di Nando dalla Chiesa
1. Emigrazione, confino e spinta espansionistica
La presenza della mafia al Nord si è sviluppata gradualmente e disegualmente negli ultimi trent'anni. Alle radici di questa diffusione è possibile indicare soprattutto tre fenomeni. Il primo è costituito dai massicci movimenti migratori realizzatisi negli anni Cinquanta e Sessanta dal Sud verso le aree più industrializzate del Paese; movimenti che hanno veicolato - sia pure come effetto secondario - anche gruppi e interessi di natura criminale, spesso mimetizzati e protetti grazie a reti spontanee di parentela, amicizia e solidarietà regionale. Il secondo è la diffusione della misura del soggiorno obbligato (il "confino"), ideata inizialmente (1965) per neutralizzare i boss mafiosi sradicandoli dal loro habitat storico. Il terzo, più recente fenomeno è la spinta espansionista assunta dalle organizzazioni mafiose con la conquista oligopolistica del mercato degli stupefacenti e con la conseguente accumulazione di enormi capitali illegali in cerca di adeguate opportunità di investimento.
Se i primi due fenomeni hanno avuto prevalentemente corso, per i loro aspetti più rilevanti, negli anni del boom economico e della industrializzazione del Paese, il terzo ha preso invece piede soprattutto nel ventennio compreso tra la metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Novanta; e in tal senso ha beneficiato, usandoli spregiudicatamente, dei diffusi processi di corruzione dell'economia e dell'amministrazione pubblica verificatisi nello stesso periodo nella società settentrionale.
2. Da luogo di incontro a tema di conquista
Prima che questi tre fenomeni si realizzassero l'Italia settentrionale era sostanzialmente immune da una autentica presenza operativa delle organizzazioni mafiose sul proprio territorio e nella propria economia. E' vero che alcune attività marginali risultavano congenitamente penetrate da interessi mafiosi: ad esempio il gioco d'azzardo o la gestione di alcune categorie di locali notturni. Ed è vero che uomini simbolo della mafia cercavano rifugi dorati a Milano o da qui controllavano estese reti di traffici internazionali. Classico il caso di Joe Adonis, stabilitosi nel capoluogo lombardo nel 1956 e divenuto nel '62, dopo la morte di Lucky Luciano, il referente della mafia italo-americana. E classico anche il caso di Luciano Liggio, capostipite dei corleonesi, catturato proprio a Milano nel 1974. Ma Milano restò per molto tempo principalmente un luogo di riparo e di incontro, quasi una (rilevantissima) postazione logistico-diplomatica. Né per nulla fu proprio qui che nel 1970 si tenne vicino alla stazione centrale uno storico summit con la presenza di boss del calibro di Gerlando Alberti, Giuseppe Calderone, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina e Salvatore Greco.
Solo successivamente le aree industrializzate - e quella milanese in modo specialissimo- vennero considerate da Cosa Nostra "terre di conquista". La capacità di mimetismo, il potere economico conquistato, la minore estraneità ambientale, resero via via più facile l'insediamento sul territorio di gruppi e interessi legati ai clan siciliani. Rimase a lungo la cautela di non disturbare troppo l'ordine pubblico o la quiete sociale con guerre di mafia che avrebbero costretto le istituzioni e l'opinione pubblica locali ad affrontare con più rigore e determinazione il fenomeno. Tuttavia la presenza delle cosche "storiche" si fece progressivamente più visibile e aperta, soprattutto nelle zone dell'hinterland: in parte come puro prolungamento e articolazione della mafia siciliana, in parte come presidio di interessi e attività avviati localmente in proprio.
3. L'alibi del terrorismo
In generale le capacità di condizionamento della struttura sociale da parte dei clan restarono però piuttosto contenute. La prima volta che la mafia mostrò in modo tracotante la sua presenza nel cuore del tessuto economico e professionale lombardo fu nel 1979, allorché venne ucciso l'avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore - per conto della Banca d'Italia- della Banca privata italiana di Michele Sindona. Quest'ultimo, con la sua sfolgorante carriera realizzata tra Roma e Milano, rappresentava bene le affinità tra certi ambienti professionali lombardi e la sfera criminale - mafiosa della finanza e della politica. Lo stesso assassinio di Ambrosoli espresse purtuttavia un conflitto di culture e di interessi che la società del Nord faticava a sentire come proprio, quasi che tra le presenze criminali nelle strade dell'hinterland e la presenza dei capitali mafiosi nei cieli della finanza stesse accomodata una intera società intatta e vergine. Non era così. Ma la minaccia del terrorismo (definitivamente sconfitto solo verso la metà del decennio Ottanta) giocò un ruolo di rilievo nel tenere lontane dalla mafia attenzioni e preoccupazioni pubbliche e private. E sempre l'alibi del terrorismo impedì, a Torino, di capire il peso degli interessi mafiosi gravitanti dietro l'assassinio del procuratore della Repubblica Bruno Caccia, che aveva aperto un'inchiesta sulla presenza dei clan in Piemonte e Val d'Aosta.
4. Il 1983
Dovendo scegliere uno spartiacque capace di indicare orientativamente il "prima" e il "dopo" nella storia della mafia al Nord, è forse possibile trovarlo nel 1983. Fu nel febbraio del 1983, infatti, con il cosiddetto blitz di San Valentino, che a Milano venne portata alla luce dalla magistratura una rete di società milanesi di proprietà di affiliati a Cosa Nostra e gestite da imprenditori "insospettabili", incarnazione esemplare della cosiddetta "mafia dei colletti bianchi". E fu sempre nel 1983 che venne smascherato l'assalto delle cosche catanesi e palermitane al casinò di Sanremo, in raccordo e sotto la protezione di settori del mondo politico, in particolare di uomini del partito socialista. Fu ancora in quell'anno che maturò la consapevolezza che il ruolo del boss Angelo Epaminonda, che aveva ereditato a sua volta il ruolo di Angelo Turatello come capo della "mala" milanese, non era più quello classico del gangster metropolitano (magari fornito di amicizie nel mondo mafioso) ma era diventato quello del mafioso vero e proprio, che alla gestione del gioco d'azzardo legava la gestione del traffico di cocaina. Lo stesso Epaminonda, arrestato nel '94 e diventato il primo grande "pentito" del Nord, illuminò le relazioni precisamente mafiose che egli aveva costruito attraverso la sua attività.
5. Nel clima di corruzione politica
La vicenda Epaminonda consentì anche di mettere a fuoco un problema sociologicamente e storicamente rilevante: quello della trasferibilità e imitabilità del modello mafioso. In sostanza emerse la possibilità (peraltro già sperimentata in Sicilia nel caso catanese) che in città tradizionalmente estranee alla presenza mafiosa si strutturassero organizzazioni guidate da persone non affiliate a Cosa Nostra ma disposte e attrezzate a utilizzare metodi, organizzazione, culture e relazioni di Cosa Nostra, fino a diventarne anche alleati o membri. Si verificò così nelNord la compresenza di famiglie tradizionalmente mafiose e di gruppi che aspiravano a imitarne comportamenti e logiche utilizzando a proprio vantaggio le diffuse condizioni locali di degrado ambientale, urbanistico e amministrativo.
Fu precisamente in questo contesto che si andò formando dalla Liguria al Veneto una ramificata e variegata presenza di organizzazioni criminose, che il clima di corruzione politica metteva in grado di contattare senza sforzi i livelli più alti dei partiti e delle amministrazioni locali. Tra queste organizzazioni quelle rappresentative di Cosa Nostra finirono per costituire una minoranza. A esse si affiancarono infatti quelle provenienti dalla camorra, dalla 'ndrangheta e dalla Sacra corona unita, ma anche associazioni a delinquere formatesi spontaneamente sul posto, come quelle costituitesi in alcune zone dell'hinterland milanese o come l'organizzazione raccoltasi intorno al bandito Felice Maniero in Veneto (nota come "la mafia del Brenta").
6. La quarta regione mafiosa
Se così la Lombardia diventava la quarta regione mafiosa d'Italia quanto a presenza di uomini di Cosa Nostra, essa esprimeva però anche la singolarità di compendiare al suo interno tutte le forme di criminalità mafiosa presenti nel Paese, tra loro in rapporto di coesistenza pacifica benché ciascuna di esse dominante con fortissime pretese monopolistiche sul rispettivo territorio di origine.
Tuttavia, nonostante la diffusione ormai rilevante del fenomeno costringesse gli stessi investigatori meridionali a sempre più numerosi viaggi nelle regioni settentrionali per acquisire dati e informazioni, le autorità politiche e istituzionali del Nord continuarono a lungo a smentire la presenza locale di insediamenti e interessi mafiosi. Ancora nel 1989, pur di fronte a decine di morti ammazzati nel corso dell'anno, il sindaco di Milano Paolo Pillitteri dichiarò l'inesistenza della mafia nella sua città. E ancora nel '92, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, fece lo stesso il procuratore generale di Milano Giulio Catelani, motivando le proprie affermazioni con l'assenza di sentenze passate in giudicato presso il proprio Distretto per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.
E' solo dopo i traumi politici e giudiziari dei primi anni Novanta, con la caduta del ceto politico di Tangentopoli e con i grandi delitti di mafia del '92 (stragi Falcone e Borsellino) e del '93 (bombe di Roma, Firenze e Milano), che si creano le condizioni per spingere a fondo la conoscenza e la repressione del fenomeno mafioso al Nord. E in questi anni che le indagini della magistratura portano all'arresto di migliaia di appartenenti a cosche mafiose (in particolare della 'ndrangheta calabrese, di cui più di duemila affiliati solo in provincia di Milano) e a toccare storia e relazioni di alcuni dei gruppi economici più potenti del Paese.
Così, dopo la finanza sporca di Sindona e di Calvi (Banco Ambrosiano), entrano nello spettro di indagine della magistratura per le loro relazioni pericolose e i loro eventuali intrecci d'affari gli imperi di Raul Gardini (gruppo Ferruzzi) e di Silvio Berlusconi (gruppo Fininvest). Benché, contrariamente a quanto si crede, la presenza economica della mafia nelle regioni settentrionali si sia sviluppata fondamentalmente al di fuori del capitalismo di borsa, i contatti e gli accordi con le imprese e i gruppi di prima grandezza testimonierebbero e spiegherebbero meglio sia le straordinarie capacità di pressione lobbistico-politica della mafia sul piano nazionale sia anche i condizionamenti visibilmente operati sul mondo dell'informazione anche al Nord.




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