Dal Messaggero 12-11-04
Evitato il caso Italia, Pera ai funerali
Prima designato un sottosegretario, poi interviene Ciampi. Alemanno per il governo
ROMA - Sarà il presidente del Senato Marcello Pera a rappresentare ufficialmente lo Stato italiano ai funerali di Yasser Arafat al Cairo. Per il governo ci sarà il ministro Gianni Alemanno, ma la sua è una presenza più ”personale” che politica, nel senso che il ministro ”filo-arabo” si è attivato per canali suoi e sarà ai funerali dopo un dibattito in Consiglio dei ministri. Fino a sera il governo si era attestato sulla scelta di mandare il sottosegretario Alfredo Mantica, pure lui di An, e la cosa aveva provocato un mare di polemiche con l’opposizione e non solo. E’ stato il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini a sollevare il problema interpellando Gianni Letta ed esprimendogli forti dubbi e perplessità per la scelta che il governo si accingeva a fare. A quel punto il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, e il premier Silvio Berlusconi si sono dati da fare per dare una raddrizzata a quella che stava per apparire come una grossa gaffe diplomatica e politica. Risultato: Pera rappresenterà il Paese, la seconda carica dello Stato sarà al Cairo a nome dell’Italia. Il presidente del Senato si è ”inchinato” alle pressioni, ma non ha fatto mistero di andare ai funerali controvoglia.
Se n’è discusso anche in Consiglio dei ministri dove è stata ricordata la figura di Arafat, il rilievo da lui avuto negli ultimi decenni di storia mediorientale e il suo operato nella drammatica storia dei rapporti israelo-palestinesi. Il Consiglio ha quindi auspicato «un decisivo impegno nel processo di pacificazione da parte di chi gli succederà ai vertici dell'Autorità nazionale palestinese». Berlusconi ha ricordato Arafat con queste parole: «I palestinesi perdono il simbolo dell’aspirazione ad affermare la propria identità nazionale».
Al gran completo la presenza degli esponenti dell'opposizione, con i leader e non solo. Slitta così il vertice della Gad che era fissato proprio proprio per oggi. Per i Ds ci saranno il segretario e il presidente, Piero Fassino e Massimo D'Alema, che hanno ricordato Arafat come «uomo di pace» nonché simbolo del popolo palestinese «e non solo uomo del no», mentre l’ex leader Achille Occhetto ha voluto sottolineare come il rais non fosse affatto «un estremista», ma anzi «un moderato al servizio della pace». I Verdi inviano il leader Alfonso Pecoraro Scanio; per Rifondazione ci sarà Fausto Bertinotti, con Gennaro Migliore, responsabile Esteri del partito. Per il Pdci delegazione al gran completo guidata dal leader Oliviero Diliberto. Un'altra delegazione di Rifondazione e un’altra delegazione del Pdci andranno a Ramallah a rendere omaggio al presidente palestinese nel momento della sua sepoltura; la Margherita sarà rappresentata dal presidente dell'assemblea federale Arturo Parisi; per lo Sdi ci saranno Ottaviano Del Turco e il presidente del partito Enrico Boselli; Massimo Ostillio rappresenterà i Popolari-Udeur e per il nuovo Psi il vicesegretario e portavoce Bobo Craxi.
R.P.
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Semi-rissa, ma la destra ha due Arafat
Il raìs divide An, non unisce la sinistra e alla Camera è bagarre
di MARIO AJELLO
ROMA La destra, la sinistra, il centro: ognuno ha il suo Arafat da raccontare. Fra umana pietà e interesse politico di parte, e in mezzo a grida sguaiate, a ragionamenti alti, a strumentalizzazioni di comodo, a rotture fra i poli, nei poli e nei partiti, e perfino a qualche schiaffone che rischia di volare. Ecco la riduzione italica della scomparsa del rais. La prima scena è questa. Aula di Montecitorio. Il vice presidente Fiori legge il messaggio di cordoglio di Casini, alcuni parlamentari del centrosinistra rumoreggiano perchè il ministro Giovanardi, seduto ai banchi del governo, non smette di leggere il giornale. «Giovanardi vergognati», gli grida qualcuno da un banco ulivista. E la replica è spietata: «Ma è morto un terrorista!», urla un deputato di An, Nino Lo Presti. Gli ulivisti fanno la faccia feroce. I polisti idem. E’ quasi rissa. I commessi bloccano i belligeranti che stanno per azzuffarsi. E povero Arafat.
La giornata del cordoglio per il rais diventa uno specchio nel quale leader e peones del Palazzo guardano alla propria identità. Non solo di ieri, ma soprattutto di domani. Fini che sta pagando il fio dello sdoganamento personale e del nuovo incarico ministeriale è il Fini che parla delle «ambiguità di Arafat nei confronti del terrorismo». Ma c’è, all’opposto e nello stesso partito, anche il ministro Alemanno che omaggia il rais lamentando «la scomparsa di un grande leader». E qui le due sensibilità vecchie e nuove di An, la destra sociale e quella non sociale, i filo-palestinesi a oltranza e i neo-isrealiani solo kippah e niente keffiah, escono clamorosamente allo scoperto. Di chi è Arafat? Che cos’è Arafat? E’, più o meno, il Terrorista per Fini. E’ «l’incapace contro il terrorismo» per Gasparri. E’ il Guerriero Nazionalista per la destra sociale (e per Azione Giovani). E del resto basta leggere - solo per fare un esempio - quante belle cose ha sempre scritto su di lui «Area», la rivista che fa capo ad Alemanno, e ora ribadisce il direttore Marcello De Angelis in un libro uscito in questi giorni («Otto anni in Area di rigore»): «Fra le due maree montanti del fanatismo religioso, l’unico personaggio su cui si può puntare in Medio Oriente è Arafat».
Arafat diventa il Caro Amico di famiglia (nel ricordo di Bobo Craxi: «Mio papà gli voleva bene») e la leva di un amarcord socialista nel quale si riuniscono tutti i frammenti della diaspora socialista: da De Michelis a Boselli. I quali sembrano avere ancora negli occhi quella vignetta di Giorgio Forattini dell’ottobre 1985: Arafat, sotto il balcone di piazza Venezia, che ringrazia un Craxi in divisa da guerriero e posa mussoliniana per la sua condanna del bombardamento ai danni del quartier generale dell’Olp in Tunisia. E intorno al lutto per Arafat è come se resuscitasse il Caf. Con Andreotti, ieri intervistato ovunque, che traccia il profilo del rais nei panni di una sorta di Grande Democristianone, di un Doroteo pronto giustamente a ogni inciucio. E sfuma così quell’immagine del leader dell’Olp che una volta - in quella che diventerà un’icona del ’900 - brandì un ramoscello d’ulivo in una mano e una pistola nell’altra. «Fu un Grande Moderato», dice infatti Occhetto. E dal passato rispunta anche Mario Capanna, che fu suo grande amico e primo indossatore celebre in Italia della keffiah e della barba alla Arafat.
E se il giudizio su Arafat divide, unisce anche: imprevedibilmente. Berlusconi e Fassino ne parlano in maniera molto simile: e molto istituzionale. Attenti a non pestare i piedi a Israele e insieme a non soffiare sul fuoco della rabbia musulmana. Per loro, in maniera un po’ neutra, fu un Grande Protagonista (con luci e ombre). Per D’Alema, notoriamente meno sionista di Fassino, il rais non è il Signor No: ma addirittura - «come lo chiamava Peres», specifica - un «Compagno».
La Lega si divide fra la fedeltà al vecchio diktat di Bossi («Chi, Arafat? Quello con gli occhi a palla e le bombe sotto il braccio?») e l’ammirazione per «questa bandiera dell’identità di un popolo». Che però è musulmano. A sinistra, alla tiepidezza dei vertici della Gad si contrappone la passione di Rifondazione (Arafat il Rivoluzionario) e, ancora di più, dei comunisti cossuttiani. I quali, sentendosi veri eredi del Pci contro il nuovismo bertinottiano, ieri hanno indossato in piazza la keffiah. Come se fosse una di quelle che Arafat regalava a Enrico Berlinguer.
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LA VISITA IN ISRAELE
Fini: la sua ambiguità ha ostacolato la pace
Il vicepremier da Sharon: «Momento storico, senza di lui si apre una nuova fase»
dal nostro inviato
CLAUDIA TERRACINA
GERUSALEMME- Sono le tre del mattino quando il muezzin annuncia a Gerusalemme la morte di Arafat, svegliando Gianfranco Fini, che dorme nella suite presidenziale dell’hotel King David, proprio di fronte alla spianata delle moschee. Il vicepremier apprende così la notizia e ha tutto il tempo per modulare i suoi commenti prima dell’incontro con il premier israeliano Sharon e con il ministro degli Esteri Shalom in una giornata che non esita a definire «storica». Il suo giudizio sul vecchio leader palestinese è durissimo, identico a quello dei vertici israeliani, che si augurano di potersi «finalmente confrontare con una leadership palestinese in giacca e cravatta e non in divisa». E anche Fini non concede nulla alla retorica della celebrazione ”post mortem”, ma sottolinea come abbia mancato l’occasione di essere ricordato come costruttore di pace. «Arafat è stato capace di imporre all’attenzione del mondo la questione irrisolta del popolo palestinese, ma ha avuto un comportamento ambiguo nei confronti del terrorismo- accusa- ed è a causa di questa ambiguità se nonostante tutti gli sforzi della comunità internazionale, non si è arrivati a siglare la pace tra israeliani e palestinesi. Ora, questa lunga fase si è conclusa, ma si aprono nuove opportunità».
E’ un Fini senza tentennamenti, che ribadisce «la piena condivisione del governo italiano» delle analisi del premier Sharon, che testa l’attendibilità della nuova leadership palestinese «in base alla capacità che dimostrerà di porre fine agli attentati e di contrastare il terrorismo e chi lo istiga». Perciò, pur assicurando che «non è in discussione il diritto del popolo palestinese a uno Stato indipendente», il vicepremier sottolinea con più forza del solito «il diritto di Israele a vivere in assoluta sicurezza, nei propri confini, che devono essere riconosciuti da tutti gli Stati arabi, e al proprio interno, libero dal terrore». Il suo secondo viaggio in Israele si trasforma così nella prima prova da ministro degli Esteri. La prossima sarà in veste ufficiale a Sharm el Sheik per partecipare alla conferenza di pace sul Medio Oriente. «Basta guardare il calendario».
C’è anche il tempo per una visita al museo di Israele per vedere i rotoli del Mar morto, le antiche pergamene del primo secolo avanti Cristo, con le preghiere che gli ebrei recitano ancora oggi. «Ho capito la genesi di questo popolo, legato a questa terra da secoli», commenta. La politica internazionale però incalza. E Fini tiene a ribadire la strategia comune per combattere i terroristi che «va fatta senza alcuna concessione, nè connivenza. E questo per me è una convinzione morale, prima che politica». Sintonia totale, dunque, come ripete ripete Sharon: «Nessun paese in Europa ci è così vicino come l’Italia», nota. E quando il premier israeliano assicura «di voler perseguire l’accordo con i palestinesi e di non voler interrompere il processo di disimpegno dai territori occupati, purchè la nuova leadership dimostri con i fatti di voler combattere il terrore», Fini approva. Così come capisce la durezza del ministro Shalom, quando afferma che uno dei leader invocati dai palestinesi, Marwan Barghouti, condannato a sei ergastoli in Israele, «resterà in carcere a vita per scontare i suoi delitti».
Nessuna concessione alla clemenza, nessuna debolezza, dunque. Fini invece apprezza «il coraggio del governo israeliano in questa fase, che unilateralmente vuol seguire la road map, nonostante le difficoltà anche interne. Mi auguro - dice- che il processo non si blocchi perchè allora vincerebbero quanti si battono contro il piano di disimpegno e la pace si allontanerebbe davvero». Parla ormai da ministro degli Esteri, ma, nell’attesa dell’investitura ufficiale, pesa attentamente ogni frase. Tanto che dribbla la domanda sulla possibilità se possa essere lui a rappresentare l’Italia al funerale di Arafat. Più tardi, spiegherà che «poichè l’Europa non ha concordato il livello di rappresentanza, al Cairo andrà il sottosegretario agli Esteri Mantica», salvo poi correggersi in seguito alla decisione del Consiglio dei ministri che ha cambiato la composizione della delegazione: alle esequie andranno il presidente del Senato Pera e il ministro Alemanno, che, peraltro, non critica Arafat, che «rappresenta l’anima più autentica del popolo palestinese».




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