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Discussione: I controproducenti

  1. #1
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    Predefinito I controproducenti

    La categoria è quella, socialmente emergente, e politicamente iettatoria, dei Controproducenti.
    Quelli che più te li ritrovi accanto (su un palco o su una barca, a “Porta a porta” o in un corteo) e più ti tirano giù, che il petto offrono alla causa e soprattutto la faccia alla telecamera.
    Poi, al momento della legnata (politica), sono in fuga già subito dopo il primo exit poll.
    I Controproducenti sono solitamente fighi, danarosi, permalosi e scassacazzi.
    In politica sono la scenografia, mai il copione, ma si credono i registi. Oddio, poi i registi ci sono davvero, ma questa, come direbbe il professor Buttiglione è (per il momento) una metafora. Una volta ci fu il tempo epico dei nani e delle ballerine, ora il circo si è furbamente fatto più politicamente corretto, ma lì in sostanza siamo.
    I Controproducenti si possono distinguere in due categorie: i bisognosi e i soccorritori, e i secondi (che il mondo ti spiegano) fanno più danni dei primi (che un contrattino in Rai al massimo implorano).
    Bene ha detto all’Espresso, sulla faccenda, Massimo D’Alema, gente che “aumenta le fratture, diffonde linguaggi e messaggi che eccitano i tuoi elettori, ma ti fanno apparire incomprensibile a tutti gli altri”.
    Del resto, anche il Grande Max ha sfiorato in passato spesso il rischio dei Controproducenti, cedendo in seguito un collaboratore alla letteratura e un cuoco a Mara Venier.
    Ma il vero, autentico Controproducente Planetario (e siamo fuori dalla metafora) è Michael Moore. Se Kerry, per dire, avesse avuto al suo fianco Cecile B. De Mille magari alla Casa Bianca ci arrivava, invece si è ritrovato schiacciato da quella quintalata e mezzo di supponenza tanto che adesso non si sai più se il vero “stupid white man” sia Bush o l’amico democratico.
    Però non scherza neanche George Soros, uno che ha più idee strambe che miliardi (per dire quante ne ha), che in un generoso e vario impeto antibushiano spiegò: “Ero entusiasta di Dean, sono amico di Clark, sono felice della campagna di Kerry”, così praticamente presentato come l’ultima fetecchia della democrazia americana.
    Se uno ha tanti soldi dovrebbe fare il ricco, non il combattente della libertà (chi si crede di essere, il Cav.?).
    Ma i Controproducenti, come da allarme dalemiano, dilagano anche in Italia.
    A parte il dibattito tra i poli equamente diviso tra le supposte di Elisabetta Gardini e le dichiarazione d’amore di Flavia Vento, capace di spaccare la Margherita manco fosse Romano Prodi in persona, c’è sempre Nanni Moretti in agguato.
    L’uomo che disse al cinema a D’Alema di dire cose di sinistra, a piazza Navona a tutta la sinistra che faceva schifo, forse – perché le anticipazioni non sono evidenti come il cioccolato sulla sacher – fa un film che parla di Berlusconi o dei berlusconiani o perlomeno di qualche schifezza analoga.
    Si può dedurre dal titolo, “Il caimano”, citazione di Franco Cordero, che appunto male di Berlusconi parlava.
    La sinistra italica, in degno raccoglimento, ufficialmente attende l’evento. Ufficiosamente, lo teme.
    Il Controproducente suona, filma, canta, scrive, recita, legge.
    Mai un elettricista (eppure Paolo Conte ha avvertito sull’intelligenza degli elettricisti) o una badante.
    La campagna di Kerry è stata tutta un concertino, da Springsteen a Eminem a Jackson Browne – e alla fine il candidato è finito suonato.
    Tutta una ripresa cinematografica.
    Per dire di come il possibile controproducente si trasforma nel Controproducente Attivo, alla convention democratica certo Ben Affleck arrapava (persino politicamente) più di Kerry, e Sarah Jessica Parker, sex and the struggle, è persino scesa dal letto trascorrendo un’intera serata d’astinenza.
    Tutto inutile, peggio: dannoso.
    Appunto, controproducente. Persino le lettere pro Kerry che il Guardian aveva chiesto di spedire in una contea dell’Ohio tali sono risultate: pure lì ha vinto Bush.
    Fatto il danno, il Controproducente svanisce.
    Essendo novembre, non è neanche momento di terrazze.
    I girotondi, altro cubico fenomeno controproducente, hanno finito la carica a molla.
    L’inverno è alle porte: ora è tempo di discrete e silenti zuppette di farro tra amici.

    da Il Foglio del 6 novembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Giù le mani da....

    ...Flores e Moretti

    Uno come Massimo D’Alema di mestiere farebbe il leader.
    Non è che elezione dopo elezione può prendersela con Paolo Flores d’Arcais e con Nanni Moretti, onesti professionisti del radicalismo di sinistra ( i controproducenti) e ora capretti espiatori
    dell’improvvisato macellaretto.
    E’ una questione di decenza.
    Siamo alla terza o quarta intervista compiacente in cui il guru del post comunismo impartisce lezioni sulla sconfitta di John Kerry e la
    sfolgorante vittoria di George W. Bush, e ne attribuisce la causa, proiettando le cose americane su quelle italiane, allo spirito dei girotondi. L’onorevole ha sempre e regolarmente venduto la sua cultura
    storica, ormai rarefatta, al banchetto arcobaleno del pacifismo senza se e senza ma: era contro la guerra del Golfo quando c’erano l’Onu e gli arabi moderati, era contro la guerra in Iraq quando c’erano gli angloamericani, ha stipulato un’alleanza democratica, perfino “grande”, con quel Romano Prodi che ha definito la rielezione di Bush “una tragedia” (prima, dopo si è congratulato).
    E ora la colpa è di Nanni e Paolo? Ed è lui a distribuire meriti e colpe?
    Se lo lasci dire da un giornale di destra, l’onorevole, da un giornale che il compito di ricordare le regole della politica anche alla sinistra polverizzata dalla demagogia lo ha svolto in tempo, senza aspettare né la vittoria di Berlusconi né quella di Bush né quella, ormai prossima, di Tony Blair: quando succede una cosa importante, se non si è politicanti, ci si riflette su.
    Quando un’elezione ti indica la luna con il dito, se non sei stolto,
    tu guarda la luna.

    Ferrara su Il Foglio del 6 novembre

    ...che dedico con simpatia ai cari bamboccetti

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Fassin fassin

    Quel faticone di Piero Fassino, sgobbando riunione dopo riunione, è riuscito a rimettere (almeno un po’) in piedi la terribile macchina che fu del Pci: le sezioni funzionano durante i periodi elettorali e lo si è visto con chiarezza a queste ultime suppletive.
    Le federazioni non sono più i pollai che erano diventati grazie alla sgangheratezza di Achille Occhetto, alla superbia di Massimo D’Alema e all’ignavia di Walter Veltroni. Ora si è ripreso a fare “organizzazione” (per la politica c’è ancora tempo).
    La lista Penati alle provinciali milanesi era un capolavoro: c’erano almeno una decina di ex sindaci, amati nei loro comuni di provenienza, gente tosta, spesso riformisti ma anche qualche esponente della sinistra Ds, molto legato alla popolazione locale.
    Filippo Penati e Piero Fassino hanno rapporti alla grande con l’élite di Milano, con Alessandro Profumo, con Giovanni Bazoli,
    e ascoltano i suoi consigli di puntare sull’ottimo e serio Ferruccio de Bortoli.
    Non mancano di far sentire Giorgio Vittadini per cercare d’indebolire lo schieramento avversario, di suo assai scombiccherato.
    Mandano messaggeri persino a Salvatore Ligresti che non vedrebbe di cattivo occhio un sindaco di sinistra come Umberto
    Veronesi. In modo simile si adoperano i vari “missi” Ds in Italia: da Veltroni ad Antonio Bassolino a Claudio Burlando.
    E così via. Insomma si è recuperata un po’ di professionalità
    “vecchio Pci”.
    Ma basterà questo sforzo organizzativo?
    A un osservatore esterno una cosa appare persa: la capacità di una libera riflessione critica.
    Quando D’Alema butta lì il ragionamento un po’ ipocrita sulla lezione che verrebbe dal voto americano, è subito zittito e
    costretto a fare autocritica.
    Quando Fassino tenta di riflettere sui temi della fecondazione
    assistita per avviare un dialogo con gli argomenti dei cattolici, è messo “al suo posto” da una mediocre dirigente politica come Barbara Pollastrini, che però ha il vantaggio di cavalcare le idee correnti del popolo della sinistra (cioè di Repubblica).
    Non è impossibile che il centrosinistra vinca ugualmente le elezioni, con un centrodestra che pare incapace di riannodare
    un discorso pubblico. Ma questa fragilità diessina non sfugge a una parte consistente dell’opinione pubblica che potrebbe votare
    a sinistra. E, alla fine, potrebbe diventare un elemento di disturbo.
    Si considerino solo le tesi della mozione
    di maggioranza ds.
    Le tesi nel vecchio Pci costituivano un momento di particolare riflessione collettiva, volevano essere un momento di formazione culturale di tanti militanti autodidatti che studiavano quel testo
    per capire il mondo.
    L’archetipo delle tesi era dato dal Manifesto di Karl Marx, con
    quel suo testo con intonazioni shakespeariane e tucididee che faceva venire i brividi.
    Certo dopo il Manifesto c’era stata la lingua di Giuseppe Stalin, che a leggerla – come diceva Lev Trotskij – sembrava di strofinare
    le setole di un porco.
    Ma Palmiro Togliatti (e per un certo periodo i suoi successori),
    aiutato da persone come Paolo Bufalini o Alessandro Natta, rivestiva la langue de bois cominternista con i panni di Orazio
    e Carducci.
    Insomma la logica di quei testi, letta oggi, è senza dubbio intrisa dell’ideologia totalitaria del comunismo, ma resa con un’efficacia retorica, da invidiare.
    Ora sarà vero che anche chi parla bene può pensare male.
    Ma il contrario, come disse una volta giustamente Nanni Moretti, è quasi impossibile.
    E allora leggetevi le tesi scritte dal ragionier Fassino.
    Leggetene l’abbrivio: “Pensare il futuro dell’Italia nei grandi mutamenti che disegnano il mondo e l’Europa, mettere la nostra forza al servizio del Paese, dare al riformismo un programma
    e un soggetto più forte capace di guidare un’alleanza larga di centrosinistra e di dare ad essa un’anima”.
    Considerate che questo è solo l’inizio, dove ce la si mette tutta per non sfigurare.
    Chi ha la forza poi andrà avanti e coglierà come la retorica
    impiegatesca percorra tutto il testo (15 pagine), affogando le idee interessanti dei Bersani, Visco, Morando che pure ogni tanto
    inutilmente spuntano qua e là.

    Lodovico Festa su Il Foglio

    saluti

  4. #4
    Arrivederci a Tutti!
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    Predefinito

    Una serie di articoli eccezionali...che militanti di Sinistra evitano di leggere (Grazie a Dio!)...

 

 

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