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    Post Quando l’impero di Roma fu fermato dai germani “selvaggi” di Arminio

    UNA RIEVOCAZIONE DELLA GRANDE BATTAGLIA DEL 9 D.C. A TEUTOBURGO



    Era un giorno di settembre come tanti quel pomeriggio dell'anno 9 d.C. dalle parti dell'attuale borgo di Kalkriese, a nordest di Osnabrück.
    Nella terra di nessuno tra il Reno e l'Elba, tre agguerrite legioni romane, la XVII, XVIII e XIX, appoggiate da tre squadroni di cavalleria e sei coorti di fanti, affrontano un passaggio stretto e impervio nella cosiddetta selva di Teutoburgo: a sinistra una ripida altura, a destra la Grande Palude, punteggiata da specchi d'acqua stagnante celati da un'infida vegetazione. Improvvisamente, come nella più classica delle imboscate, sui circa 18mila uomini in perfetto assetto di guerra piovono quasi altrettanti giavellotti scagliati da un vicino terrapieno. Dietro si nascondevano i germani di Arminio, il grande capo della tribù dei Cherusci che intendeva infliggere una lezione esemplare all'esercito avventuratosi negli inesplorati territori oltre il Reno.
    Il grande fiume costituiva allora il limite del mondo civile, il confine fisico, politico e culturale tra due mondi. A ovest la civiltà romana e delle lingue romanze, derivate dal latino, a est la terra dei germani e del loro incomprensibile idioma. Di qua la cultura del vino e dell'olio, di là quella della birra e dello strutto.
    Augusto, il cui impero comprendeva il Nordafrica, il medio oriente e gran parte dell'Europa, intendeva stabilizzare i suoi domini. Sulla base d'informazioni smodatamente ottimistiche si era fatto l'idea che le regioni tra Reno ed Elba fossero già in parte pacificate. E che bastasse impiantarvi una saggia amministrazione per governarne i popoli.
    Cioè quei germani che il grande Cesare aveva sbeffeggiato definendoli una razza inferiore rispetto ai più temuti celti.
    A un'analoga convinzione era giunto anche Quintilio Varo, il comandante delle tre divisioni. Varo godeva della massima fiducia di Augusto. Già governatore di Siria, dove aveva soffocato diverse ribellioni con inflessibile pugno diferro, nel 7 d.C. era stato nominato governatore delle regioni sul Reno. Suo il compito di asservire alcune deboli popolazioni riottose in poche e mirate straffenexpedition.
    Fu un clamoroso errore di stima. Diversamente dai galli sottomessi da Cesare tra il 58 e il 51 a.C., le tribù germaniche non vivevano in grandi insediamenti facilmente attaccabili. In Europa centrale il nemico era più sgusciante e flessibile. E aveva fatto tesoro della pratica di alcuni suoi uomini nelle file dell'esercito imperiale.
    La cecità politica di Augusto Era il caso di Arminio, il responsabile della fatale imboscata di Teutoburgo, ex comandante di un corpo ausiliario dell'esercito romano. Sapeva il latino ed era stato nominato cavaliere per meriti guadagnati sui campi di battaglia in Pannonia, dove anni prima aveva contribuito a sedare una rivolta. Ma oltre a conquistarsi la fiducia di Roma si era impratichito delle tattiche del suo esercito.
    Scoprendone anche i limiti: di fronte a un attacco a sorpresa su territorio infido, anche la più potente macchina da guerra si trasformava in un colosso dai piedi d'argilla.
    Sul campo di battaglia ai margini della Grande Palude l'esercito di Augusto andò incontro alla sua più disastrosa sconfitta. Morirono 5mila soldati, 10mila furono i feriti. Tra i germanici si contarono solo poche centinaia di vittime.
    La scoperta del sito, avvenuta solo nel 1987, è narrata da Peter S. Wells, archeologo e professore alla University of Minnesota, in un piacevole volume tutto giocato sull'interazione tra fonti scritte e rilievi sul terreno: La battaglia che fermò l'impero romano. La disfatta di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo (trad. it. il Saggiatore, MIlano 2004, 260 pp., e 19,00).
    Fonti assai lacunose e discordanti, come le ricostruzioni posteriori di Dione Cassio, Tacito, Lucio Anneo Floro e Velleio Patercolo. O nazionalisticamente interessate, come l'elevazione di Arminio (Hermann) a eroe germanico voluta da Martin Lutero.
    I risultati dell'indagine archeologica, invece, dimostrano tutta la forza dei giovani popoli germanici e la cecità politica di Augusto. Dopo la sconfitta la parola d'ordine a Roma fu di minimizzare, scaricando colpe e responsabilità sul tradimento di Arminio e sulla presunta inettitudine di Varo (incapace, si disse, anche a propiziarsi gli dèi). In realtà, la società e l'economia transrenane erano in profonda trasformazione.
    E nuove tecniche metallurgiche avevano migliorato la produzione di armi e strumenti bellici. Ma per la statica mentalità romana, tutta fossilizzata sull'idea di continuità, i "barbari" erano incapaci della benché minima evoluzione.
    L'impero doveva vivere in una stabilità indefinita e il suo vocabolario non contemplava la parola mutamento.
    La sconfitta di Teutoburgo fu devastante non solo per le sue proporzioni ma anche per gli effetti. Da allora furono accantonati ulteriori disegni di espansione e nei secoli successivi, nonostante qualche scaramuccia, i romani non tentarono più di stabilirsi in territorio germanico. Il Reno divenne un baluardo contro la globalizzazione imperiale.
    Vino e olio da una parte, birra e strutto dall'altra.
    Alessandro Frigerio
    --------------------------------------------------------------------------------


    [Data pubblicazione: 05/11/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    Arminio uber alles





  3. #3
    AUTODIFESA ETNICA TOTALE!
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    Predefinito

    Onore e gloria alle stirpi germaniche che seppero dare una lezione così efficace all'invasore romano !!!

    Ah ! qui mi viene un poco di nostalgia nel pensare a 2 stirpi germaniche, Franchi e Longobardi, così importanti nel passato della Padania, che si sono fatte la guerra invece di instaurare amichevoli relazioni !!!

 

 

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