Da Oslo al disimpegno unilaterale, ora i laburisti sono con lui
A nove anni dall’uccisione di Rabin, Sharon vince la sfida del ritiro da Gaza nel Parlamento d’Israele
Gerusalemme. Sono passati nove anni da quando, nel centro di Tel Aviv, furono uditi i tre colpi mortali che uccisero Yizhak Rabin, il premier degli accordi di Oslo. Il calendario ebraico ha creato una concidenza.
Oggi, mentre Israele ricorda il leader che iniziò il processo di pace in medio oriente, il paese e l’attuale premier, Ariel Sharon, si trovano nello stesso clima pericoloso, nuovamente di fronte a gesti e sfide storiche.
Ieri infatti la Knesset ha approvato, con 67 voti a favore, 45 contrari e sette astenuti, il progetto di ritiro unilaterale da Gaza.
Il discorso con cui Sharon ha presentato lunedì al Parlamento il suo piano di disimpegno ha ricordato a molti le dichiarazioni di Rabin pronunciate prima del voto per l’approvazione degli accordi di Oslo o quelle scelte per accettare il premio Nobel per la pace. Sharon come Rabin ha parlato delle “concessioni dolorose” che lo Stato d’Israele stava e sta per accettare. Ha teso la mano verso i palestinesi, precisando che “non abbiamo avuto intenzione di costruire la nostra vita in patria sulla base della vostra rovina” ed è andato oltre, si è scusato:
“Proviamo dolore assieme a voi, ci sono vittime innocenti fra di voi”.
A chi lo ha accusato di mentire agli israeliani ha risposto:
“Sia nella campagna elettorale sia durante il mio mandato come primo ministro ho sostenuto la realizzazione di uno Stato palestinese accanto a Israele”.
Nove anni dopo l’assassinio di Rabin, di cui Sharon sembra erede legittimo, la maggioranza degli israeliani vuole il ritiro unilaterale
da Gaza e sa che questo sviluppo, molto più contrastato alla Knesset che nella società, può portare alla nascita dello Stato palestinese.
Nonostante le accuse di una parte del governo di Gerusalemme che sostiene che i palestinesi violano totalmente gli accordi di Oslo, quasi metà del territorio della Cisgiordania è sotto il controllo civile dell’Autorità nazionale palestinese.
Anche se l’esercito israeliano è costretto a entrare e uscire da Gaza per prevenire attacchi, in termini giuridici la maggior parte dell’area della Striscia è amministrata dai palestinesi.
La pace con la Giordania, firmata proprio dieci anni fa (altra storica coincidenza), è una testimonianza importante per chi nella destra fino a pochi anni fa ancora sperava in un trasferimento dei palestinesi nel territorio della monarchia hashemita.
Addirittura la barriera difensiva, così discussa, è stata l’opera di un governo di destra che ha realizzato un piano nato fra i laburisti.
Infine, il progetto di disimpegno unilaterale di Sharon, che gode anche del sostegno di gran parte dell’opposizione e che è molto simile alla mossa unilaterale che aveva fatto il governo laburista di Ehud Barak, quando l’allora premier guidò Israele fuori dal Libano, porterà Tsahal e gli insediamenti, con la firma di Arik, fuori da Gaza.
La via del ritiro unilaterale è ancora lunga, dolorosa e a rischio fallimento; proprio come il destino politico, e non soltanto, del premier che ha sfidato il suo stesso partito, il Likud, e parte della sua maggioranza di governo, pur di portare avanti un progetto politico ambizioso e incardinato sulle scelte altrettanto ambiziose e rischiose di alcuni leader del passato.
Peres: “Siate coraggiosi, votate a favore”
Poche ore prima dello storico voto alla Knesset di ieri sera, l’incitazione all’odio è tornata a caratterizzare il clima politico d’Israele. A pochi metri da dove è stato assassinato Rabin, in via Dizingof, la polizia ha trovato una scritta su un muro: “Un altro assassinio politico sarà accettato ben volentieri”. Mentre a Gerusalemme, contemporaneamente e sempre su un muro, è stato scritto un altro messaggio minatorio: “Abbiamo eliminato Rabin, elimineremo anche Sharon”.
Non si tratta di pazzi, ma di fanatismo, organizzato da chi non accetta le regole del gioco democratico, una volta che queste sono contrarie ai loro interessi: è la preoccupazione dei servizi di sicurezza. Perfino alcuni membri del Parlamento, nelle concitate ore di discussione che hanno preceduto il voto di ieri sera, non hanno pesato le parole delle loro accuse rivolte al premier.
Uri Arieli, membro del partito Unità nazionale, ha detto: “Il primo ministro è un bugiardo che ha rubato la sua elezione. E’ un dittatore, bisogna cacciarlo”.
Un suo compagno, Zvi Hendel, si è espresso in maniera ancora più drastica sull’operato del primo ministro. E’ proprio a loro che si è rivolto Sharon durante il suo discorso alla Knesset: “In alcuni di voi si cela un complesso messianico”.
Sharon, l’uomo che si è sempre battuto per garantire la sopravvivenza e la sicurezza dello Stato d’Israele e dei cittadini israeliani, oggi è criticato, attaccato, oltraggiato, com’è accaduto nove anni fa a Rabin.
Ami Ayelon, ex capo dei servizi della sicurezza interna (Shabak), ha detto più volte che Israele non potrà affrontare un altro assassinio politico. Per questo motivo i reparti di sicurezza proteggono ogni passo di Sharon e per questa ragione anche la sinistra appoggia il premier del Likud nel cammino verso il disimpegno da Gaza.
Ora anche sulla stampa europea e italiana aumentano le voci di chi, magari con un po’ di ritardo, coglie la portata storica del progetto di Sharon, il premier che ha tirato dritto, determinato nella convinzione del valore del suo progetto, fino all’approvazione della Knesset di ieri sera.
s Il Foglio del 27 ottobre
saluti




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