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Discussione: Arminio

  1. #1
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    Predefinito Arminio

    La Germania si appresta a celebrare Arminio - con una gigantesca mostra - nel bimillenario della battaglia di Teutoburgo, in cui il leader dei Cherusci distrusse tre legioni romane in un'imboscata.
    Vogliamo discuterne?

    Alcune tracce:

    - Chi era l'Arminio storico;

    - L'Arminio leggendario, ovvero come è stato trattato dalla memorialistica tedesca;

    - Esiste una costante nel "fenomeno Arminio"? Ovvero: perché è un 'mito' per tutti i gusti? (In parole povere: perché lo hanno esaltato tutti, sia i nazionalisti che i tedeschi dell'epoca Merkel?)

  2. #2
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    Arminio
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
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    L'Hermannsdenkmal, Nord Reno-Westfalia
    Arminio (latino Arminius; tedesco: Hermann o Armin; Weser, 17-16 a.C. – Germania, 21) principe e condottiero della popolazione dei Germani Cherusci.

    Arminio è noto per aver sconfitto l'esercito romano nella battaglia della foresta di Teutoburgo, quando a capo di una coalizione di tribù germaniche annientò tre intere legioni comandate da Publio Quintilio Varo. Pochi anni più tardi, subì egli stesso una pesante sconfitta per opera di Germanico.[1]

    Il nome di Arminio è una variante latinizzata di quello germanico Irmin, "grande" (confronta Herminones). Il nome Hermann (cioè "uomo dell'esercito" o "guerriero") fu utilizzato nel mondo germanico come equivalente di Arminio al tempo della Riforma di Martin Lutero, che voleva farne un simbolo della lotta dei popoli germanici contro Roma.

    Indice [nascondi]
    1 Biografia
    1.1 Negli eserciti imperiali (5-7)
    1.2 Arminio e Publio Quintilio Varo (7-9)
    1.3 Arminio e Germanico (14-16)
    1.4 Arminio e Maroboduo (17-18)
    1.5 Morte del "liberatore" della Germania (19)
    2 Curiosità
    3 Note
    4 Bibliografia
    5 Voci correlate



    Biografia [modifica]

    Negli eserciti imperiali (5-7) [modifica]
    Arminio, nato nel 17 o nel 16 a.C., era figlio del capo cherusco Segimero.

    Servì nell'esercito romano, prima probabilmente sotto Tiberio in Germania durante la campagna del 5, più tardi, secondo le fonti storiografiche latine, trasferito in Pannonia, come luogotentente di reparti di cavalleria, collaborò alle operazioni militari dei Romani, durante i primi due anni della rivolta dalmato pannonica, guidando un contingente di truppe ausiliarie cherusce.


    Arminio e Publio Quintilio Varo (7-9) [modifica]
    Per approfondire, vedi le voci Occupazione romana della Germania sotto Augusto e Battaglia della foresta di Teutoburgo.


    Ottenuta anche la cittadinanza romana, attorno al 7/8, Arminio tornò nella Germania settentrionale, dove i romani avevano conquistato i territori a ovest del fiume Reno e ora miravano a espandere il loro dominio a est dell'Elba sotto la guida del governatore Publio Quintilio Varo.

    Arminio iniziò subito a complottare e a unire sotto la sua guida diverse tribù di Germani per impedire ai romani di realizzare i loro progetti. Mentre complottava Arminio mantenne il suo incarico di ufficiale della Legione e da cittadino romano mantenne la piena fiducia di Varo, che affidò completamente ai suggerimenti di Arminio la campagna militare che stava seguendo.

    Arminio era un cittadino romano e riscuoteva la piena fiducia di Varo, che non dette retta alle accuse di tradimento che vennero formulate nei confronti di Arminio dagli stessi romani e lo promosse suo consigliere militare.


    Nel 9, a capo di una coalizione formata da Cherusci, Marsi, Catti e Bructeri, il 25enne Arminio annientò l'esercito di Varo (circa 20.000 uomini) nella battaglia di Teutoburgo (nei pressi della collina di Kalkriese, circa 20 chilometri a nord-est di Osnabrück.

    Praticamente Arminio condusse le tre legioni romane sotto la sua stessa guida dentro la trappola che egli stesso aveva preparato. Si tratta di un caso unico nella storia militare dove il comando tattico della battaglia viene esercitato per i due schieramenti contrapposti dallo stesso comandante.

    Ed infatti nella battaglia di Teutoburgo i legionari romani non furono neppure schierati in assetto di combattimento ma, contro tutte le regole romane, furono fatti proseguire dentro un territorio ostile in semplice assetto di marcia ed affardellati.

    La maggior parte fu uccisa senza potersi difendere, i germani si lasciarono andare ad atrocità, e le testimonianze dei pochi sopravvissuti parlano di torture e mutilazioni perpetrate sui legionari catturati.

    Varo si suicidò e i romani non tentarono più di conquistare le terre al di là del Reno, che segnò per secoli il confine tra l'Impero e i barbari. Dopo questa vittoria, Arminio tentò inutilmente di creare un'alleanza permanente dei popoli germanici con cui far fronte all'inevitabile vendetta romana.

    Una cosa che fece desistere dalla romanizzazione della germania fu lo sconcerto che provocò il tradimento di un cittadino romano con molti privilegi per difendere una cultura considerata dai romani come primitiva ed inferiore. Non si poté comprendere come ciò che i romani consideravano una emancipazione culturale potesse essere subita come

  3. #3
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    una tirannia.

    Arminio e Germanico (14-16) [modifica]
    Per approfondire, vedi la voce Spedizione in Germania di Germanico.

    Negli anni 14-16 le forze romane, guidate da Germanico, penetrarono profondamente in Germania, devastandone i territori ed infliggendo una pesante sconfitta ad Arminio e alle sue tribù alleate.

    Nel 16 Germanico, infatti, nel corso del suo ultimo anno di campagne, riuscì a battere pesantemente Arminio nel corso di due battaglia presso il fiume Weser: prima nella piana di Idistaviso e poco dopo, quasi fosse la continuazione naturale della prima, poco lontano di fronte al Vallo degli Angrivari.

    Il capo cherusco, ormai battuto pesantemente, probabilmente disperò sul futuro della sua Germania libera, ma Germanico era richiamato al termine di quest'anno dal padre adottivo, l'imperatore Tiberio.

    Durante le operazioni di questi due anni di guerra, i romani recuperarono le insegne militari di due delle tre legioni che erano state massacrate a Teutoburgo.

    La terza insegna fu recuperata in seguito, al tempo dell'imperatore Claudio, fratello di Germanico[2].


    Arminio e Maroboduo (17-18) [modifica]
    Una volta che i Romani si furono ritirati da vincitori, scoppiò la guerra tra Arminio e Marboduo, l'altro potente capo germanico dell'epoca, re dei marcomanni (che erano stanziati nell'odierna Boemia). Le due coalizioni si scontrarono in una battaglia campale, dove Arminio riuscì a battere le truppe alleate del re rivale marcomanno, il quale fu costretto a rifugiarsi a Ravenna, chiedendo asilo politico allo stesso imperatore romano Tiberio.


    Morte del "liberatore" della Germania (19) [modifica]
    Nel 19 Arminio fu assassinato dai suoi capitani, che temevano il suo crescente potere:

    « Ricevo presso gli storici e i senatori contemporanei agli eventi che in Senato fu letta una lettera di Adgandestrio, capo dei Catti, con la quale prometteva la morte di Arminio se gli fosse stato inviato un veleno atto all'assassinio. Gli fu risposto che il popolo romano si vendicava dei suoi nemici non con la frode o con trame occulte, ma apertamente e con le armi [...] del resto Arminio, aspirando al regno mentre i romani si stavano ritirando a seguito della cacciata di Maroboduo, ebbe a suo sfavore l'amore per la libertà del suo popolo, e assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori. Indubbiamente fu il liberatore della Germania, uno che ingaggiò guerra non a un popolo romano ai suoi inizi, come altri re e comandanti, ma a un Impero nel suo massimo splendore. Ebbe fortuna alterna in battaglia, ma non fu vinto in guerra. Visse trentasette anni e per dodici fu potente. Anche ora è cantato nelle saghe dei barbari, ignorato nelle storie dei greci che ammirano solo le proprie imprese, da noi romani non è celebrato ancora come si dovrebbe, noi che mentre esaltiamo l'antichità non badiamo ai fatti recenti »
    (Tacito, Annales II, 88)



    Curiosità [modifica]
    Il femminile di Arminio, Arminia, ha dato il nome alla squadra tedesca dell'Arminia Bielefeld.

    Il fratello di Arminio, Flavo, militava nell'esercito romano e rimase anche successivamente la battaglia di Teutoburgo un leale e fedele ufficiale delle legioni.

    La storia di Arminio e delle sue vittorie potrebbero aver fornito la base per la figura mitologica di Sigfrido dei Nibelunghi[3]


    Note [modifica]
    ^ Tacito, Annali II, 22; Svetonio, Vite dei dodici Cesari, Vita di Caligola 1,4
    ^ Dione Cassio, Storia romana, LX, 8.
    ^ Arminius: The Original Siegfried. URL consultato il 2006-09-06.

    Bibliografia [modifica]
    Fonti primarie
    Tacito, Annali
    Cassio Dione Cocceiano, Storia romana
    Plinio il Vecchio, Naturalis Historia
    Gaio Svetonio Tranquillo, Vite dei dodici Cesari
    Velleio Patercolo, Storia romana
    Fonti secondarie
    Hubert Cancik und Helmuth Schneider (a cura di), Der neue Pauly: Enzyklopädie der Antike, Stuttgart/Weimar, 1996-2003
    Georg Wissowa (a cura di), Paulys Realenzyklopädie der klassischen Altertumswissenschaft, Stuttgart, 1893-1979 (Pauly-Wissowa)
    J. Hoops, Generallexikon der Germanische Altertumskunde, Berlino, 1984
    Meyers Lexicon, Arminius, Vienna, 1893
    Klaus Bemmann: Arminius und die Deutschen, Essen: Magnus Verlag 2002, 228 ssg., ISBN 3-88400-011-X
    J. Bühler, Deutsche Geschichte, Lipsia, 1934
    Alexander Demandt, Rainer Wiegels und Winfried Woesler (a cura di), Arminius und die frühgermanische Staatenbildung, in Arminius und die Varusschlacht, Paderborn/München/Wien/Zürich, 1995, pagg. 185-196
    Duenzelmann, Der Schauplatz der Varusschlacht, Gotha, 1889
    Ralf G. Jahn, Der Römisch - Germanische Krieg (9-16 n. Chr.). Inaugural-Dissertation zur Erlangung der Doktorwürde der Philosophischen Fakultät der Rheinischen Friedrich-Wilhelms-Universität zu Bonn, Bonn 2001
    Manfred Millhoff: Die Varusschlacht – Anatomie eines Mythos: eine historische Untersuchung der Schlacht im Teutoburger Wald, Berlino, 1995
    Theodor Mommsen, Die Varusschlacht, Berlino, 1885
    F. Stieve, Geschichte des Deutschen Volkes, Monaco di Baviera, 1943
    Dieter Timpe, Arminius-Studien, Heidelberg, 1970
    G. J. Wais, Die Alamannen, Berlino, 1943
    Herbert W. Benario, Arminius into Hermann: History into Legend, in Greece & Rome, Vol. 51, 1, pagg. 83–94, 2004
    Goldsworthy, Roman Warfare, pag. 122

    Voci correlate [modifica]
    Germani
    Battaglia di Teutoburgo del 9
    Battaglia di Idistaviso
    Publio Quintilio Varo
    Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico
    Spedizione germanica di Germanico

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    Battaglia della foresta di Teutoburgo
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    La battaglia della Foresta di Teutoburgo si svolse nell'anno 9 tra l'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo ed una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese,[1] nella Bassa Sassonia. Fu una delle più gravi sconfitte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria.

    La battaglia diede inizio a una guerra durata sette anni per riscattare l'onore dell'esercito romano, alle fine della quale i Romani rinunciarono a ulteriori tentativi di conquista della Germania, ed il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni.

    Ecco ciò che narrano del drammatico evento i contemporanei latini:

    « [Arminio] tese ai nostri un'imboscata, in modo sleale, il quale copre il volto ispido con i lunghi capelli. Quello che seguiva sacrificava i prigionieri, ed un dio che li rifiutava [...] »
    (Ovidio, Tristia, III,12, 45-48; IV, 2, 1-36.)
    « [...] un'insidia armata [...] tra genti barbare, quando infranto l'accordo, la primitiva Germania tradì il comandante Varo, e del sangue di tre legioni bagnò le campagne [...] »
    (Marco Manilio, Poema degli astri, 1898-1900.)
    « [...] i Cherusci ed i loro alleati, nel cui paese tre legioni romane, insieme al loro comandante Varo, sono state annientata dopo un agguato, in violazione di un patto [...] »
    (Strabone, Geographia, VII, 1, 4.)
    « [...] un esercito fortissimo, il primo tra le truppe romane per addestramento, valore ed esperienza, fu accerchiato a sorpresa, a causa dell'indolenza del comandante, della falsità del nemico e dell'ingiustizia del destino [...] E così l'esercito romano, chiuso tra foreste, paludi e agguati, fu massacrato fino all'ultimo uomo da un nemico che aveva sempre battuto a suo piacimento [...] »
    (Velleio Patercolo, Storia romana, II, 119.)
    Indice [nascondi]
    1 Contesto storico
    1.1 Preludio alla battaglia: l'imboscata preparata da Arminio
    2 Battaglia
    2.1 Primo giorno: l'attacco dei Germani nella fitta foresta
    2.2 Secondo giorno: la difesa Varo e l'avanzata impossibile
    2.3 Terzo giorno: la morte di Varo e la strage dell'esercito romano
    3 Conseguenze
    3.1 Le reazioni immediate a Roma
    3.2 L'impatto sulla storia europea e mediterranea
    3.2.1 Possibili sviluppi in caso di esito storico differente
    4 Archeologia della battaglia
    5 La memoria della battaglia
    5.1 Filmografia
    6 Note
    7 Bibliografia
    7.1 Fonti primarie
    7.2 Fonti moderne
    7.3 Riviste
    8 Voci correlate
    8.1 Personaggi romani
    8.2 Personaggi germani e popoli
    9 Collegamenti esterni
    10 Altri progetti



    Contesto storico [modifica]



    Dopo che Tiberio, figlio adottivo dell'imperatore Augusto, aveva completato la conquista della parte settentrionale della Germania (con le campagne del 4-5), e domato gli ultimi focolai di una rivolta de Cheruscis, i territori compresi tra i fiumi Reno ed Elba, apparivano ai Romani come una vera e propria provincia. La conquista era durata quasi un ventennio.

    A Roma si pensava che ormai fosse arrivato il momento di introdurre nella regione il diritto e le istituzione romane. L'imperatore Augusto decise così di affidare ad un burocrate più che ad un generale, il governo della nuova provincia. Scelse, dunque, il governatore della Siria, Publio Quintilio Varo. Augusto riteneva che un personaggio noto, certamente, non per l'abilità bellica, potesse far cambiare le usanze secolari dei Germani, che non apprezzavano i modi rudi dei militari romani. Varo - ignorando queste indicazioni e rivolgendosi ai Germani come fossero dei sudditi arresisi alla volontà romana, più che dei provinciali in via di formazione e romanizzazione - non si accorse del crescente rancore che covava per l'invasore. Avrebbe dovuto porre maggiore attenzione a queste problematiche, tanto più che di esempi dal passato ve ne erano in abbondanza: dal drammatico epilogo della vicina conquista della Gallia di 50-60 anni prima, alla recentissima rivolta della genti dalmato-pannoniche.

    Questa era la situazione prima della terribile battaglia che fermò definitivamente i piani espansionistici dei Romani in Germania.

    Per approfondire, vedi la voce Occupazione romana della Germania sotto Augusto.


    Preludio alla battaglia: l'imboscata preparata da Arminio [modifica]
    « …i soldati romani si trovavano là (in Germania) a svernare, e delle città stavano per essere fondate, mentre i barbari si stavano adattando al nuovo tenore di vita, frequentavano le piazze e si ritrovavano pacificamente... non avevano tuttavia dimenticato i loro antichi costumi … ma perdevano per strada progressivamente le loro tradizioni… ma quando Varo assunse il comando dell'esercito che si trovava in Germania … li forzò ad adeguarsi ad un cambiamento troppo violento, imponendo loro ordini come se si rivolgesse a degli schiavi e costringendoli ad una tassazione esagerata, come accade per gli stati sottomessi. I Germani non tollerarono questa situazione, poiché i loro capi miravano a ripristinare l'antico e tradizionale stato di cose, mentre i loro popoli preferivano i precedenti ordinamenti al dominio di un popolo straniero. Pur tuttavia non si ribellarono apertamente… »
    (Cassio Dione, Storia romana, LVI,18)

    I Germani aspettavano solo il momento opportuno per ribellarsi e scrollarsi di dosso il peso insopportabile dell'invasore romano. Questo momento sembrò arrivare agli inizi di settembre del 9 d.C.. Al comando di tre legioni, reparti ausiliari e numerosi civili, Varo si era spinto in direzione nord ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni poiché non conosceva la regione.

    « …Varo credeva che (i Germani) potessero essere civilizzati con il diritto, questo popolo che non si era potuto domare con le armi. Con questa convinzione egli si inoltrò in Germania come se si trovasse tra uomini che godono della serenità della pace e trascorreva il periodo estivo esercitando la giustizia... davanti al suo tribunale… ma i Germani, molto astuti nella loro estrema ferocia e fingendo (di essersi adeguati alla legge romana)... indussero Varo ad una tale disattenzione ai problemi reali, che Varo si immaginava di amministrare la giustizia quasi fosse un Pretore urbano nel Foro romano, non il comandante di un esercito in Germania... »
    (Velleio Patercolo, Storia romana, II,117)

    Era il settembre dell'anno 9, e Varo, finita la stagione di guerra (che per i romani iniziava a marzo e finiva ad ottobre), già si muoveva verso i campi invernali, che si trovavano ad Haltern, sulla Lippe (sede amministrativa della nuova provincia di Germania), a Castra Vetera (l'attuale Xanten, lungo il Reno) ed il terzo a Colonia (anch'esso sul Reno).

    Il percorso abituale sarebbe stato quello di scendere dal fiume Weser (presso l'attuale località di Minden), attraversare il passo di Doren (le cosiddette porte della Westfalia), e raggiungere l'alto corso della Lippe presso Anreppen e poi proseguire fino ad Haltern (la romana Aliso) e di qui al Reno.



    Al comando di tre legioni (la XVII, la XVIII e la XIX), reparti ausiliari (3 ali di cavalleria e 6 coorti di fanteria) e numerosi civili, Varo si spinse in direzione ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni poiché non conosceva né il nuovo percorso, né la regione. Egli non solo non sospettava che Arminio, principe dei Cherusci (il quale militava da anni nelle file dell'esercito romano tra gli ausiliari), stava progettando un'imboscata per sopraffare l'esercito romano in Germania, al contrario si ritevena al riparo dai pericoli, ritenendo Arminio un fedele alleato. Tanto che, sia Velleio Patercolo, sia Dione ci raccontano che non prestò fede ad alcuno, incluso Segeste, futuro suocero di Arminio, che lo aveva informato dell'agguato:

    « …Segeste, un uomo di quel popolo (i Cherusci) rimasto fedele ai Romani, insisteva che i congiurati venissero incatenati. Ma il fato aveva preso il sopravvento ed aveva offuscato l'intelligenza di Varo... egli riteneva che tale manifestazione di fedeltà nei suoi riguradi (da parte di Arminio) fosse una prova delle sue qualità... »
    (Velleio Patercolo, Storia romana, II,118)
    « ...(Varo) pose la sua fiducia su entrambi (Arminio ed il padre Sigimero), e poiché non si aspettava nessuna aggressione, non solo non credette a tutti quelli che sospettavano del tradimento e che lo invitavano a guardarsi alle spalle, anzi li rimproverò per aver creato un inutile clima di tensione e di aver calunniato i Germani... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19)

    Il piano procedeva come stabilito. Era stata simulata una rivolta nei pressi del massiccio calcareo di Kalkriese, nel territorio dei Bructeri, e Varo senza dar credito alle voci sospette di un possibile agguato al suo esercito in marcia, su un percorso fino ad ora mai esplorato, all'interno di una folta foresta circondata da acquitrini, non utilizzò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo da una possibile aggressione, facilitando il compito ad Arminio ed ai suoi Germani.

    « ...il piano procedeva come stabilito. (Arminio ed i suoi Germani scortarono Varo) ...e dopo aver ottenuto il permesso di fermarsi ad organizzare le forze alleate per poi andargli in aiuto, presero il comando delle truppe (quelle nascoste nella selva di Teutoburgo), le quali erano già pronte sul luogo stabilito (per l'agguato) ...dopo di ciò le singole tribù uccisero i soldati che erano stati lasciati a presidio dei loro territori... e poi assalirono Varo che si trovava nel mezzo di una foresta da cui era difficile uscirne... e là... si rivelarono nemici... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19)


    Battaglia [modifica]

    Primo giorno: l'attacco dei Germani nella fitta foresta [modifica]
    Era il 9 settembre e Varo stava percorrendo un terreno estremamente difficile da superare con un esercito che, date le difficoltà oggettive del percorso si era allungato a dismisura per oltre tre km e mezzo.

    « ... il terreno era sconnesso ed intervallato da dirupi e con piante molto fitte ed alte... i Romani erano impegnati nell'abbattimento della vegetazione ancor prima che i Germani li attaccassero... portavano con sé molti carri, bestie da soma... non pochi bambini, donne ed un certo numero di schiavi... nel frattempo si abbatteva su di loro una violenta pioggia ed un forte vento che dispersero ancor di più la colonna in marcia... il terreno così diventava ancor più sdrucciolevole... e l'avanzata sempre più difficile... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 20, 1-3)



    E mentre i Romani si trovavano in serie difficoltà solo nell'avanzare in un territorio a loro totalmente sconosciuto, i Germani attaccarono.

    Si trattava di una coalizione di popoli (formata certamente da Cherusci e Bructeri, oltre probabilmente a Sigambri, Usipeti, Marsi, Camavi, Angrivari e Catti), sotto il comando di Arminio, che conosceva ottimamente le tattiche belliche romane, avendo egli stesso militato nelle Truppe ausiliarie dell'esercito romano durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9.

    Arminio aveva predisposto con estrema cura tutti i dettagli dell'imboscata:

    aveva scelto il luogo dell'agguato, vale a dire il punto in cui la grande palude a nord, si avvicinava di più alla collina calcarea di Kalkriese, e dove il passaggio era ristretto a soli 80-120 metri;
    fatto deviare il normale tracciato della strada, con lo scopo di condurre l'esercito romano in un imbuto, senza uscita;
    fatto costruire un terrapieno (lungo circa 500-600 metri e largo 4-5), dietro cui nascondere parte delle sue truppe (concentrando sul posto non meno di 20/25.000 armati), lungo i fianchi della collina del Kalkriese (alta circa 100 metri), da cui potevano attaccare il fianco sinistro delle truppe romane.
    Tutto era ora pronto per l'agguato contro il nemico mortale romano, che aveva tolto loro la libertà.

    « ... i barbari, grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri, d'improvviso circondarono i Romani con un'azione preordinata, muovendosi all'interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano (evidentemente con un continuo lancio di giavellotti, aste e frecce) ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l'armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi (a causa del terreno sconnesso e degli spazi ridotti del sentiero che seguivano) oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 20, 4-5)

    Alla fine della giornata, dopo numerose perdite subite, Varo riusciva a riorganizzare l'esercito, accampandosi in una zona favorevole, per quanto fosse possibile, su un'altura boscosa.


    Secondo giorno: la difesa Varo e l'avanzata impossibile [modifica]



    Il secondo giorno, dopo aver bruciato ed abbandonato la maggior parte dei carriaggi, e tutti i bagagli non necessari, i Romani avanzarono disposti in schieramenti più ordinati fino a raggiungere una località in campo aperto, non senza ulteriori perdite.

    Di lì continuarono la marcia, ancora fiduciosi di potersi salvare. Sapevano che durante la marcia, avrebbero subito numerose nuove perdite. E forse solo pochi si sarebbero salvati. La speranza era quella di avvicinarsi il più possibile all'accampamento di Castra Vetera sul fiume Reno, dove forse il legato, Asprenate, avrebbe potuto raggiungerli e salvarli.

    L'esercito procedeva in zone boscose che sembravano interminabili. Gli uomini di Arminio, che conoscevano bene il terreno, non gli davano tregua, assalendoli continuamente. Non dovevano permettere ai Romani di organizzarsi e schierarsi. In campo aperto le legioni avrebbero prevalso certamente. Fu proprio in questo frangente che i Romani subirono le perdite peggiori, poiché per quanto cercassero di serrare i ranghi, lo spazio era troppo limitato per farlo.

    « ...i Romani avevano serrato i ranghi in uno spazio assai stretto, in modo tale che sia i cavalieri sia i fanti attaccassero i nemici con uno schieramento compatto, ma in parte si scontravano tra loro ed in parte andavano ad urtare gli alberi... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 21, 2.)


    Terzo giorno: la morte di Varo e la strage dell'esercito romano [modifica]
    Il terzo giorno fu l'ultimo ed il più tragico per l'armata romana, ormai decimata dalla furiosa lotta dei giorni precedenti. La pioggia ed il vento si erano scatenati nuovamente, impedendo ai soldati romani di avanzare oltre e di poter costruire un nuovo accampamento entro cui difendersi. La pioggia era talmente copiosa che avevano difficoltà ad usare le armi, in quanto scivolose.

    I Germani pativano di meno questa condizione, poiché il loro armamento era più leggero, ed avevano la possibilità di attaccare e di ritirarsi velocemente nella vicina foresta con la massima libertà. L'eco della battaglia aveva, inoltre, dato morale alle vicine tribù barbare che, fiduciose per l'esito finale della battaglia, avevano inviato nuovi rinforzi, infoltendo il già cospicuo numero di armati germani. I soldati romani, sempre più decimati e ormai ridotti allo stremo, erano ovunque circondati e colpiti da ogni parte. Era quasi impossibile resiste alle forze germane.

    « ...per questi motivi Varo, e gli altri ufficiali di alto rango, nel timore di essere catturati vivi o di morire per mano dei Germani... compirono un suicidio collettivo ... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 21, 5.)
    « ...(Quintilio Varo) si mostrò più coraggioso nell'uccidersi che nel combattere... e si trafisse con la spada... »
    (Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 3)

    Non appena si diffuse la notizia, molti soldati romani smisero di combattere preferendo uccidersi o fuggire piuttosto che venire catturati dai Germani. I resti dell'esercito romano erano ora allo sbando e sono raccontati episodi di coraggio alternati a quelli di codardia tra le file dei legionari di Roma.

    « ...Lucio Eggio diede un esempio di valore al contrario di Ceionio che... propose la resa e preferì morire torturato piuttosto che in battaglia... Vala Numonio, legato di Varo, responsabile di un fatto crudele, abbandonando la fanteria senza l'appoggio della cavalleria, poiché provò a fuggire con le ali di cavalleria verso il Reno, ma il destino vendicò questo suo gesto vigliacco... e morì da traditore... »
    (Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 4.)
    « ...Poiché i Germani sfogavano la loro crudeltà sui prigionieri romani, Caldo Celio (caduto prigioniero), un giovane degno della nobiltà della sua famiglia, compì un gesto straordinario. Afferrate le catene che lo tenevano legato, se le diede sulla testa con tale violenza da morire velocemente per la fuoriuscita di copioso sangue e delle cervella... »
    (Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 120, 6.)
    « ...nulla di più cruento di quel massacro fra le paludi e nelle foreste... ad alcuni soldati romani strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliato la lingua... »
    (Floro, Epitome de T. Livio Bellorum omnium annorum DCC Libri duo , II, 36-37)

    Gran parte dei superstiti vennero sacrificati alle divinità germaniche e i restanti vennero liberati, o scambiati con prigionieri germanici o riscattati, se è vero che durante la spedizione del 15 (sei anni dopo la disfatta) Germanico si fece ricondurre sul campo di Kalkriese avvalendosi dell'aiuto dei pochissimi supersiti della battaglia (gli unici che fossero in grado di indicare il luogo), per dare degna sepoltura ai resti dei commilitoni morti sei anni prima. E qui vide lo scempio di un autentico massacro.

    « (Germanico giunto sul luogo della battaglia osservava) ...nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse... sparsi intorno... sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni... »
    (Cornelio Tacito, Annali I, 61)

    Conseguenze [modifica]

    Le reazioni immediate a Roma [modifica]
    La sconfitta fu certamente devastante. Tre intere legioni erano state annientate, insieme a circa 5.000 ausiliari, ed al loro comandante, Publio Quintilio Varo.

    « ...Varo, certamente uomo serio e di sani principi morali, rovinò se stesso ed un esercito magnifico per la mancanza di cautela, abilità, astuzia proprie di un generale, che per il valore dei suoi soldati... »
    (Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 4.)

    Lucio Asprenate, nipote di Varo e suo subordinato in Germania, accorreva con due legioni da Magonza, per scongiurare un'invasione germanica, salvare i superstiti e rafforzare gli animi incerti delle popolazioni galliche.

    « ...Meritevole di lode è anche il valore di un certo Lucio Cedicio, prefetto del campo di Aliso (l'odierna Haltern sulla Lippe) e dei soldati con lui rinchiusi, i quali furono assediati da soverchianti forze germaniche, ma superate tutte le difficoltà, che parevano insuperabili per la forza del nemico germanico... colto il momento favorevole, si conquistarono con le armi la possibilità di ritornare tra i loro... (al di là del Reno, presumibilmente a Castra Vetera) »
    (Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 120, 4.)
    « I barbari si impadronirono di tutti i forti (che erano presenti sul territorio germanico) tranne uno (si tratta dello stesso episodio narrato da Velleio, di Aliso), nei pressi del quale furono impegnati, non poterono attraversare il Reno ed invadere la Gallia... la ragione per cui non riuscirono ad occupare il forte romano è da attribuirsi alla loro incapacità nel condurre un assedio, mentre i Romani facevano un grande utilizzo di arcieri, respingendo ed infliggendo numerose perdite ai barbari... e si ritirarono quando vennero a sapere che i Romani avevano posto una nuova guarnigione a guardia del Reno (si trattava probabilmente di Asprenate) e dell'arrivo di Tiberio, che sopraggiungeva con un nuovo esercito.... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 22, 2a-2b.)

    Lo shock di questa notizia, giunta a Roma a soli cinque giorni dal trionfo su dalmati e pannoni, racconta Svetonio, sconvolse anche il vecchio imperatore, fino ad ora provato a tutto:

    « Quando giunse la notizia... dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: "Varo rendimi le mie legioni!". Dicono anche che considerò l'anniversario di quella disfatta come un giorno di lutto e tristezza". »
    (Svetonio, Vite dei dodici Cesari II, 23.)
    « ...Augusto quando seppe quello che era accaduto a Varo, stando alla testimonianza di alcuni, si strappò la veste e fu colto da grande disperazione non solo per coloro che erano morti, ma anche per il timore che provava per la Gallia e la Germania, ma soprattutto perché credeva che i Germani potessero marciare contro l'Italia e la stessa Roma. »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 1.)
    « ...Augusto poiché a Roma vi era un numero elevato di Galli e Germani... nella Guardia Pretoriana... temendo che potessero insorgere... li mandò in esilio in diverse isole, mentre a coloro che erano privi di armi gli ordinò di allontanarsi dalla città.... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 4.)

    Arminio, infatti, dopo questo grande successo militare, avrebbe voluto passare al contrattacco, alleandosi con l'altro grande sovrano germano Maroboduo, il re dei Marcomanni, come ci racconta Velleio Patercolo:

    « La crudeltà dei nemici germani aveva fatto a pezzi il cadavere, quasi completamente carbonizzato, di Varo, e la sua testa, una volta tagliata, fu portata a Maroboduo, il quale la inviò a Tiberio Cesare, perché fosse seppellita con onore.... »
    (Velleio Patercolo, Storia romana II, 119.)

    Fu una fortuna per Roma che Maroboduo mantenne fede ai patti stipulati con Tiberio tre anni prima (nel 6). E questo gesto costò caro al sovrano marcomanno. Pochi anni più tardi (nel 18), Arminio, raccolta attorno a sé un'enorme confederazione di genti germane, lo sfidò e riuscì a sconfiggerlo in uno scontro campale. Tiberio ricordando quanto Maroboduo gli fosse rimasto fedele nel momento del bisogno, evitando che la disfatta di Teutoburgo si trasformasse in una nuova ed ancor più devastante invasione germanica (come quella avvenuta un secolo prima da parte di Cimbri e Teutoni, nel 113-101 a.C.), gli diede asilo politico, una volta caduto in disgrazia presso la sua gente, all'interno dei confini imperiali (a Ravenna).

    Ora era necessaria però una reazione militare immediata e decisa da parte dell'impero romano. Non si doveva permettere al nemico germano di prendere coraggio e di invadere i territori della Gallia e magari dell'Italia stessa, mettendo a rischio non solo una provincia ma la stessa salvezza di Roma.

    « ...Augusto organizzò comunque le rimanenti forze con ciò che aveva a disposizione... arruolò nuovi uomini... tra veterani e liberti e poi li inviò con la massima urgenza, insieme a Tiberio, nella provincia di Germania.... »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 3.)
    « ... (Tiberio Cesare) viene inviato in Germania, e qui rafforza le Gallie, prepara e riorganizza gli eserciti, fortifica i presidi e avendo coscienza dei propri mezzi, non timoroso di un nemico che minacciava l'Italia con un'invasione simile a quella dei Cimbri e dei Teutoni, attraversava il Reno con l'esercito e passava al contrattacco, mentre al padre (Augusto) ed alla patria sarebbe bastato di tenersi sulla difensiva. Tiberio avanza così in territorio germano, si apre nuove strade, devasta campi, brucia case, manda in fuga quanti lo affrontano e con grandissima gloria torna ai quartieri d'inverno senza perdere nessuno di quanti aveva condotto al di là del Reno.... »
    (Velleio Patercolo, Storia di Roma II, 120.)

    Tiberio dimostrava, ancora una volta, di essere quel generale geniale qual'era. Era riuscito a frenare i propositi, da parte della genti germaniche vittoriose, di una nuova invasione. Negli anni che si susseguirono (10 ed 11) condusse gli eserciti ancora al di là del Reno:

    « ...abbatté le forze nemiche in Germania, con spedizioni navali e terrestri, e placate più con la fermezza che con i castighi la pericolosissima situazione nella Gallia e la ribellione sorta tra la popolazione degli Allobrogi... (del 12 d.C.). »
    (Velleio Patercolo, Storia di Roma II, 121.)
    « (nell'11 d.C.) ...Tiberio e Germanico, quest'ultimo in veste di proconsole, invasero la Germania e ne devastarono alcuni territori, tuttavia non riportarono alcuna vittoria, poiché nessuno gli si era opposto, né soggiogarono alcuna tribù... nel timore di cadere vittime di un nuovo disastro non avanzarono molto oltre il fiume Reno (forse fino al fiume Weser). »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 25.)


    L'impatto sulla storia europea e mediterranea [modifica]
    La clades variana, considerata da molti autori moderni come una delle più grandi disfatte subite dall'Impero Romano (anche se certamente non ai livelli della battaglia di Canne, dove il nemico, Annibale, era penetrato sul suolo italico), potrebbe essere una spiegazione logica della rinuncia da parte di Augusto e dei suoi successori, a nuove azioni di conquista dei territori germani compresi tra il Reno ed il fiume Elba. Più in generale si possono dare anche le seguenti motivazioni:

    l'età avanzata di Augusto ormai 72-enne (età ancor più venerabile se rapportata all'età romana) ed il suo profondo sconforto, che portarono l'imperatore a formulare nel suo testamento ufficiale (le Res Gestae Divi Augusti) un consiglio per il suo successore, Tiberio, affinché non intraprendesse altre spedizioni oltre i confini dallo stesso stabiliti (vale a dire i fiumi Reno e Danubio);
    la natura del territorio germanico, ricoperto da immense foreste ed acquitrini, con scarse risorse economiche di materie prime, ovviamente a quel tempo conosciute;
    la fine della rivolta dalmato-pannonica, soli 5 giorni prima del triste evento della clades variana, sommossa che aveva richiesto l'intervento di ben 10 legioni e 4 anni di guerra sanguinosa;
    una nuova rivolta in Gallia tra gli Allobrogi, con il rischio che si estendesse all'intera provincia;
    l'ulteriore e necessaria conquista della Boemia, per completare il progetto di portare i confini al fiume Elba.
    È vero anche che Tiberio, permise a Germanico, figlio del fratello scomparso Druso, di compiere tre nuove campagne nel territorio dei Germani, dal 14 al 16 (a capo di ben 8 legioni e relative truppe ausiliarie):

    certamente per riscattare, in maniera definitiva, l'onore di Roma, cercando di recuperare le tre aquile legionarie andate perdute nella battaglia di Teutoburgo. Una fu trovata da un subordinato di Germanico, Lucio Stertino che ritrovò l'aquila della Legio XIX recuperandola dai Bructeri nel 15; il posto dove era nascosta la seconda aquila venne svelato a Germanico dal capo dei Marsi fatto prigioniero dopo la battaglia di Idistaviso nel 16. Non riuscì a recuperare la terza insegna che venne trovata solo nel 41 da Publio Gabinio che la trovò presso i Cauci secondo Dione Cassio Cocceiano nella sua storia romana Libro LX, capitolo 8.
    per permettere al figlio del fratello, Druso, di ripercorrere le orme del padre;
    ma soprattutto per terrorizzare il nemico germanico, dal compiere nuove e possibili invasioni future del suolo romano della Gallia;
    forse anche per valutare se vi fossero ancora i presupposti di un'occupazione permanente della Germania.
    Per approfondire, vedi la voce Spedizione germanica di Germanico.

    Qualcuno degli storici antichi come Tacito, che aveva in grande simpatia Germanico, pensò che l'occupazione della Germania fosse stata fermata da Tiberio, quasi per una forma di gelosia nei confronti del figlio adottivo, Germanico. È però quasi del tutto certo che le motivazioni personali non abbiano potuto influenzare un uomo come Tiberio, cresciuto sui campi di battaglia, freddo e concreto in tutto ciò che faceva, mettendo a repentaglio un piano tanto importante per la salvaguardia futura dell'impero romano. Le ragioni che portarono a questa decisione furono varie: in primo luogo il consilium coercendi intra terminos imperii di Augusto, ovvero alla decisione di mantenere i confini dell'impero invariati, cercando di salvaguardare i territori interni e di assicurarne la tranquillità. Una nuova espansione in Germania avrebbe infatti necessitato dell'impiego di maggiori forze militari, e avrebbe esposto gli eserciti romani a nuovi rischi.[2]

    Tiberio, seguendo i consigli di Augusto aveva preferito non ampliare i confini imperiali nel nord dell'Europa per i motivi sopra esposti, ma soprattutto per motivi di difficile integrazione agli usi e costumi romani nel breve periodo. Troppe volte negli ultimi 30 anni, infatti, era stato necessario intervenire per reprimere continue rivolte, soprattutto in Europa: dalla rivolta cantabrica del (29-19 a.C.) a quella terribile dalmato pannonica del 6-9, alle continue sollevazioni da parte dei Galli (in Aquitania, tra gli Allobrogi, ecc.).

    Era giunto il momento di concentrarsi sull'integrazione delle nuove genti da poco sottomesse, cominciando a formare una nuova società multirazziale. Sarebbe stato compito dei suoi successori, una volta raggiunto un certo livello di tranquillità all'interno dei confini imperiali, provare a riconquistare i territori perduti in Germania.

    La battaglia segna, pertanto, la fine dell'espansionismo romano in Germania, ed il lamento di Augusto, di cui si parlava poc'anzi, può essere associato, non solo alla sconfitta militare, di per sè grave, ma soprattutto alla consapevolezza del vecchio imperatore, di non poter vedere la riduzione in provincia di tutti i territori germani, compresi tra il fiume Reno ed il fiume Elba.

    Solo 800 anni più tardi con Carlo Magno, il sovrano carolingio che come Augusto credette all'integrazione di tutti i popoli europei, si sarebbe realizzato il sogno di un'estensione politica fino in Germania ufficialmente sotto l'autorità dell'impero, seppur in un contesto certamente diverso.


    Possibili sviluppi in caso di esito storico differente [modifica]
    La colonizzazione della Germania avrebbe aperto scenari del tutto differenti per la storia europea e mondiale. Nel caso che nell'arco del primo secolo dopo Cristo le popolazioni germaniche annesse all'impero fossero state completamente integrate, come lo erano state prima le popolazioni celtiche, come conseguenza ci sarebbe stata una minore pressione militare sui limes dell'Impero ed una maggiore consolidazione dei presidi (anche per il fronte ridotto, spostato dal Reno al fiume Elba), il che avrebbe potuto comportare anche una successiva espansione nei territori nell'area tra l'Elba e l' Oder e la Vistola, da cui nel II secolo storicamente provenivano altre popolazioni che premevano sui confini romani. D'altro canto, non è certo che le popolazioni germaniche, sempre fiere della propria identità e autonomia, avrebbero accettato facilmente l'assimilazione da parte dei romani, rischiando al contrario di causare maggiore instabilità militare e politica tramite tentativi di rivolta nei confronti dell'autorità imperiale (un'ipotetica sconfitta di molte legioni, analoga a quella variana, dopo un'insurrezione avrebbe ad esempio reso più vulnerabile l'impero).[3]

    Ipotizzando un'integrazione simile a quella avvenuta con le popolazioni celtiche, comunque, gli ulteriori scenari di espansione, per quanto meramente speculativi, sono molteplici:

    l'intero arcipelago britannico, storicamente occupato da Claudio escludendo la Scozia e l'Irlanda; con una maggiore disponibilità di soldati da impiegare su altri fronti, è probabile che la conquista romana si sarebbe espansa anche nella provincia di Caledonia, per la quale ci fu un tentativo di occupazione da parte del governatore Gneo Giulio Agricola che però venne stroncato da Domiziano, che richiamò il governatore perché non voleva che si intraprendessero guerre (secondo Tacito invece perché geloso dei suoi successi militari anche se questo giudizio probabilmente è influenzato dalla parentela fra Tacito ed Agricola), e che nei secoli successivi fu il luogo di origine di popolazioni, come i pitti o gli scoti, che diedero diverso filo da torcere a Roma, costringendo addirittura l'imperatore Adriano a fortificare il confine con il famoso Vallo di Adriano. Più difficilmente ci sarebbe stata un'espansione in Irlanda, a cui i romani si disinteressarono perché lontana, poco fertile e dal clima freddo, e dalla quale non provenivano minacce di tipo militare che giustificassero un'occupazione per tenere a bada la regione: lo stesso Agricola, secondo Tacito, era sicuro che per soggiogare l'Irlanda sarebbe bastata una sola legione con pochi ausiliari di supporto, e non tentò mai comunque tentativi d'occupazione reale seppur sembra che, ancora una volta stando a quanto ci riferisce Tacito, possa aver tentato spedizioni punitive di qualche sorta al di là del mare;[3]
    l'impero partico, che Traiano riuscì a tenere a bada occupando le provincie di Mesopotamia e Armenia, che vennero però in seguito abbandonate da Adriano perché difficilmente difendibili; anche in questo caso, una minore pressione militare sul fronte europeo ed una maggiore disponibilità di uomini in medio oriente avrebbe potuto garantire una maggiore solidità dei presidi ed un'eventuale possibilità di espansione in Persia, forse anche oltre, ma non si può dire nulla con certezza su quel che i parti avrebbero fatto;[3]
    i territori ad est della Vistola, come i paesi baltici in cui passava la ricca via dell'ambra o le coste settentrionali del Mar Nero in cui già da secoli vi erano alcune colonie greche, sarebbero potuti essere potenziali obiettivi di un'ulteriore espansione romana. Nel primo caso, la via dell'ambra[1] fu una delle più antiche forme di collegamento fra l'Europa settentrionale e quella meridionale, attraversando l'europa centro-orientale e giungendo fino ai mercati mediterranei. Un ipotetico controllo di questo traffico commerciale avrebbe potuto giustificare un'espansione in questa direzione. Prima ad ogni modo si sarebbe dovuto fare attenzione alle popolazioni che abitano l'odierna Romania, infatti nel mezzo c'era la Dacia, storicamente occupata da Traiano. Le più antiche fonti greche parlano dei popoli dei Geti e dei Daci, descritti in particolar modo da Erodoto, mentre l'astronomo e geografo greco Claudio Tolomeo verso la metà del II secolo descrisse questo territorio come abitato da numerose popolazioni di diversa stirpe, spesso mista celto-germanica o germanico-sarmatica;[3]
    la Scandinavia strategicamente era lontana da Roma, fredda e poco accessibile, ma in caso di scorrerie piratesche da parte di popolazioni autoctone si potrebbe ipotizzare un tentativo di arginare tale problema da parte dell'esercito romano (preludio ad una possibile espansione nel settore);[3]
    l'Arabia era un territorio in cui transitavano molte carovane, inoltre nelle coste dell'odierno Oman i pirati del luogo avrebbero potuto fornire il casus belli per un'incursione ed occupazione dei territori da parte di Roma in caso di occupazione delle coste del Golfo Persico e dell'Oceano Indiano.[3]
    Ipotizzando che tutte queste espansioni territoriali sarebbero andate a buon fine, da un punto di vista ottimistico l'introito di ricchezze dovuto alle conquiste avrebbe potuto modificare sensibilmente l'apparato economico dell'Impero, eventualmente ritardando le crisi del III e IV secolo, oppure richiedendo una modifica della società romana che avrebbe comportato nuovi schemi politici, sociali ed economici che avrebbero cambiato ulteriormente l'assetto dell'impero evitando queste crisi. Non è da escludere però che al contrario un cambiamento della società romana avrebbe comportato una serie di conseguenze (concatenate direttamente o meno) capaci di destabilizzare l'autorità imperiale, ma come in ogni scenario di storia alternativa dopo lunghi periodi di tempo tutto è possibile.[3]

    Si potrebbe a questo punto parlare dell'invasione degli Unni, sul finire del III secolo e nel IV secolo. Non c'è indizio alcuno che i romani avrebbero potuto respingerli, sicuramente le orde delle steppe avrebbero incontrato una resistenza più coriacea ma la loro superiorità nella cavalleria avrebbe potuto fare ugualmente la differenza in un'ipotetica serie di battaglie; ma allora si potrebbe immaginare ad esempio una conquista romana dell'impero partico e un'adozione su larga scala delle loro truppe di cavalleria catafratte (storicamente limitate all'Impero bizantino) e di arcieri a cavallo, rendendo ancora più dubbio lo svolgersi degli avvenimenti per via delle innumerevoli strade percorribili dalla storia. Nella realtà solo il generale Flavio Ezio riuscì a infliggere una disfatta determinante agli unni di Attila[2], nella Battaglia dei Campi Catalaunici presso Châlons-en-Champagne. In ogni caso, non vi sarebbe stata la minaccia delle popolazioni germaniche costrette a migrare entro i confini dell'impero perché incalzate dagli unni, in quanto queste popolazioni sarebbero state in gran parte già facenti parte dell'impero.[3]

    Questa mancanza di flussi migratori avrebbe difficilmente comportato la mescolanza etnico-culturale dei regni romano-barbarici (nulla esclude ad ogni modo un qualsiasi evento capace di spingere molti germanici a stabilirsi nei territori gallici, iberici ed italici, ma anche in questo caso l'influenza della cultura romana classica sarebbe rimasta netta a differenza che nel Medioevo), e anche lo sviluppo delle lingue romanze ne avrebbe risentito: o il latino sarebbe resistito a lungo, o in caso di un altro sgretolamento dell'impero per vari motivi allora le lingue neo-latine sarebbero state molto più legate all'idioma originario e con più influenze celtiche che germaniche.[3]

    Ulteriori possibili scenari sono l'intensificazione dei rapporti fra Roma e la Cina, l'espansione religiosa e le esplorazioni coloniali in un contesto ben diverso.[3]


    Archeologia della battaglia [modifica]
    Il sito della battaglia fu suggerito già agli inizi del '700 da un certo Zacharias Goeze, teologo e filosofo tedesco, appassionato di numismatica, il quale aveva saputo di alcune monete romane rinvenute in località Kalkriese, a 135 Km a Nord-est del confine romano del Reno. Lo storico Theodor Mommsen nel 1885 era convinto che questa fosse la località della famosa battaglia, in base al numero di monete accumulate da questo sito archeologico; ma si è dovuto attendere il 1987 per averne conferma definitiva.[4]

    Il materiale archeologico trovato sull'area della battaglia (su una superficie complessiva di 5 per 6 Km), era di oltre 4.000 oggetti di epoca romana:

    3.100 pezzi militari come parti di spade, pugnali, punte di lance e frecce, proiettili utilizzati dalle fionde delle truppe ausiliarie romane, dardi per catapulte, parti di elmi, parti di scudi, una maschera di ferro ricoperta d'argento da parata, chiodi di ferro delle calzature dei legionari, piccozze, falcetti, vestiario, bardature di cavalli e muli, strumenti chirurgici;
    un limitato numero di oggetti femminili come forcine, spille e fermagli a testimonianza della presenza delle stesse tra le file dell'esercito romano in marcia;
    1.200 monete, coniate tutte prima del 14 d.C.;
    numerosi frammenti ossei di uomini ed animali (muli e cavalli);
    ed un terrapieno lungo 600 metri e largo 4,5 metri, che si estendeva alla base della colline di Kalkriese in direzione est-ovest, dove i Germani si appostarono aspettando le legioni, dal quale sferrarono il primo attacco, nel punto più stretto tra la collina e la Grande palude (ora ridotta ad una depressione).

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    La memoria della battaglia [modifica]


    Gli imperatori romani che si susseguirono nei secoli, decisero di non battezzare più altre legioni con il nome delle tre annientate a Teutoburgo (XVII, XVIII e XIX), forse anche perché solo due delle tre insegne perdute, furono in seguito recuperate, onta incancellabile per la mentalità militare romana.[5]

    Durante il Medioevo la maggioranza della popolazione europea non era in grado di leggere e comprendere documenti redatti in lingua latina, e dunque si perse la memoria della battaglia di Teutoburgo, di cui rimasero vaghe eco nelle leggende che si tramandavano oralmente e che confluirono più tardi nella Canzone dei Nibelunghi e nel mito di Sigfrido.[6] Il ricordo della battaglia si conservò per molto tempo soltanto all'interno dei monasteri, dove gli amanuensi copiavano i codici antichi, fino a quando, durante il periodo dell'Umanesimo e del Rinascimento, si sviluppò un nuovo interesse per la storia antica.

    Nel 1425, in particolare, l'umanista italiano Poggio Bracciolini si recò in Germania, dove reperì il manoscritto, fino ad allora sconosciuto, di una delle opere di Tacito, la Germania, che descriveva gli usi e i costumi delle antiche popolazioni germaniche.[7] Grazie alla recente invenzione della stampa a caratteri mobili, la Germania poté diffondersi velocemente tra gli eruditi europei, che iniziarono ad interessarsi alla storia dei rapporti tra Roma e le tribù che risiedevano ad est del Reno. Pochi anni più tardi, nel 1470,[7] fu ritrovata anche l'Epitome di Floro, che conteneva precisi accenni allo scontro di Teutoburgo, e nel 1505 fu rinvenuto il testo degli Annales di Tacito, che narrano la ricognizione effettuata da Germanico sul campo di battaglia a sei anni di distanza dal momento dello scontro stesso.[8] Dagli Annales, gli storici poterono acquisire numerossissime utili informazioni sul personaggio di Arminio e sulla localizzazione del campo di battaglia. Nel 1515, infine, quando i manoscritti ritrovati negli anni precedenti erano già ampiamente diffusi e studiati approfonditamente, fu rinvenuta la Storia romana di Velleio Patercolo, contemporaneo della battaglia.[8]

    Avendo a disposizione una simile mole di informazioni, gli umanisti si concentrarono sullo studio dell'episodio, soffermandosi in particolare sull'importante figura di Arminio, che divenne, in qualità di liberatore della Germania, eroe nazionale.[9] Nel periodo che va fino al 1910 ad Arminio furono dedicate oltre settanta opere di vario genere,[9] e lo storico Theodor Mommsen, sul finire dell'Ottocento, tracciò un preciso parallelismo tra il processo di unificazione della Germania promosso da Otto von Bismarck e la battaglia di Teutoburgo, che identificò come punto di svolta della storia mondiale.[10] Tra il 1841 e il 1875 fu infine dedicato ad Arminio il colossale Hermannsdenkmal, eretto nell'attuale foresta di Teutoburgo.[10]

    L'importanza della battaglia di Teutoburgo fu particolarmente sottolineata dall'Impero tedesco e, successivamente, dal regime nazista, mentre attualmente si tende ad attribuire una maggiore importanza ai rapporti di interscambio culturale tra Romani e Germani.[11]


    Filmografia [modifica]
    La battaglia di Teutoburgo è stata finora oggetto di tre adattamenti cinematografici: il primo, il film muto intitolato Die Hermannschlacht, fu realizzato tra il 1922 e 1923 dal regista Leo König; le riprese furono effettuate nei pressi dell'Hermannsdenkmal. Duramente criticato nel febbraio del 1924, il film è stato a lungo considerato scomparso. Ne è stata ritrovata una pellicola in un archivio cinematografico moscovita solo dopo il crollo dell'Unione Sovietica.

    La seconda riduzione cinematografica della battaglia è apparsa nel 1966 con Il massacro della foresta nera (Hermann der Cherusker – Die Schlacht im Teutoburger Wald). Frutto di una coproduzione italo-tedesca, il film fu realizzato dal regista italiano Ferdinando Baldi, che diresse contemporaneamente anche la pellicola All'ombra delle aquile, utilizzando lo stesso cast e gli stessi set.[12]

    Il terzo adattamento cinematografico, Die Hermannschlacht, è stato realizzato tra il 1993 e il 1995, grazie al lavoro di più registi di nazionalità tedesca e alla collaborazione di alcuni storici: le scene raffiguranti la battaglia sono state girate in Renania e nella stessa selva di Teutoburgo. Il film è apparso su DVD nel 2005 insieme ad alcuni filmati di carattere documentario.[13]


    Note [modifica]
    ^ Il sito della battaglia di Teutoburgo presso la moderna Kalkriese.
    ^ Mazzarino, L'impero romano, p. 140.
    ^ a b c d e f g h i j Wells, pp. 219-220.
    ^ Wells, 39-51.
    ^ Floro, Epitome de T. Livio Bellorum omnium annorum DCC Libri duo II, 38.
    ^ Wells, p. 24.
    ^ a b Wells, p. 26.
    ^ a b Wells, p. 27.
    ^ a b Wells, p. 28.
    ^ a b Wells, p. 29.
    ^ Wells, p. 31.
    ^ Scheda su Il massacro della foresta nera dell'Internet Movie Database. URL consultato il 16-11-2008.
    ^ Scheda su Die Hermannschlacht dell'Internet Movie Database. URL consultato il 16-11-2008.

    Bibliografia [modifica]

    Fonti primarie [modifica]
    La seguente è una lista di tutti i riferimenti alla battaglia presenti nei testi dell'antichità. Sebbene il resoconto fatto nella Storia romana sia il più dettagliato, il fatto che l'autore Cassio Dione Cocceiano sia vissuto almeno due secoli dopo gli eventi e che abbia fornito dettagli cui nessun autore precedente aveva fatto menzione, rendono il resoconto sospetto dal punto di vista storico, quasi fosse piuttosto una rievocazione letteraria.

    Ovidio, Tristia; versi poetici scritti nel 10 ed 11, contemporanei allo scontro;
    Marco Manilio, Poema degli astri, poema scritto agli inizi del I secolo;
    Strabone, Geografia (libro VII, 1, 4), storia di carattere geografico scritta probabilmente nel 18;
    Velleio Patercolo, Storia romana (libro II, 117-120), storia, scritta nel 30;
    Tacito, Annali (libro I, 61), storia scritta nel 109;
    Svetonio, Vite dei Cesari (libro II, 23), storia scritta nel 121;
    Floro, Epitome de T. Livio Bellorum omnium annorum DCC Libri duo (Libro II, 31-39), storia/panegirico scritto agli inizi del II secolo;
    Cassio Dione Cocceiano, Storia romana (Libro LVI, 18-24), storia scritta nella prima metà del III secolo (tra tutte la più dettagliata).

    Fonti moderne [modifica]
    AAVV, Gli imperatori romani, Torino 1994.
    Cambridge Ancient History, L'impero romano da Augusto agli Antonini, Milano 1975.
    Carroll, Maureen, Romans, Celts & Germans: the german provinces of Rome, Gloucestershire & Charleston 2001.
    Grant, Michael, Gli imperatori romani, Roma 1984.
    Levi, Mario Attilio, Augusto e il suo tempo, Milano 1994.
    Mazzarino, Santo, L'impero romano, vol.1, Laterza, 1976.
    Southern, Pat, Augustus, Londra-N.Y. 2001.
    Spinosa, Antonio, Augusto il grande baro, Milano 1996.
    Syme, Ronald, L'aristocrazia augustea, Milano 1993.
    Syme, Ronald, Some notes on the legions under Augustus, "JRS" 1923.
    Wells, C.M., The german policy of Augustus, Oxford University Press, 1972, ISBN 01-981-3162-3.
    Peter Wells, La battaglia che fermò l'impero romano. La disfatta di Q.Varo nella Selva di Teutoburgo, Milano, il Saggiatore, 2004.
    Wamser, Ludwig, Die Römer zwischen Alpen und Nordmeer, Monaco di Baviera 2000.

    Riviste [modifica]
    Focus Storia, n.15, agosto-settembre 2007, p.110 e segg..
    Storia Illustrata, n.306, maggio 1983, p.63 e segg.

    Voci correlate [modifica]
    Occupazione romana della Germania sotto Augusto
    Germania (provincia romana)
    Guerre romano-germaniche

    Personaggi romani [modifica]
    Publio Quintilio Varo
    Augusto
    Tiberio
    Druso
    Germanico

    Personaggi germani e popoli [modifica]
    Arminio
    Maroboduo
    Germani
    Cherusci

    Collegamenti esterni [modifica]
    Il sito della battaglia di Teutoburgo presso la moderna Kalkriese

    Altri progetti [modifica]
    Commons
    Wikimedia Commons contiene file multimediali su Battaglia della foresta di Teutoburgo
    Portale Antica Roma Portale Esercito romano Portale Età augustea Portale Germani Portale Guerra

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    Ed ecco - per chi legge il tedesco - l'articolo online di "Der Spiegel", che nell'ultimo numero dell'anno ne fa l'argomento principale. E' un'intervista allo storico tedesco Demandt. http://www.spiegel.de/wissenschaft/m...596976,00.html

    Copioincollo il testo, nel caso venga rimosso con il prossimo numero.

    GERMANISCHER SCHLACHTENHELD ARMINIUS

    "Er thront über allen"


    In der Varusschlacht schlug Arminius die Römer vernichtend, danach bekamen sie Germanien nie mehr unter Kontrolle. Experte Alexander Demandt verrät im SPIEGEL-ONLINE-Interview, warum ohne den Schlachtenführer das Deutsch ausgestorben wäre - und es Europa nie gegeben hätte.

    Cheruskerfürst Arminius (vermutlich 16 v. Chr. bis 21 n. Chr.) war der Führer der germanischen Truppen. Im Dienste Roms hatte er die Kriegstechnik seiner späteren Feinde erlernt, war römischer Bürger und Ritter. 7 n. Chr. kehrte er in seine Heimat zurück und entfachte einen Aufstand der Cherusker und benachbarter Stämme. Im Jahre 9 n. Chr. vernichtete er in der legendären Varusschlacht (mehr auf SPIEGEL WISSEN...) drei römische Legionen, die von dem Feldherrn Publius Quinctilius Varus geführt wurden. Varus beging noch auf dem Schlachtfeld Selbstmord.




    Danach gelang es den Römern nicht mehr, Germanien unter Kontrolle zu bringen. Auch Varus' Nachfolger, Nero Claudius Germanicus, konnte Arminius nicht eindeutig schlagen und musste Germanien räumen. Der römische Kaiser Tiberius verzichtete auf eine Wiedereroberung Germaniens.

    Experte Alexander Demandt spricht im SPIEGEL-ONLINE-Interview über Arminius, seine historische Rolle - und seine zentrale Bedeutung für die Geburt der Deutschen:

    SPIEGEL ONLINE: Hermann der Cherusker (sein römischer Name lautete Arminius) wurde "der erste Nationalheld der Deutschen" genannt. Teilen Sie das Urteil?


    Demandt: Helden sind Rezeptionsphänomene. Man kann sie zu Heroen erklären oder auch nicht. Das ganze 19. Jahrhundert lag auf den Knien vor den Germanen. Friedrich Engels und die Sozialisten sahen in ihnen eine junge kraftvolle Gentilgesellschaft (mehr auf SPIEGEL WISSEN...), die noch keinen Klassenkampf kannte. Erst als die Römer mit ihrem kapitalistischen System kamen, ging es mit der Ausbeutung los.

    SPIEGEL ONLINE: Wie konnte es dem Empörer gelingen, drei Legionen zu vernichten?

    Demandt: Das hat die Antike schon gewundert. Der Erfolg ist bis heute ein Rätsel. Der Cherusker stand im Dienst der Römer. Er war in der Entourage des Varus, er hat mit ihm gegessen und getrunken und befand sich in seiner engsten Umgebung.

    SPIEGEL ONLINE: Zugleich zog er die Fäden für einen Aufstand...

    Demandt: Zehntausende Germanen legten sich heimlich auf die Lauer. Vorher musste noch der Heereszug des Varus auf einen schmalen Waldweg gelockt werden. Eine römische Armee marschierte ja nicht blindlings in unbekanntes Gelände. Die schickte Kundschafter vor. Dass Varus trotzdem arglos blieb, ist schwer nachvollziehbar.

    SPIEGEL ONLINE: Ein genialer Plan?

    Demandt: Auf jeden Fall setzte er monatelange geheime Planung voraus. Arminius musste seine Leute dafür erstmal gewinnen. Der Stamm der Cherusker war gespalten. Es gab, wie überall damals, eine nationalgermanische und eine pro-römische Partei. Doch der Anführer hatte enormen Zulauf. Bereits in der Varusschlacht 9 n. Chr. kämpften Krieger aus elf germanischen Stämmen mit ihm.

    SPIEGEL ONLINE: Was weiß man über das Leben dieses Mannes?

    Demandt: Er war Mitglied des Schwertadels. Sein Vater und sein Onkel, beides Cheruskerfürsten, standen auf seiner Seite und übten mit ihm zusammen die militärische Führung aus. Die Germanen hatten einen Thing, eine Versammlung der Krieger. Dort wurden die Beschlüsse gefasst.

    SPIEGEL ONLINE: Aber nur jeweils für die einzelnen Stämme?

    Demandt: Richtig. Die Germanen waren zersplittert, dauernd gab es Streit. Viele Stämme legten einen Streifen Ödland, eine Art Todeszone, um ihre Gebiete, der möglichst breit sein sollte und den keiner betreten durfte. Überschritten wurde er nur zu Kriegszwecken. Das Kriegerideal war die höchste Auszeichnung und dazu gehörte die permanente Bereitschaft zu kämpfen.

    SPIEGEL ONLINE: Gab es überhaupt "die" Germanen?

    Demandt: In der Antike wurden die Völker durch ihre Sprache eingeteilt. Die germanische Zunge reichte etwa von Norddeutschland bis zum Main und über die Oder hinweg. Erst als die Römer als Besatzer anrückten, stellten die Leute fest, dass sie sich bei aller Zerstrittenheit auch ähnelten. Sie kleideten sich in Pelze, tranken Bier. Tacitus berichtet, dass die Sueben seitlich am Kopf einen Haarknoten trugen. Archäologisch ist diese Kopftracht von der unteren Donau bis nach Dänemark und bis nach Holland gefunden worden. Das heißt: Alle Germanen haben diesen Knoten getragen. Hinzu kam die ähnliche Kultur und einige stammesübergreifende Heiligtümer. Vielleicht hat man die Treffen dort benutzt, um einen Angriffsplan auf Rom auf breiter Basis einzufädeln.

    SPIEGEL ONLINE: Warum die Feindschaft?

    Demandt: Es gab enorme Unterschiede. Die Männer im Norden trugen Bärte, die Römer rasierten sich und empfanden es als barbarisch, Felle und Hosen zu tragen. Diese Tracht ist sogar später in Rom verboten worden. So wurde durch die kulturelle auch eine politische Identität erzeugt.

    SPIEGEL ONLINE: Was hat die Germanen für Arminius so begeistert?

    Demandt: Er pochte auf "Freiheit". Die bestand in einer Form, die wir heute gar nicht mehr so schätzen. Nämlich in der Möglichkeit, Krieg zu führen, wann immer man es will. Nicht der Stamm selbst hatte die Wehrhoheit, sondern die führenden Adligen. Jeder einzelne dieser Gefolgsherren konnte seine Anhänger zu den Waffen rufen. Unter militärischen Gesichtspunkten war das eine sehr lose Struktur. Jeder konnte nach eigenem Gutdünken kämpfen.

    SPIEGEL ONLINE: Manche meinen, Arminius sei nur auf Plündern aus gewesen.

    Demandt: Das glaube ich nicht. Beute machen war für die germanische Führungsschicht zweitrangig. Den Fürsten ging es um Macht und Ansehen. Arminius gehörte zu jener Sorte von Aufrührern, deren Stolz es nicht zuließ, abhängig vom römischen Kaiser zu werden.



    GERMANISCHER SCHLACHTENHELD ARMINIUS

    "Er thront über allen"

    2. Teil: Er verhinderte die Romanisierung Germaniens



    SPIEGEL ONLINE: Sieben Jahren dauerte der Krieg um die abgefallene Provinz Germania Magna. Warum zogen die Römer am Ende genervt ab?

    Demandt: Denken sie an die Rückständigkeit des Landes, das schlechte Wetter. Tacitus hielt alle Germanen für Ureinwohner. Sein Argument: Wer kommt schon auf die Schnapsidee, in eine Gegend einzuwandern, wo es dauernd regnet und neblig ist.

    SPIEGEL ONLINE: Immerhin gab es in Germanien reiche Bleivorkommen und auch andere Bodenschätze.

    Demandt: Mag sein. Doch die Römer hätten zwischen Rhein und Elbe das tun müssen, was Cäsar in Gallien tat: Aufbau einer Infrastruktur, Siedlungen anlegen, Städte bauen, Versorgungssysteme errichten. Selbst Britannien war insgesamt ein Zuschussunternehmen. Die Römer haben dort ungeheure Investitionen getätigt. Aber schon antike Historiker sagten: "Britannien ist überhaupt Quatsch. Das kostet viel mehr, als es bringt." Deswegen wurden auch nur die fruchtbaren Lowlands unter die Herrschaft genommen und nicht Irland und das gebirgige Schottland. Was auch geschreckt haben mag: Die Germanenfrauen waren sehr fruchtbar. Ihr Kinderreichtum sorgte dafür, dass immer neuer Nachwuchs zu den Waffen griff. Rom sprach von der "Gebärmutter der Völker". Es nützte überhaupt nichts, eine, zwei, drei, vier Schlachten zu gewinnen. Die Nachhaltigkeit der Siege war einfach nicht gegeben.

    SPIEGEL ONLINE: Arminius starb durch ein Attentat. Wer steckte dahinter?

    Demandt: Der Neid der anderen germanischen Adligen. Sie hatten nicht unbegründet Furcht vor dem Ehrgeiz dieses Mannes. Zudem hat Rom oft mit mit Meuchelmördern zusammengearbeitet. Das war zwar nicht die Regel, aber es ging schon unter Augustus los – von der Intrige bis zum Giftmord. Tacitus sah die beste Chance darin, dass die Germanen sich gegenseitig auffressen. Seine Idee: "Wir müssen sie aufeinander hetzen. Dann sind sie beschäftigt." Die Römer haben es immer wieder geschafft, einzelne Stammesteile auf ihre Seite zu ziehen – oft durch Bestechung. Sie haben gut gezahlt.

    SPIEGEL ONLINE: Welches Ziel hatte der Cherusker?

    Demandt: Sein politischer Traum? Ich glaube, er strebte einen festen Zusammenschluss im westgermanischen Raum an, sagen wir zwischen Nordsee, Main, Elbe und Rhein. Er wollte das, was 500 Jahre später die Franken schafften: Die Begründung eines festen, dauerhaften Stammeskönigtums neben dem Imperium Romanum. Das hätte allerdings eine Disziplin erfordert, die den Germanen fremd war. Ihre Freiheit hatte immer eine anarchische Komponente. Sie wollten sich keinen Gesetzen unterwerfen, jede Form von Bürokratie lehnten sie ab. Kaum einer konnte schreiben. Wenn Sie ein Steuersystem aufbauen, müssen sie zählen. Konnten die Germanen überhaupt rechnen?

    SPIEGEL ONLINE: Sind Arminius Heldentaten also verpufft?

    Demandt: Durchaus nicht. Arminius hat die Romanisierung Germaniens verhindert.

    SPIEGEL ONLINE: Wie steht es mit der deutschen Sprache?

    Demandt: Auch die hätte nicht überlebt. Sie wäre ebenso ausgestorben oder marginalisiert worden. Goethe und Shakespeare hätte es nie gegeben.

    SPIEGEL ONLINE: Und wenn umgekehrt der Römer Varus in der Schlacht im Teutoburger Wald gesiegt hätte?

    Demandt: Ein interessantes Gedankenspiel. Aber um die Weltgeschichte in andere Bahnen zu lenken, brauchen Sie ein paar Zusatzannahmen. Nehmen wir mal an, das Reich hätte sich bis zur Elbe ausgedehnt. Dann wäre das enorme Bevölkerungspotential der Germanen in das römische Wirtschafts- und Militärsystem eingebaut worden.

    SPIEGEL ONLINE: ... was eine enorme Stärkung bedeutet hätte.

    Demandt: Diese Kraft hätte wohl ausgereicht, um später die ostgermanische Bedrohung während der Völkerwanderungszeit abzuwehren – all die heranstürmenden Goten, Vandalen und Langobarden, die östlich der Elbe lebten und die nach 400 n. Chr. gegen den Limes stürmten und den Untergang des Römischen Reichs auslösten. Diese Horden wären abgeblockt und die Völkerwanderung im Keim erstickt worden. Und ohne diese zerstörerische Menschenflut hätte das Reich sicherlich überdauert – vielleicht bis heute. Die Völkervielfalt Europas wäre nicht entstanden. Ein absurder Gedanke, aber dann würden wir heute noch in der Spätantike leben.

    SPIEGEL ONLINE: Welchen historischen Rang billigen Sie dem Volkshelden zu?

    Demandt: In der Ehrenhalle Walhalla bei Regensburg ist das Problem elegant gelöst. Im Saal der deutschen Geschichte sind alle großen Vertreter der Nation als Büsten aufgestellt.

    SPIEGEL ONLINE: Arminius ist aber nicht dabei...

    Demandt: Ja, aber er steht draußen, ganz oben im Giebelfeld des Marmortempels. Er gehört nicht richtig dazu – und thront doch über allen.

    Das Interview führte Matthias Schulz

    [ZUR PERSON
    Alexander Demandt, 71, Emeritus am Historischen Seminar der Freien Universität Berlin, hat eine Reihe von Standardwerken zur römischen Antike vorgelegt. ]

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    La versione cartacea



    ha un altro articolo, che sintetizzerò.

  8. #8
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    Da sottolineare è che la questione Arminio non è un episodio di storia locale, o roba tedesca. Il gesto di Arminio mise in atto un intero nuovo assetto, rispetto a quello che sarebbe invalso se Roma avesse sottomesso tutta la provincia germanica. E la storia prese la direzione di una spaccatura europea, mai più risanata - se non momentaneamente col Medioevo - e riacutizzatasi con la Riforma e infine il Nazismo.

  9. #9
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    --questo riemergere del mito di Arminio da parte dei tedeschi significa che l'entità sovranazionale in cui è stata inquadrata la Germania ,da alcuni politici innovatori ,è vista come una sciagura ,come una "palude" dove i miti e gli eroi nazionali sono destinati a soccombere e sparire.
    Mia massima stima per coloro che vi si oppongono.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da tucidide Visualizza Messaggio
    --questo riemergere del mito di Arminio da parte dei tedeschi significa che l'entità sovranazionale in cui è stata inquadrata la Germania ,da alcuni politici innovatori ,è vista come una sciagura ,come una "palude" dove i miti e gli eroi nazionali sono destinati a soccombere e sparire.
    Mia massima stima per coloro che vi si oppongono.
    Scusami, ma temo di non avere compreso la tua riflessione. Potresti cortesemente elaborarla?

 

 
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