoniale di Henry de Montherlant, aristocratico francese di sangue catalano, fascisteggiante poeta del bello, convinto che l’eternità e l’amplesso abbiano qualcosa in comune che il matrimonio assedia e consuma nella ripetizione quotidiana.
    O anche la tenerezza scettica di François Mauriac per l’amore coniugale (“il più comune dei miracoli”).
    Oppure l’inaccessibile delicatezza esibita dal pittore marchesino ferrarese Filippo De Pisis.
    Niente affatto coniugale, il vice anglais praticato con irrequietezza randagia da Bruce Chatwin, scrittore della democraticissima
    Inghilterra (lo stesso vizio fu addirittura estremizzato come
    capitolo magico dal satanista britannico Aleister Crowley; qualcosa che assomiglia, con meno magia, all’iniziazione
    africana del giovane André Gide).
    Non mancò nemmeno la tonitruante irregolarità primo
    novecento delle società di uomini teutoniche, fiorente di scanzonati Wandervoegel i cui canti risuonavano nei boschi (furono contemporanei dei legionari dannunziani, quelli che andavano nei campi tenendosi mano nella mano; per certi versi gli antecedenti delle SA hitleriane fotografate con decadente approssimazione da Luchino Visconti nella “Caduta degli dei”).
    Un paesaggio, quest’ultimo, di virilità esasperata nel suo contrario, di disordine perimetrato e programmaticamente extrapolitico.

    Il trionfo dell’uniformità coniugale
    E così via. Mettendo in fila nomi un po’ a caso e stagioni in cui i protagonisti (consapevoli) dell’eccezione difficilmente avrebbero sognato l’epilogo tutto occidentale di un matrimonio omosex sanzionato per legge e imbellettato da conquista sociale. Come sta avvenendo oggi sotto le bandiere della spettrale carnalità almodovariana, un segno dei tempi contrabbandato per consuetudine estrema, ma soprattutto come certificato sanitario del senso di colpa che si vorrebbe infliggere a una civiltà intera. Insomma altro da quella trascorsa, disinvoltissima anormalità sopra appena lambita. Che per lo più è cresciuta nell’orgoglio estetizzante di una rivolta antiborghese.
    Aristocratica e cialtronesca.
    A vario titolo elitaria e in tempi non agevoli, ma comunque orgogliosamente estranea all’idea di edificare un mondo nuovo sulle radici dell’eccezione.
    Perché un conto è l’omosessualità come stato dell’essere da proteggere nel suo culto esclusivo decentemente garantito.
    Altra cosa è la mestizia del cenacolo che si fa lobby o gruppo di pressione permanente.
    Una specie di Bloomsbury group in edizione aggiornata e contorta che, nato come il rovescio scandaloso di una dirittura etero accettata con partecipe indifferenza, finisca poi per rincorrere l’altrui normalità attraverso rivendicazioni nemmeno pittoresche. Alla ricerca di uno Zapatero purchessìa. Nella malinconica attesa che vengano istituzionalizzate per legge anche le pretese di ogni altra sessualità immaginabile.
    E che il trionfo dell’uniformità coniugale inauguri così anche la stagione senile dell’eccezionalità omosex.

    sempre su Il Foglio

    saluti

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    Predefinito Parificazioni

    Sull’auspicabilità della parificazione legale del matrimonio omosessuale a quello etero, l’obiezione essenziale è la seguente (e vorrei dire a Daniele Scalise che non è volgarità, omofobia, razzismo, ma una constatazione amichevole): sul desiderio si può fondare qualsiasi impalcatura ipocrita e leguleia, ma non un matrimonio.
    La più radicale obiezione al matrimonio gay è semplice: così come nel matrimonio tra un uomo e una donna è condizione necessaria ma non sufficiente che esista una attrazione sessuale tra i due, per il matrimonio gay non è condizione sufficiente che i due si attizzino vicendevolmente e tutte le altre balle plasmate sul modello etero (comprensione, tenerezza, feeling intellettuale) che fanno “amore”. Avete la condizione sufficiente, il sesso, ma non avete quella necessaria, cioè il naturale legame che permette la difesa, sopravvivenza e procreazione del mondo comune. Voi riderete perché tutti sanno che oggi noi abbiamo a disposizione la tecnica, migliaia di uteri in affitto, quintali di sperma e di ovociti (forse domani pure embrioni selezionati), kit di inseminazione artificiale fai-da-te, e tutti gli accidenti che si possono acquistare con carta di credito su Internet. Ma paternità e maternità non sono né una mera produzione biologica, né un riempitivo sentimentale del ménage a due. E poiché ci ripugna tanto la discriminazione sessista, quanto il via libera a un potere discrezionale sulla vita umana (ancorché si provi a nobilitare tale potere manipolando la lingua del dolore, dei diritti, dei sentimenti e del progresso scientifico), noi consideriamo in tutta tranquillità e franchezza che matrimonio e adozione gay sarebbero una gran bella porcheria. Spiacenti, ci sono cose che non sono né oggetto di evoluzione dei costumi (ma gli spartani si fottevano i bambini e buttavano giù dalle rupi gli handicappati, e allora? Tanto peggio per gli spartani), né oggetto di possibile negoziazione. Spiacenti, hanno ragione il giornalista del Nwt Saletan, il senatore Bennett e il giurista Bork. “Occorre un emendamento alla Costituzione americana” (anche a quella italiana se occorre) che dica no al matrimonio omosessuale e alle adozioni per le coppie gay e lesbo. Un bambino nasce – se nasce—come nasce. Manipolarne volutamente la fondamentale relazione naturale con un padre e una madre è da gente sprofondata nell’arroganza infinita e nell’indifferenza totale per l’essere umano che è stato, che è, e che sarà. Sotto questo profilo, voi che auspicate lo scervellato diritto al riconoscimento legale del matrimonio e all’adozione omosessuale, siete il volenteroso legame con il Biofaust, siete il suo avvocato azzeccagarbugli, il suo laboratorio sociale. Siccome però voi presentate la vostra modesta proposta leguleia come un’alta espressione di lotta per i diritti civili e osate paragonare il vostro capriccioso regime a quello dell’apartheid; siccome quello che vi importa è imporre per legge il pregiudizio ideologico di eguaglianza e, quindi, d’indifferenza rispetto a ogni tendenza sessuale, noi vi diciamo “no”. Perché altrimenti ci si deve spiegare, come dicono il democratico Saletan e il repubblicano Bork, come si fa a dire no al matrimonio poligamo, no all’incesto, no a tutte le unioni possibili e immaginabili. Tutte le unioni possibili e immaginabili possono, a un certo momento dell’evoluzione storico-sociale, sfruculiare la sfera sessuale di chicchessia e, qualora sfruculiassero la testa di molti chicchessia, essere riconosciute legalmente come matrimoni triplurali, omo-animali, saffo-parentali. Noi, dunque, non partiamo dall’assunto che uomo e donna Dio li creò e “per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”. Noi partiamo dalla pura e semplice constatazione che sin qui è stato così e che voi non volete che sia più così, tesi come siete non alla soluzione di problemi pratici ed effettuali che avete, ma alla cancellazione del diritto naturale. E perché non vi basta la soluzione pratica ma desiderate la consacrazione legale delle vostre unioni? Perché, in verità, voi amate la codificazione della vostra condizione sessuale più di voi stessi. Perché, in verità, voi amate la pialla di una umanità conformista e indifferenziata, più della vostra diversità e condizione umana. Perché, in verità, voi amate l’ideologia e la vendetta contro l’eterosessuale, più della passione per l’“altro” e più di quella tolleranza che avete contribuito a far crescere nelle società civili.

    Le primizie del postmoderno
    E’ vero, noi forse dovremmo esservi più amici, considerando che siete come noi, fratelli segnati come tutti noi da un destino di fragilità e di morte. Però voi dovete riflettere, ogni tanto, non soltanto brandire bandiere, inorgoglirvi, marciare. Voi siete le primizie del postmoderno, siete cresciuti all’ombra del relativismo secondo cui non c’è niente di certo, niente di obiettivo, niente di reale. Siete cresciuti in un tempo dove tutto succede non per dono, ma per convenzione. Talché – in questo avete ragione – vi sembra la cosa più normale la richiesta di parificazione del matrimonio tra uomo e donna a quello tra uomo e uomo e tra donna e donna. Ma questa non è realtà, non è l’ostinata realtà che fa sorgere il sole al mattino e che fa mettere il nido all’aquila là dove l’occhio dell’uomo non arriva. La realtà ha le sue radici nel mistero, non nel codice. Godetevelo, amici lesbiche e gay, il mistero, e non state mai tranquilli, cercatela sul serio quella pace che non è assenza (tanto più assenza per legge) di conflitto e di contraddizione sociale. Ma è tranquillitas ordinis, ricerca di giustizia e verità.
    Luigi Amicone

    saluti

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    Predefinito Imperfezioni

    Nel labirinto morale invaso di anonimi spermatozoi, embrioni, ovuli e cellule staminali imporre leggi non è più semplice che imporle a Fallujah. Chi può dire a priori se la perfezione dell’essere umano è auspicabile o meno, certo chi dell’imperfezione, più o meno grave, è vittima forse ha qualche diritto in più a dire la sua di quelli ai quali è andata di culo.
    C’è un artista americano, Matthew Barney, che con il suo ciclo di film “Cremaster”, il muscolo che abbassa e alza i testicoli a seconda della temperatura e che ha una qualche influenza nel destino genetico dello sperma e degli ovuli, s’interroga proprio su dove il nostro destino cominci e se ognuno di noi possa in qualche modo alterare il destino che gli è stato dato.
    Uno dei suoi personaggi è Gary Gilmore, un criminale assassino dello Utah che divenne famoso quando, dopo aver fatto secchi un paio di inermi benzinai e portieri di motel, divenne il primo condannato a morte negli Usa negli anni Settanta, dopo che la pena capitale era stata reintrodotta.
    Che Gilmore fosse già nato con qualche tara genetica e con un destino segnato era chiaro, ma una volta condannato a morte rifiutò la grazia e scelse come essere giustiziato: fucilato.
    Barney si chiede allora se Gilmore è vittima del proprio destino o lasciandosi fucilare senza opporre resistenza ne diventi l’artefice o almeno il complice.
    Una domanda che si facevano anche quelli che vedevano nel comportamento di Gilmore un modo per trasformare quella che doveva essere una punizione in una strada più veloce per la redenzione e che quindi, dopo averlo condannato a morte, ora volevano assolutamente impedirgli di morire come lui chiedeva e come alla fine gli fu, legalmente, concesso.
    Si potrebbe dire che Barney è il primo artista contemporaneo che s’interroghi sul concetto di destino legato alla genetica e al sistema riproduttivo, il primo che attraverso la sua misteriosa, complessa e spesso incomprensibile simbologia, affronti uno dei temi più scottanti, tragici e, diciamocelo, irrisolvibili del nostro tempo.
    Possiamo controllare il nostro destino scientificamente con sempre meno margini di errore e continuare a vivere il mistero della nostra esistenza, a meravigliarci davanti alle visioni dell’arte e ai miracoli della scienza?
    Possiamo eliminare tutti i Gilmore del mondo e lasciar sopravvivere solo i Matthew Barney, i Mozart, i Rubbia e Levi Montalcini?
    E se sì, cosa ci starebbero a fare questi ultimi, visto che la loro genialità nasce anche come necessità per migliorare il destino sbagliato di una parte del mondo?
    Individualmente la nostra libertà c’impone di aspirare alla perfezione o almeno di tentare di controllare gli abissi dell’imperfezione, ma siamo certi che lo slancio verso un destino collettivo prestabilito sia la strada migliore per arginare gli orrori della nostra insondabile imperfezione umana? Gilmore era nato, mormone, nelle lande desolate dello Utah, così suo fratello.

    Sommersi e salvati
    Il fratello è diventato un famoso giornalista musicale, lui un assassino, uno agguantato dalla sfiga, l’altro risparmiato: che dire?
    Le varie marche di Dio, cristiani, buddisti, islamici, mormoni e via dicendo ci offrono la possibilità di immaginare un futuro oltre la morte, una vita oltre la vita.
    La scienza ci offre invece l’illusione di poter programmare anche la stazione di partenza e anche di cambiare tutto quello che non ci piace della nostra vita durante il percorso, casa, lavoro, occhi, naso, capelli, pene, vagina e via di seguito.
    Gilmore si era illuso, scegliendo il plotone d’esecuzione invece della forca o la sedia elettrica, di aver avuto voce in capitolo sulla sua sorte, di fatto aveva scelto soltanto un mezzo di trasporto diverso, sempre nella stessa direzione.
    Nascere migliori, vivere meglio sono un desiderio legittimo e in certa misura anche un dovere, un bravo e onesto professionista che aspirasse a diventare un bambino che si prostituisce nelle favelas brasiliane sarebbe pazzo.
    Tuttavia lasciare aperta la domanda che Matthew Barney fa per ognuno di noi con la sua arte (“dove comincia il nostro destino?”) è forse il sistema migliore per migliorare noi stessi, la vita in generale e anche la morte.
    Come dire che aver voce in capitolo su tutto potrebbe garantire di nascere, sì, perfetti e sani, ma a Beslan.
    Francesco Bonami

    saluti

  9. #9
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    Predefinito

    La violenta stigmatizzazione da parte della commissione Giustizia, libertà pubbliche e sicurezza del Parlamento di Strasburgo di alcune affermazioni sulla natura del matrimonio e sulla vocazione alla maternità della donna nell’ambito della famiglia, nonché dell’ammissione pubblica della propria cattolicità da parte di un commissario europeo, non ha solo il tenore di una sommaria sentenza politica carica di una malcelata istintività giacobina e di un pregiudizio anticattolico.
    Al di là della questione personale (che comunque merita rammarico e solidarietà), il caso è serio e allarmante.
    Più che la poltrona di un commissario, qui è in gioco il futuro dell’Europa, cioè la vita personale e sociale dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.
    Il clima culturale e politico che si prospetta all’orizzonte del vecchio continente è l’epilogo del progressivo sgretolarsi della ragione (prima ancora che della fede) nella mentalità moderna, amaro frutto del razionalismo. Il crollo della fede e l’oblìo del senso religioso sono stati preparati dal venir meno di una stima della ragione come capacità naturale dell’uomo di abbracciare la realtà secondo tutti i suoi fattori e dunque di valorizzare ogni accento di verità, ovunque essa si manifesti. Chi non stima la propria ragione ed esalta i propri dubbi, non arriva a stimare la ragione degli altri, ma valorizza solo chi ha eretto il dubbio a metodo supremo di conoscenza, di convivenza e di correttezza politica.
    Una Europa che rinnega le sue radici (storicamente sono quelle ebraico-cristiane) non ha più consistenza, cioè forza e decisione nell’affermare e difendere la uguale dignità e libertà di tutti i suoi cittadini che la sua storia le ha consegnato come l’ardua conquista di una civiltà bimillenaria. E scivola, impercettibilmente quanto irrefrenabilmente, verso gli errori del passato, le cui riedizioni, come si sa, sono sempre pejor pejoris. Il fideismo, lo gnosticismo, lo spiritualismo, il clericalismo, l’assenza di libertà e, ultimamente, il nichilismo minano alle sue radici la costruzione dell’Europa, a partire dalla famiglia, dai figli, dall’educazione, dal lavoro e dalla solidarietà, che sono ridotti a valori negoziabili di un totalitarismo culturale che non ammette nessuna verità se non la inesistenza di una verità.
    Separando la ragione dalla fede, un certo pensiero europeo riduce Dio alla idolatria di questa o quella comunità religiosa o alla immaginazione di qualche suo pio cittadino.
    La negazione del fatto che, storicamente, Dio si è rivelato in Gesù di Nazareth e che vi sono ragioni adeguate per cui gli uomini occidentali hanno riconosciuto questo fatto in duemila anni della loro storia, riduce l’esperienza di fede a mero fideismo, svuotandola di ogni forza morale e sociale.
    Senza Cristo, Dio in Europa c’è ma non c’entra con la vita degli europei.
    Anche laddove Gesù di Nazareth viene idealmente riconosciuto come l’origine di una fede che è stata determinante per la genesi della cultura europea, si tende però a eliminare la possibilità di una presenza e di un influsso di Cristo nella vita personale e sociale degli europei, o di una parte di essi.
    Una concezione gnostica della fede cristiana, che lascerebbe posto a Cristo ma senza la Chiesa (intesa come l’esperienza storica concreta della sua presenza), vede quest’ultima come retaggio di un passato da cancellare, senza più un ruolo dominante nella società. La Chiesa può continuare a esistere, sia ben inteso, ma facciamo come se non ci fosse.
    Alcuni cristiani, impegnati nella costruzione politica dell’Europa, hanno abbracciato questa concezione “astratta” della Chiesa, rinchiudendola in uno spiritualismo o in un clericalismo che concepisce il cristianesimo come morale privata e lascia ai governi il compito di dettare un’etica pubblica, espressione di un potere politico sui cittadini. Tutte le religioni sono accettate, purché i loro credenti non interferiscano negli affari del mondo.
    Se c’è ancora uno spazio per la Chiesa in Europa, questo spazio è esclusivamente spirituale, senza mondo o fuori dal mondo.
    Un’Europa la cui esistenza sia definita dal potere politico e dalle sue leggi è un’Europa senza libertà, cioè senza spazio per la soggettività umana, un mondo senza “io” (e, dunque, senza creatività e senza futuro). “Si è riusciti a far credere all’uomo – scriveva Milosz – che, se vive, è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffé e a dare la caccia alle farfalle: chi ama la res pubblica avrà la mano spezzata”.
    Cosa resta, allora, di questo vecchio continente?
    Senza Dio, nulla. E’ il trionfo del nichilismo.
    Per cui ci si lascia vivere e tutto è uguale, tutto ha lo stesso peso e lo stesso valore. Anche il matrimonio dei gay, la equiparazione della famiglia alla convivenza, la disaffezione della donna verso la maternità, l’accoglienza di un figlio o la sua selezione. Chi ha a cuore il destino dell’Europa può accettare di restare in silenzio?

    Roberto Colombo
    docente di Fondamenti Neurobiologici all’Università Cattolica di Milano

    saluti

  10. #10
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    Predefinito

    In origine postato da antonio
    da roberto colombo sarebbe interessante avere un suo intervento sulla teoria dell'interprete di gazzaniga e sui rapporti di questa teoria con il libero arbitrio.

    e anche un commento sulle teorie nichiliste di Scalia, il giudice ultraconservatore, amico di Bush, della Suprema Corte Americana.
    ------------------------------
    Chiedigliele.

 

 
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