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Discussione: Elogio del....

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    Predefinito Elogio del....

    …liberalismo

    Di fronte al disperante vuoto di politica economica e industriale cui assistiamo in Italia, non rimane che proporre l’ingaggio di qualche ministro straniero.
    Per esempio, il ministro dell’Economia francese Nicolas Sarkozy.
    Si tratta di una provocazione, naturalmente, ma tutt’altro che campata in aria.
    La Francia, tra i pesi massimi dell’euro, è quella che sta rispondendo meglio ai problemi che affliggono le economie europee sempre più vecchie, costose e incapaci di far fronte alle
    sfide dei paesi emergenti e della globalizzazione.
    Le ultime stime della Commissione Ue assegnano per quest’anno
    al pil francese una crescita del 2,4 per cento e per i prossimi due anni uno sviluppo comunque superiore al 2 per cento.
    Soglia agognata che secondo gli economisti di Bruxelles, né Italia né Germania saranno in grado di avvicinare neanche nel 2006.
    Eppure, da qualche mese, anche in Francia è entrata nel dibattito politico la parola “declino”.
    D’altronde, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione della produttività e la concorrenza dei paesi emergenti si fa sentire in tutto il Vecchio Continente.
    Ma a Parigi, piuttosto che appigliarsi a questioni ideologiche e terminologiche per negare le difficoltà, le classi dirigenti hanno utilizzato la “paura del declino” per rilanciare la propria politica e riparare ad alcuni errori del passato (tipo le 35 ore).
    Il governo stesso ha commissionato all’ex direttore generale del Fondo monetario internazionale, Michel Camdessus, un grande studio sullo stato di salute dell’economia francese, per poi elaborare politiche specifiche.
    Nella fattispecie: sconti fiscali alle imprese che incentivano comportamenti specifici come l’esportazione, la ricerca e il controllo della delocalizzazione.
    Dove non si è arrivati con le risorse pubbliche, non si è temuto di mobilitare quelle private, come dimostra l’accordo fatto con le compagnie di assicurazione che si sono impegnate a investire sei miliardi di euro nei prossimi tre anni in società di venture capital che finanzino piccole e medie imprese.
    Un’intesa ottenuta, tra l’altro, dietro la velata minaccia di approvare una legge che imponesse in maniera permanente l’uso di una parte delle riserve patrimoniali a quello scopo.
    Come si vede nessuna ricetta magica, ma coraggio di guardare in faccia la realtà e di decidere.
    Ma per noi, basterebbe semplicemente replicare le singole leggi fatte da Sarkozy?
    Più che altro si tratta di importare un atteggiamento e una cultura politica. In questo senso le differenze tra Italia e Francia
    appaiano ancor più evidenti, anche se i due governi si sono trovati ad affrontare o aggirare ostacoli simili, come per esempio
    i vincoli del patto di stabilità europeo.
    Per Roma rispettare i patti europei è diventato l’unico punto concreto di finanza pubblica - risoltosi in un rispetto pressoché solo contabile, “grazie” alla finanza creativa - mentre per Parigi quella è stata solo una delle priorità, spesso finita dietro a obiettivi ritenuti più urgenti, come la ripresa dell’economia.

    Chirac in Cina, un bell’esempio
    Ma il “liberalismo pragmatico” di Nicolas Sarkozy – formula, usata dalla stampa francese, davvero efficace – è coerente con l’intera politica industriale francese degli ultimi quindici anni: conoscere quello che si ha, difenderlo, valorizzarlo e permettergli di competere per le sfide future.
    Questi obiettivi si sono concretizzati nelle campagne di salvataggio e rafforzamento dei grandi gruppi industriali: Air France, Renault, France Telecom, Edf e Alstom hanno tutte potuto contare, in momenti critici, sull’appoggio e sulle risorse (non solo denaro, ma anche diplomazia e supporto normativo) dell’apparato pubblico.
    Una condotta che ha fatto storcere il naso ai “liberali scolastici”, ma i cui risultati sono ben visibili: tra le prime mille aziende al mondo, ben 44 sono francesi, contro 35 tedesche e 23 italiane.
    A questo si aggiunga che tra i nascenti campioni europei in moltissimi casi c’è una realtà francese (basti pensare ad Air France, Edf, Airbus) a fungere da centro aggregante.
    Ma la più recente e imponente dimostrazione della capacità di fare sistema dei nostri vicini è arrivata con il viaggio di Jacques Chirac in Cina.
    Lui e il suo seguito, composto da molte delle aziende prima citate, si è preoccupato più che della promozione e della diplomazia, di siglare commesse e accordi bilaterali su questioni decisive, come i progetti infrastrutturali o la produzione di energia nucleare.
    I ministri francesi non sorrideranno neanche la metà dei nostri, ma quanto a chiarezza di idee e attributi… dateci un Sarkozy.

    Enrico Cisnetto su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Beh, ci vedo davvero poco di liberista lì dentro: "sconti fiscali alle imprese che incentivano comportamenti specifici come l’esportazione, la ricerca e il controllo della delocalizzazione", "campagne di salvataggio e rafforzamento dei grandi gruppi industriali"... questi sono interventi statali in economia (bene, per carità!)

    Peraltro sul secondo punto immagino sia meglio che non venga applicato troppo, per evitare di salvare cassoni inefficienti (Alitalia) o maneggioni (Parmalat)

 

 

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