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    Predefinito Dove va l'Italia? Temo da nessuna parte

    Dove va l'Italia? Temo da nessuna parte

    Di politica italiana scrivo ormai poco e malvolentieri. Gli amici di Farefuturo (che se le stanno dando di santa ragione con altri spezzoni del loro centrodestra) e con i quali collaboro volentieri di esteri su Germania e Europa centro-orientale, mi hanno chiesto di rifare un tuffo in acque patrie. L'ho fatto. E stavo affogando. Per correttezza, il titolo di questo post è mio ed è diverso da quello redazionale.

    di Pierluigi Mennitti


    Nel giro di due settimane il quadro politico italiano pare essersi rimesso in movimento, sotto la coperta troppo pesante degli scandali di natura più o meno sessuale. Il panorama di un centrosinistra paralizzato dalla lunga corsa per la leadership e di un centrodestra indolentemente alla guida del paese appartiene al passato. A sinistra l’elezione di Pier Luigi Bersani ha definito con un po’ di chiarezza il percorso che il partito democratico (o la maggioranza di esso) si appresta a compiere: recupero di una identità di sinistra, rafforzamento della forma partito, ricerca di nuove alleanze con quel che è sopravvissuto della sinistra estrema (radicale è aggettivo che nella storia politica italiana rimanda ad altre esperienze) o con il centro per ora occupato dall’Udc di Casini. Che il compito di ridefinire i contorni di una sinistra riformista sia piuttosto arduo, lo testimonia la crisi della socialdemocrazia europea che colpisce partiti di respiro storico maggiore e di struttura più robusta rispetto al Pd italiano, come l’Spd tedesca o il New Labour britannico. E tuttavia che l’Italia abbia bisogno di ritrovare una sinistra all’altezza dei tempi è evidente, almeno quanto il bisogno di arrivare a una destra moderna e moderata che assomigli di più ai partiti popolari presenti nel resto d’Europa.

    Ma il passaggio da Franceschini a Bersani, se lascia aperti tutti gli interrogativi sull’effettiva praticabilità della strada futura, pare chiudere definitivamente il progetto di un partito democratico a vocazione maggioritaria, che è stato la ragione costitutiva della svolta di Firenze nel 2007 e che ha trovato in Veltroni l’interprete oggi rinnegato. Forse non si apre una nuova stagione ma di certo una se ne chiude.

    Chi scrive ha da tempo smesso di occuparsi di cose interne italiane e, anche professionalmente, ha ormai volto lo sguardo verso altri scenari politici e geografici. È una premessa necessaria a garanzia del lettore: osservare le vicende romane da Berlino ha sicuramente il limite di non cogliere tutte le sfumature e gli spigoli che sono sempre stati importanti per comprendere i contorni di una politica refrattaria alle nettezze tipiche di altri paesi. Ma può avere il vantaggio di cogliere alcuni passaggi che sono magari meno visibili quando in quella realtà si è immersi quotidianamente. E sempre mantenendo il legame di comparazione con gli altri grandi paesi europei, bisogna ammettere che la scelta di due anni fa, di dare vita a due grandi raggruppamenti politici che semplificassero il quadro partitico e facessero emergere due forze riformiste, speculari e in grado di aggregare e condizionare al massimo una forza alle loro estreme, aveva illuso su uno sbocco finalmente positivo della lunga transizione politica iniziata nel 1993. Le vicende di queste ultime due settimane decretano il fallimento di quel progetto.

    Il partito democratico non è sopravvissuto alla sconfitta elettorale e alla lotta fratricida che ormai da tempo mina ogni progetto e ogni iniziativa comune, fino al paradosso che l’unico uomo che è stato in grado di battere due volte Silvio Berlusconi è stato per due volte abbattuto da congiure nate dall’interno. Veltroni aveva centrato un primo obiettivo: svuotare la sinistra estrema e dare al Pd la prospettiva di una vocazione maggioritaria che avrebbe dovuto consolidare con un paziente lavoro di opposizione. Vincere nel 2007 non era nel novero delle probabilità ma quella sconfitta annunciata gli è costata la possibilità di proseguire quel progetto.

    Ma anche nel centrodestra le cose non vanno per nulla bene: il governo non è compatto, il caso Tremonti, comunque lo si voglia guardare, è indicativo di un malessere probabilmente assai più profondo, i ministri sembrano slegati fra di loro, ognuno corre per conto proprio, si avverte un’assenza di leadership tanto più paradossale giacché il capo del governo ha fatto del carisma personale un punto di forza della sua presenza politica. Berlusconi oggi è debole. Lo è sul piano giudiziario dopo il fallimento della via avvocatizia tentata con il lodo Alfano. Lo è sul piano personale, dopo la vicenda delle escort e delle veline candidate alle elezioni. E lo è sul piano politico, quello alla fine decisivo, dal momento che ha consegnato alla Lega la golden share dell’alleanza di governo perdendo il ruolo di mediatore e di tramite che aveva quando era semplicemente il capo di Forza Italia. Il Pdl, nel frattempo, non è diventato un partito unito, non ha fuso le anime che lo avevano costituito e neppure le sue classi dirigenti, è presente in maniera inadeguata sul territorio, scivola sempre di più su contenuti politici che in Europa sono patrimonio esclusivo di partiti estremisti.

    Invece di risolversi, la crisi si è amplificata e in queste condizioni (che qualcuno chiama di bipolarismo muscolare e, appunto per questo, improduttivo) la scena è fatalmente stata occupata da scandali, dossier, gente spregiudicata particolarmente abile a muoversi nel fango. Ora molti chiedono di chiudere definitivamente la stagione del bipolarismo imperfetto e intraprendono nuovi percorsi, spesso solitari. È il caso di Francesco Rutelli che ha già annunciato il suo distacco da un Pd di cui denuncia la deriva socialdemocratica e immagina un nuovo progetto politico che non si comprende bene se finirà col confluire in un grande centro con Casini o resterà sospeso in una terra di nessuno, in attesa dell’eterna dissoluzione di Berlusconi. La storia di questi anni insegna che a far conto sulla fine del Cavaliere si rischia di fare i capelli grigi e pure bianchi. E Casini, di certo involontariamente, non ha fatto ieri un gran complimento a Rutelli, ipotizzando che insieme possano raggiungere l’8 per cento dei voti. L’Udc già da solo arriva al 6 e mezzo.

    In tutto questo movimento circolare di uomini, sigle e partiti, l’unica assente pare ancora una volta la politica. La democrazia mediatica, che non è un male esclusivamente italiano ma che l’Italia sembra soffrire più di altri, pare obbligare tutti gli attori allo sguardo di corta gettata. Si lavora solo in vista di un’elezione, il prossimo responso elettorale si trasforma nel giudizio finale per questo o per quel leader, le intuizioni hanno il fiato corto e sfioriscono appena si spengono le luci del talk-show serale. Che si tratti della rincorsa alla socialdemocrazia perduta, della speranza di un nuovo contenitore moderato o della tenuta di un governo affidato agli umori della Lega, l’unica cosa chiara è che una lunga stagione va verso la fine. Del fatto che in fondo al tunnel ci sia anche la luce, è lecito dubitare.

    31 ottobre 2009



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    Predefinito Rif: Dove va l'Italia? Temo da nessuna parte

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    osservare le vicende romane da Berlino ha sicuramente il limite di non cogliere tutte le sfumature e gli spigoli che sono sempre stati importanti per comprendere i contorni di una politica refrattaria alle nettezze tipiche di altri paesi. Ma può avere il vantaggio di cogliere alcuni passaggi che sono magari meno visibili quando in quella realtà si è immersi quotidianamente. E sempre mantenendo il legame di comparazione con gli altri grandi paesi europei, bisogna ammettere che la scelta di due anni fa, di dare vita a due grandi raggruppamenti politici che semplificassero il quadro partitico e facessero emergere due forze riformiste, speculari e in grado di aggregare e condizionare al massimo una forza alle loro estreme, aveva illuso su uno sbocco finalmente positivo della lunga transizione politica iniziata nel 1993. Le vicende di queste ultime due settimane decretano il fallimento di quel progetto.
    Bell'articolo, questo di Mennitti, perchè ci permette di cogliere la situazione italiana vista dall'Europa. Quello che inevitabilmente appare è il fallimento del bipolarismo, ovvero l'unica idea buona che la Seconda Repubblica aveva portato in dote.

    Il partito democratico non è sopravvissuto alla sconfitta elettorale e alla lotta fratricida che ormai da tempo mina ogni progetto e ogni iniziativa comune, fino al paradosso che l’unico uomo che è stato in grado di battere due volte Silvio Berlusconi è stato per due volte abbattuto da congiure nate dall’interno. Veltroni aveva centrato un primo obiettivo: svuotare la sinistra estrema e dare al Pd la prospettiva di una vocazione maggioritaria che avrebbe dovuto consolidare con un paziente lavoro di opposizione. Vincere nel 2007 non era nel novero delle probabilità ma quella sconfitta annunciata gli è costata la possibilità di proseguire quel progetto.
    Parole giustissime queste di Mennitti. Il PD abbandonando Prodi e quindi Veltroni si è involuto nel progetto minimale di una socialdemocrazia italiana paradossalmente senza socialisti (!)

    Ma anche nel centrodestra le cose non vanno per nulla bene: il governo non è compatto, il caso Tremonti, comunque lo si voglia guardare, è indicativo di un malessere probabilmente assai più profondo, i ministri sembrano slegati fra di loro, ognuno corre per conto proprio, si avverte un’assenza di leadership tanto più paradossale giacché il capo del governo ha fatto del carisma personale un punto di forza della sua presenza politica.
    Quoto.

    Berlusconi oggi è debole. Lo è sul piano giudiziario dopo il fallimento della via avvocatizia tentata con il lodo Alfano. Lo è sul piano personale, dopo la vicenda delle escort e delle veline candidate alle elezioni. E lo è sul piano politico, quello alla fine decisivo, dal momento che ha consegnato alla Lega la golden share dell’alleanza di governo perdendo il ruolo di mediatore e di tramite che aveva quando era semplicemente il capo di Forza Italia.
    Quoto.

    Il Pdl, nel frattempo, non è diventato un partito unito, non ha fuso le anime che lo avevano costituito e neppure le sue classi dirigenti, è presente in maniera inadeguata sul territorio, scivola sempre di più su contenuti politici che in Europa sono patrimonio esclusivo di partiti estremisti.
    Questo è il punto più dolente. Un cartello elettorale i cui contenuti l'Europa giudica in buona parte estremisti. A quale partito del PPE assomiglia il PDL? A nessuno. E allora che ci stiamo a fare lì? Mah... forse è solo un'àncora che permette a qualcuno di legittimarsi all'estero...

    Invece di risolversi, la crisi si è amplificata e in queste condizioni (che qualcuno chiama di bipolarismo muscolare e, appunto per questo, improduttivo) la scena è fatalmente stata occupata da scandali, dossier, gente spregiudicata particolarmente abile a muoversi nel fango.
    Siamo al caos generale e nessuno può dire come ne usciremo. Se mai ne usciremo...
    Ultima modifica di Florian; 09-11-09 alle 10:59

 

 

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