di Selim Lone





Prima che l'Iraq apparisse così com'e' nella sua catastrofe, Tony Blair lo scorso novembre tenne una delle sue più appassionate difese della guerra durante un discorso al banchetto per il Lord Mayor. Sperava così di mettere fine alle critiche prima della visita del presidente Bush. L'Iraq, disse, era "una battaglia di importanza decisiva per quest'inizio di secolo. Essa ridefinirà le relazioni tra il mondo musulmano e l'occidente. Influenzerà profondamente lo sviluppo degli stati arabi e del Medio Oriente. Avrà implicazioni lontane nel tempo per il futuro delle diplomazie americana ed occidentali".

Il primo ministro aveva ragione - ma la percezione della centralità dell'Iraq nell'attuale ordine mondiale arrivava con un decennio di ritardo. Fu la prima guerra del Golfo del 1991 e le successive sanzioni, accompagnate dallo stazionamento delle truppe USA in Arabia Saudita, ad aver creato una frattura profonda nelle relazioni tra occidente ed Islam. Cosa più importante, essa causò l'inizio di un'epoca di terrorismo globale - inaugurata dal primo attentato al World Trade Center, nel 1993. Durante i lunghi decenni di rabbia palestinese ed araba verso gli USA per il forte sostegno dato all'occupazione israeliana, essi non erano mai stati colpiti al di fuori del Medio Oriente.

Dire ciò non significa sottovalutare l'impatto dell'attuale guerra ed occupazione dell'Iraq, che ha reso gli USA una potenza detestata in tutto il mondo arabo/islamico ed ha creato una nuova volontà da parte dei musulmani di ingrossare le fila di coloro che combattono gli USA. Gran parte del mondo si era opposto a questa guerra proprio per timore di tale risultato, ma oggi esso sembra impotente nell'influenzare gli USA di fronte alla determinazione di Washington a "proseguire il corso".

In molti paesi, Bush e' ritenuto responsabile di aver innescato la spirale di violenza, ma ciò non e' del tutto vero. Il lavoro sotterraneo per lo scoppio della violenza attuale fu fatto dal presidente Bush padre e dai suoi alleati arabi ed europei che, nel 1990, assecondarono la sua decisione di punire severamente l'Iraq per la sua invasione del Kuwait. Molti analisti avevano messo in guardia su una furia senza precedenti nel mondo arabo se l'Iraq fosse stato attaccato, dal momento che le Nazioni Unite non avevano mai, prima di allora, approvato l'uso della forza per contrastare un'invasione. Cosa più importante, ad Israele era permesso da anni di occupare impunemente la Palestina e parti della Siria e del Libano.

Ma gli USA, mettendo in mostra i muscoli dell'unica superpotenza, non si fecero distogliere, e la guerra fu portata avanti senza pietà. Martti Ahtisaari, allora sotto-segretario generale delle Nazioni Unite (ed ex presidente finlandese), si recò in Iraq per constatare i danni. All'assemblea generale disse: "Il conflitto ha avuto conseguenze vicine all'apocalisse, e la maggior parte delle strutture della vita moderna sono state distrutte".

Il peggio doveva ancora venire, con le sanzioni più punitive che la storia moderna ricordi e che distrussero la società irachena e reclamarono la vita di almeno mezzo milione di bambini.

Il previsto sollevamento dei paesi arabi, tuttavia, non si materializzò dopo la guerra, e il nascente movimento neo-conservatore vide in ciò la convalida della sua propaganda, secondo cui gli USA erano stati costretti ad utilizzare la forza nei loro rapporti con il Medio Oriente. Nessuno fu particolarmente interessato a vedere la profonda alienazione che si stava sviluppando nel mondo arabo/islamico.

Oggi il mondo sembra ancora più impotente ad influenzare gli USA nonostante la rapida crescita di sentimenti anti-occidentali che la loro politica ha innescato, soprattutto a causa di quest'ultima aggressione. La crescita di tale militanza non può essere spiegata con frasi auto-assolutorie e ad effetto, secondo cui "essi" odierebbero le libertà occidentali e sarebbero inerentemente barbari ed incivili. Le decapitazioni sommarie di innocenti in verità lo sono, ma lo e' pure l'assassinio di oltre 600 civili di Falluja in una settimana di bombardamenti aerei, o la morte inflitta a 500.000 bambini attraverso le sanzioni ONU.

La profondità di questo risentimento anti-USA e' cosa recente. Gli arabi ed i musulmani hanno gravitato attorno agli USA per decenni, durante la lotta antisovietica in Afghanistan. Oggi, persino il musulmano più moderato ritiene che gli USA siano determinati a schiacciare l'Islam.

C'e' solo un modo per contrastare la sfida di questa spirale di violenza ed e' che gli USA stendano verso i musulmani una mano di amicizia ed abbraccino le loro legittime cause. Ciò permetterebbe agli stessi musulmani di contrastare coloro che, al loro interno, siano determinati a proseguire ingiustamente sulla strada del confronto. Tuttavia non sarà sufficiente una mera virata della politica dell'aggressiva amministrazione Bush per riguadagnare la fiducia dei popoli musulmani. C'e' bisogno di cambiamenti molto più decisivi nell'intero discorso politico statunitense.

Nella ricerca della pace, resta priorità vitale una giusta soluzione della questione palestinese, ma non si deve pensare che la fine di questo conflitto possa essere una carta vincente per rendere più accettabile il dominio USA sull'Iraq. Negli ultimi 14 anni, per milioni di persone l'Iraq ha sostituito la Palestina come sorgente del dolore musulmano. Bisogna cominciare da lì, bisogna restituire dignità alla nazione sconvolta.