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    SENATORE di POL
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    Predefinito Terrorismo e Terroristi

    A mio avviso completamente condivisibili le considerazioni che Emanuele Ottolenghi espone nel suo articolo che riporto qui sotto. Considerazioni di buon senso e fondate su evidenti dati di fatto e su una valutazione dei fenomeni ancorata a valori liberaldemocratici certi ed ad una corretta conoscenza e interpretazione della Storia, oltre che su una lucida consapevolezza dei limiti dell'Europa, della sua politica, della sua cultura politica attuale.

    " Quei terroristi che qualcuno chiama eroi
    Pubblicato Martedì, 26 ottobre 2004 @ 1052 CEST
    www.shalom.it

    di Emanuele Ottolenghi

    I tagliatori di teste e gli assassini di bambini non saranno mai combattenti della libertà

    L'ondata di attacchi terroristici che ha occupato le prime pagine dei giornali a settembre impone tre considerazioni. Primo, l'orrore che il terrorismo suscita non conduce a condanne universali: nonostante le giornaliere mostruosità irachene, parte dell'opinione pubblica e delle classi politiche europee (e l'Italia non fa eccezione) continuano ad avvitarsi in artificiosi distinguo, vuoi difendendo o minimizzando il terrorismo in Iraq come 'resistenza' a un'occupazione militare in nome di libertà, vuoi facendo odiose distinzioni basate sull'identità della vittima. Si prenda il caso del Manifesto, dove la presa di posizione di un ex direttore che dice di preferire l'occupazione americana ai tagliatori di teste islamici suscita acceso dibattito e condanna da parte di molti lettori.

    Eppure che i terroristi in Iraq non siano portatori né di democrazia né di libertà dovrebbe essere ovvio. Anche se l'operazione americana in Iraq è lontana dalla perfezione, l'Iraq è stato comunque liberato da una dittatura seconda nella sua ferocia solo al nazismo. Chi oggi si oppone alla coalizione guidata dall'America non può essere paragonato ai partigiani italiani o francesi che lottarono contro l'oppressore nazi-fascista. Semmai alle bande di SS e repubblichini che dopo il 1945 si diedero alla macchia in Germania e Italia, sperando di sfuggire al duro giudizio della storia. Chi sostiene oggi il terrorismo in Iraq chiamandolo 'resistenza' non solo offende attraverso l'indebito paragone i martiri e gli eroi della libertà nella lotta contro il nazi-fascismo, ma è moralmente complice dei suoi degni eredi.

    Secondo, se il plauso alla 'resistenza' non riscuote piú maggioranze bulgare, nel mondo principalmente di sinistra, chi riesce finalmente a capire come stiano le cose rimane ancora in forte minoranza. Non aiutano le frasi confuse di leader riformisti, che dicono fumosamente che alla guerra preventiva di fronte alla sfida del terrorismo vada preferita 'la politica preventiva', espressione di retorica bizantina, detta senza pensarci per preziosismi stilistici piú che per visione concreta su percorsi alternativi. Prima di parlare, occorrerebbe pensarci. Ma il punto è che anche chi ci pensa spesso da la precedenza alle proprie simpatie politiche tralasciando la coerenza morale che l'opposizione al terrorismo richiede. E' il caso della strage degli innocenti in Ossezia che ha incontrato, accanto al coro di sdegno e denuncia, anche una presa di posizione politica fortemente critica nei confronti della Russia a cadaveri ancora caldi, suggerendo una correlazione causale tra gli orrori di Beslan e la brutale politica russa in Cecenia. La simpatia che la causa cecena riscuote non può in nessun modo minimizzare, giustificare, spiegare o comprendere la barbarie del commando ceceno a Beslan. L'efferatezza dei cui crimini ha solo due precedenti nel suo accanirsi contro i bambini come obbiettivo scientemente prescelto: lo sterminio nazista e l'assalto terroristico palestinese a Ma'alot nel 1974. Di diversa portata naturalmente, nei numeri e negli intenti, ma simile nella crudeltà del ricatto giocato sulle vite umane di tanti piccoli innocenti. Eppure anche qui un'ovvietà sfugge ai piú. Un milione e mezzo di bimbi ebrei morirono nei campi di sterminio, ma nessuno, né prima né dopo il 1945, si è sentito in diritto di bombardare gli asili della Germania per vendicare quello scempio. Lo stesso si dovrebbe dire ora della strage di Beslan, dove nessuna delle efferatezze russe durante le due guerre cecene giustifica un simile macabro accanimento su dei bambini. Che molti si sentano in dovere invece di fare ulteriori distinguo per simpatia con la causa cecena mostra come a tre anni dall'11 settembre si sia ancora capito poco del terrorismo.

    Terzo, in Europa rimane ancora dominante la vergognosa acrobazia intellettuale secondo cui il terrorista di alcuni è un combattente per la libertà per altri. E nulla lo dimostra piú della Francia e il suo comportamento di fronte al terrorismo. Per cercar di salvare la vita ai suoi giornalisti, la Francia usufruisce disinvoltamente del sostegno e dell'appoggio di tutte le forze liberticide del Medio Oriente, la cui amicizia peserà enormemente in avvenire su una Francia dimostratasi politicamente ricattabile e per nulla turbata dall'alleanza con organizzazioni come Hamas, la Jihad Islamica e di leader radicali come lo sceicco Youssuf al Qaradawi, la cui teologia che giustifica le stragi di civili in Israele e in Iraq non ha scomposto piú di tanto la diplomazia transalpina. Ma mentre la Francia scende in piazza unita a denunciare come terrorismo il rapimento dei suoi giornalisti, si lascia scappare un terrorista nostrano che da troppi anni se ne sta a piede libero protetto dallo stato francese senza aver pagato il suo debito con la società e con la giustizia. Cesare Battisti scappa, e se su di lui almeno pende un tardivo mandato di cattura, dopo che la Francia ne aveva negato l'estradizione nel 1992, molti altri ex-terroristi italiani se ne stanno indisturbati in Francia, coccolati dagli intellettuali di sinistra, difesi da politici, e ospitati sulle pagine di giornali prestigiosi e a dibattiti radiofonici per presentare 'il loro punto di vista'. Due pesi due misure insomma.

    Questa è la vergogna dell'Europa che non riesce, nemmeno dopo i lutti subiti da molti dei suoi paesi a opera di terrorismi di matrice ideologica diversa ma di metodi simili, a capire che il terrorismo non è un nemico, ma il metodo usato da tanti nemici diversi per uno scopo comune. Metterci in ginocchio psicologicamente, a scopo di estorsione, quale che sia la causa. Quanti morti ancora ci vorranno prima che gli odiosi distinguo e le indegne reticenze scompaiano dal linguaggio politico nazionale?
    "


    Shalom!!!

  2. #2
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    Predefinito

    A mio avviso, per quanto sintetica, molto lucida e del tutto condivisibile l'analisi proposta da Barry Rubin sulla figura di Arafat, la sua storia di terrorista e capo politico, le prospettive che lascia in eredità al suo popolo e alle formazioni politiche "rivoluzionarie", islamiste e nazionaliste, che vorrebbero guidarlo e rappresentarlo.


    " Le incognite del dopo Arafat
    di Barry Rubin
    La grave malattia di Yasser Arafat minaccia di rimuovere dalla scena l’uomo che ha dominato – o addirittura forgiato – la causa palestinese, che ha plasmato il conflitto arabo-israeliano e che ha bloccato il raggiungimento di una sua soluzione pacifica per quasi mezzo secolo. La sua uscita di scena avrebbe enormi conseguenze sul Medio Oriente e anche oltre.
    La politica e le tattiche di Arafat sono sempre state inestricabilmente intrecciate fra loro. Sin dall’esordio nella vita politica, nel 1948, il suo obiettivo è stato quello di cancellare Israele e creare al suo posto uno stato arabo palestinese. Fondamentalmente Arafat non ha mai abbandonato questo obiettivo, anche se per un certo periodo negli anni ’90 è sembrato disposto a posticiparlo un po’.
    Il suo ricorso costante al terrorismo, metodo di cui è stato uno dei pionieri dagli anni ’60 fino ai nostri giorni, scaturiva dalla convinzione che la violenza terroristica avrebbe provocato il collasso della società israeliana e gli avrebbe guadagnato favori fra la sua gente, senza danneggiare più di tanto il suo sforzo di ottenere sostegno a livello internazionale.

    Arafat ha avuto successo nell’edificare il suo movimento. Saltando da una capitale araba all’altra, ha saputo garantirsi abbastanza appoggi da sopravvivere. Allo stesso modo, ha saputo tenere assieme una coalizione piuttosto lasca di gruppi e fazioni palestinesi, proponendosi come il simbolo di tutti senza mai cercare veramente di imporre un vero controllo sui rivali minori. Quello che ne è risultato è un mix del tutto particolare.
    Da un lato Arafat ha ottenuto spettacolari successi nel creare e mantenere in funzione l’Olp. Ha secondato la più duratura campagna terroristica di tutta la storia moderna. Nel 1993, firmando gli accordi di Oslo, ha persino convinto quasi tutti che era pronto a un compromesso di pace. Ed è tornato in patria come capo di quell’Autorità Palestinese che sembrava sul punto di generare il futuro stato palestinese indipendente.
    Dall’altro lato, nello stesso tempo, Arafat rappresenta un totale fallimento: ha aggravato e aumentato le sofferenze della sua gente, mentre mancava un’occasione dopo l’altra. Come governatore su due milioni di palestinesi nei territori, ha creato una situazione di caos. Nel 2000, a Camp David e col piano Clinton, ha gettato al vento due autentiche opportunità di ottenere uno stato indipendente e di porre fine all’occupazione israeliana. Arafat è invece tornato a fare la guerra, sempre convinto che la violenza gli avrebbe permesso di raggiungere i suoi obiettivi. Il risultato sono stati quattro anni di spargimento di sangue e la morte perfettamente evitabile di diverse migliaia di persone.
    Mentre molti, in Europa e altrove, continuavano ad essere suggestionati dalla sua indubbia abilità nelle pubbliche relazioni e dalla sua eterna immagine di rivoluzionario, Arafat toccava il fondo un’altra volta. Israele e Stati Uniti si rifiutavano di parlare ancora con lui, frustrati dai rapporti che avevano cercato di costruire col raìs palestinese e dalla sua abitudine di non mantenere impegni e promesse. Persino in Europa le critiche ad Arafat raggiungevano livelli mai visti prima. Nel mondo arabo, poi, pur mancando quasi del tutto critiche pubbliche, in privato non v’era quasi nessuna figura politica o intellettuale che fosse disposta a spendere una buona parola per lui. Anche fra i palestinesi la sua popolarità aveva toccato il punto più basso, sebbene fra loro vigesse una sorta di unanime consenso sul fatto che non vi fosse nessun altro leader possibile al di fuori di Arafat.
    Qual è dunque il lascito di Arafat? Non avendo voluto creare istituzioni funzionanti né nominare un successore per così tanto tempo, il dopo-Arafat potrebbe essere il caos. Paradossalmente la sua malattia più grave sopraggiunge proprio quando l’imminente ritiro israeliano dalla striscia di Gaza gli offriva un’altra occasione per dimostrare la sua serietà nell’impegno di governare, fermare la violenza e fare la pace. Tutti i segnali lasciano pensare, tuttavia, che Arafat fosse avviato a intrallazzare anche con quest’ultima chance.
    Il movimento palestinese è e resta un insieme di leader e organizzazioni separate e spesso in lotta fra loro. La sua stessa struttura è una ricetta per la frammentazione. Oltre ai due campi, nazionalista e islamista, altre potenziali linee di frattura dividono i palestinesi sia all’interno che all’esterno dei territori di Cisgiordania e Gaza.
    Arafat siede su ogni poltrona importante e dovrebbe essere sostituito su ognuna di esse, anche se non necessariamente da una sola persona. Come capo dell’Olp, si pone alla guida dei palestinesi in tutto il mondo. C capo dell’Autorità Palestinese dovrebbe governare i territori. Come capo della fazione più grande, il Fatah, è il leader di un’organizzazione armata rivoluzionaria.
    La questione principale dunque non è chi, bensì che cosa rimpiazzerà Arafat. Il paradosso è che, mentre Arafat era l’uomo che rifiutava di fare la pace con Israele, il vuoto lasciato da Arafat non è detto che renda le cose più semplici. Qualunque nomina ufficiale sarà fatta per rimpiazzarlo, ci vorrà molto tempo prima che chiunque possa esercitare un reale potere come leader dei palestinesi.
    Senza nessuno chiaramente al comando, ed anzi con pretendenti rivali che cercheranno di superarsi a vicenda accrescendo la propria legittimazione attraverso operazioni armate, la decisione cruciale di fare la pace verrà verosimilmente rimandata. Allo stesso modo, per molto tempo non emergerà nessuno la cui autorità o i cui comportamenti saranno tali da convincere gli israeliani a fare concessioni o ad assumersi dei rischi, soprattutto alla luce di cosa è scaturito dalle concessioni fatte e dai rischi assunti negli anni ’90.
    Non basta. Dal momento che vi sono così tanti signori della guerra locali, ciascuno con la sua propria milizia armata, è assai improbabile che possano prevalere disciplina e coordinamento. Questo non significa che vi sarà una guerra civile (i gruppi palestinesi sono tradizionalmente restii dal combattersi l’un l’altro su vasta scala). Ma è assai probabile che l’ordine civile sarà ridotto al minimo. In questo quadro, è improbabile che prevalga il gruppo islamista jihadista Hamas. Tuttavia, dal momento che alcuni gruppi nazionalisti vorranno allearsi con gli islamisti per guadagnare potere, Hamas potrebbe acquisire una sorta di potere di veto che a sua volta renderebbe ancora più ardua la via della moderazione e del compromesso.
    A rendere le cose peggiori, l’Iran e vari stati arabi si sentiranno liberi di appoggiare il leader locale di loro scelta, nel tentativo di accrescere la propria influenza, non facendo altro che accrescere divisioni e confusione. Già oggi gli Hezbollah libanesi, sostenuti da Siria e Iran, stanno guadagnando il controllo su molte cellule terroriste nei territori.
    Ecco dunque l’amara ironia della carriera di Arafat. Egli ha condotto il suo popolo alla soglia di uno stato indipendente, e poi gli ha impedito di ottenerlo. La domanda ora è se la sua lunga ombra continuerà a impedirlo anche dopo la sua uscita di scena.

    (Barry Rubin, direttore Middle East Review of International Affairs, 28.10.04)
    "

    www.israele.net


    Shalom

 

 

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