di MARCO BERTONCINI

NON dare mai fastidio a Berlusconi sul piano personale. Su quello politico, è in parte consentito; ma guai se Berlusconi s'inalbera per quello che considera uno sgarbo alla propria persona: ne derivano conseguenze, pure politiche, di non poco conto.
Per capire bene la situazione creatasi con la sortita di Fini bisogna considerare questi aspetti personalistici. Un paio di affermazioni, dal presidente del Consiglio più volte replicate, chiariscono l'assunto: "Che cosa vogliono costoro, che debbono tutto a me?"; "Se ne vadano pure: senza di me non andranno da nessuna parte". Le due frasi a volta a volta hanno avuto ad oggetto Bossi e Casini, Fini e Buttiglione.
Da Fini la prima amarezza personale grave Berlusconi la ricevette alle europee del '99, quando l'insolita alleanza di An con Segni e con alcuni radicali rientrava in una strategia che voleva portare An a superare in seguito elettorale Fi per recare Fini a Palazzo Chigi. Quest'ultimo aspetto maggiormente offendeva il Cavaliere: non tanto per la connotazione politica, quanto per il lato personale, per il "fatti in là tu, arrivo io".
Oggi, la sortita di Fini infastidisce Berlusconi, fra millanta altri motivi, anche perché va contro la politica di ricucitura che da mesi egli con pazienza conduce allo scopo dichiarato di non far apparire contrasti agli elettori. Berlusconi sa che i sostenitori del centro-destra non ammettono litigi, risse, lotte per la supremazia, e che le corrosioni intestine destano calo di simpatia, come più volte ha fatto sapere distribuendo privatamente sondaggi che in pubblico si guarda bene dal divulgare. La sortita lo urta giacché per lui rappresenta una ribellione personale, condita dalla minaccia di andare alle Camere senza alle spalle la maggioranza governativa. Questa tecnica del voler fare in autonomia lo inqueta.
Lo irrita perché rientra nell'ambito delle due affermazioni prima indicate. Egli avverte nella proposta politica lanciata da Fini - per di più lanciata nell'ignoranza della stessa An e anzi nella contrarietà di non pochi suoi esponenti: dunque, un gesto considerato personalissimo -, un oltraggio. Forse, per dirla nei termini desueti rubricati dal codice cavalleresco di Jacopo Gelli non più in voga, la reputa un'onta. Secondo Berlusconi Fini gli deve lo sdoganamento già nelle elezioni romane del '93 e l'alleanza nel Polo del buongoverno alle politiche del '94, l'ingresso al potere e il ritorno al potere. Nella prospettiva di Berlusconi, il successo di Fini non è dovuto a Fini, ma essenzialmente alla politica di Berlusconi, al seguito popolare di Berlusconi, alla presenza mediatica di Berlusconi, ai soldi di Berlusconi. Il che è in parte vero: ma solo in parte. E in ogni caso in politica (ma nella vita stessa) guai a chi conta sulla riconoscenza. Invece, Berlusconi giudica Fini un ingrato.
Forse con Fini ancora non siamo del tutto arrivati alla seconda affermazione, ma in certa misura Berlusconi se l'è lasciata scappare. Il fastidio per la larvata minaccia del presidente di An di andare avanti in Parlamento per conto proprio causa in Berlusconi la reazione di chi, appunto, asserisce: faccia pure da solo, non farà molta strada. L'esperienza, invece, dimostra che il lasciar andare qualcuno non porterà forse costui a grandi successi, ma reca danni incommensurabili a chi viene abbandonato. La Lega, nel '96, da sola ebbe il 10% (quindi, un grande risultato lo ottenne), facendo perdere al Polo le politiche. E frammenti di partiti, anche locali, che se ne vanno per conto proprio, porteranno sì a casa zero deputati, ma succede altresì che essi causino (all'uno come all'altro schieramento) perdite di seggi a badilate.
Nel caso in ispecie Berlusconi ha non una ma cento ragioni: per il modo in cui Fini ha sollevato un problema estraneo al patto di Governo, per il momento in cui l'ha lanciato, per la funzione pretestuosa che gli ha assegnato, per il cammino che ha delineato. E per tanti altri ottimi motivi, che del resto su queste pagine da giorni si stanno illustrando doviziosamente. Ma prendere manovre politiche sgradite e pericolose per affronti personali, e agire con il rovello del personalismo, con la psicosi dell'ingratitudine, con l'ossessione del tradimento, è errato. Berlusconi, pur nella sua immensa capacità di azione, deve comprendere ancora che ad atti politici si risponde con atti politici.

lunedì 13 ottobre 2003

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