…ha ragione

Tutto sommato si potrebbe dire che se Berlusconi ha sbagliato qualcosa di grosso in questa legislatura in cui è al governo, questo qualcosa di grosso è il suo rapporto con l’Unione europea.
E che questo errore ha indebolito in due punti cardinali la linea giusta che Berlusconi aveva abbracciato e che sta perseguendo da quando è primo ministro:
la rivoluzione fiscale e della spesa pubblica, che non arriva e ormai arriverà in versione fortemente ridimensionata, e una politica estera capace di corrispondere al mondo uscito dall’11 settembre, che invece è stata ed è perseguita in attrito e in
contraddizione con le inerzie o le legittime aspirazioni alla continuità franco-tedesca della nostra diplomazia e del Quirinale. Se il semestre europeo fosse stato “bloccato” dal presidente italiano di turno su grandi temi come l’uscita parziale ma significativa dal vincolo di Maastricht, mentre Francia e Germania governavano in deficit oltre quei vincoli, e un trattato costituzionale più serio che sapesse intrecciare identità liberale dell’Unione, radici storiche dell’Europa e diritti del cittadino, noi oggi non staremmo a raccogliere i cocci del “caso Buttiglione” e a discutere di una riduzione minore del carico fiscale, in un contesto di routine politica della maggioranza il cui costo elettorale sembra sempre più elevato.
Il presidente del Consiglio ha fatto la scelta più facile, quella della durata del governo ad ogni costo e della stabilità di legislatura, e su quell’altare ha mediato con tutti e su tutto, fino alla riapertura della verifica oggi proposta da Gianfranco Fini e al dissidio con la
Lega di Bossi sulla ratifica-sprint del trattato costituzionale.
Ma l’impressione è che Berlusconi non abbia valutato a fondo il prezzo di una stabilità così conseguita, e dell’omaggio sistematico
alla naturale pressione “old Europe” del Quirinale, abitato da un costruttore capace e prestigioso dell’euro-progetto, che non ha mai rinunciato a premere per l’affermarsi delle sue idee, strategicamente diverse da quelle connaturali a questa maggioranza. Una manovra avvolgente, che ha legittimato Fini come costituente europeo e Follini e Casini come partner mansueti
dell’asse franco-tedesco benedetto dal vecchio europeismo, ha
svuotato il programma di riforme economiche del Cav. e il senso della lettera degli “otto” sull’Iraq, che poteva generare una vera e intensa dialettica nell’Unione, nella Nato, all’Onu e negli altri organismi multilaterali.
La risposta all’obiezione è: l’Italia ha un forte debito pubblico, i mercati ci distruggerebbero se fossimo visti come spendaccioni anti-Maastricht.
Ma i mercati ci distruggerebbero se fossimo spendaccioni, non se americanizzassimo la nostra economia con decise riforme della spesa pubblica e delle tasse, e con un segno di crescita economica, di liberalizzazioni effettive e di apertura agli investimenti che invece non si vede e ci costringe alla grottesca disciplina europeista dei primi della classe.
Con questa conseguenza: che gli altri, quelli che hanno governato in deficit, si rimpannucciano e fanno pure i loro bravi referendum sul trattato costituzionale, e noi tutti in riga nella routine del semestre scolastico.

da Il Foglio del 29 ottobre

saluti