Dopo giorni di combattimenti gli aerei americani, i carri armati ed i mortai hanno lasciato un panorama devastante di edifici sventrati, macchine distrutte e corpi bruciati. Un giro in macchina attraverso la città rivela il ritratto di distruzione totale, con case spianate, moschee in rovina, pali del telefono abbattuti, linee telefoniche e della corrente elettrica che pendono, rovine, resti umani ammassati nelle strade vuote. Il distretto di Jolan, una volta roccaforte dei ribelli, sembra ora una città fantasma, l'unico suono è il rombo dei carri armati.
I Marine americani puntano le armi su strade abbandonate, sul vecchio parco giochi di Falluja, ora abbandonato. Quattro corpi gonfi carbonizzati giacciono sul corso principale, non lontano dai carri armati e dai soldati americani. Il puzzo dei cadaveri aleggia pesantemente nell'aria, mischiandosi alla polvere. Alcuni corpi sono talmente mutilati che è impossibile dire se sono civili o militanti, uomini o donne.
Falluja, vista come un luogo indipendente in cui cittadini spesso sfidavano il vecchio leader Saddam Hussein, sembra disabitata. I minareti delle dozzine di moschee sono silenti, non trasmettono il richiamo alla guerra santa che tanto spesso echeggiava sopra i tetti. Le insegne dei ristoranti sono ricoperte di fuliggine. I pavimenti sfondati dai carri armati Abrams da 70 tonnellate, e file di edifici crollati fiancheggiano su entrambi i lati le strade deserte. Sembra che le case con garage sopra il mercato siano state abbandonate da anni. In una strada, due Iracheni che tentano disperatamente di salvare qualcosa dalle macerie che una volta erano le loro abitazioni, sono l'unico segno di vita. Come i soldati americani marciavano nelle loro zone, così i loro alleati tra le forze in Iraq si spostano casualmente per strade polverose, tra i cavi che piovono dagli edifici sfondati. Trasportano scatole di bottiglie d'acqua sui tetti delle case sopra il mercato in cui vivono ora. Si siedono sui tetti e contemplano le rovine. Un piccolo convoglio di Humvees torna alla sua posizione sul confine del distretto di Jolan, un razzo atterra nella sabbia tre metri poco più in là, avviso che i militanti sono ancora là fuori da qualche parte. I pochi civili rimasti a Falluja raccontano di una città rasata al suolo non solo nei giorni di assalto di terra, ma nelle settimane di bombardamenti che l'hanno preceduto.
I residenti vivono da tempo senza acqua e corrente, hanno abbandonato le loro case e si sono riuniti nel centro città quando le forze americane avanzavano da tutti i lati. Si sono rifugiati negli edifici quando la battaglia si dispiegava dietro le finestre. La reazione delle truppe americane agli attacchi, dicono i residenti, è stata incredibile per le proporzioni assunte; attaccati dai cecchini, hanno risposto con colpi di cannone dei carri armati Abrams devastando gli edifici ferendo e uccidendo i civili. Il che è fermamente negato dall'esercito americano.
I combattimenti hanno lasciato 200mila persone senza tetto e ci sono state epidemie di tifo e di altre malattie. La gente che lascia la città descrive cadaveri carbonizzati impilati e centinaia di corpi ancora nelle case, la maggior parte di loro è ferita e senza accesso a cibo, acqua o supporto medico. Gli ufficiali americani insistono che le perdite tra i civili a Fallujah sono state basse, ma il Pentagono dichiara che non ne sta nemmeno tenendo il conto. I residenti in fuga descrivono incidenti dove non-combattenti, compresi donne e bambini, sono stati uccisi con shrapnel o colpiti da bombe. In un caso, la settimana scorsa, un bambino di nove anni è stato colpito allo stomaco da un proiettile shrapnel. Impossibilitato a raggiungere l'ospedale, è morto ore dopo per le perdite di sangue. Suo padre ha dovuto seppellire il corpo in giardino.
Quelli intrappolati in città dicono che hanno raggiunto il culmine della disperazione. «La nostra situazione è veramente difficile» dice Abu Mustafa, contattato al telefono nel quartiere centrale di Hay al Dubat. «Non abbiamo cibo e acqua». «I miei sette bambini hanno continui attacchi di diarrea. Uno dei miei figli è stato colpito da uno shrapnel ieri notte e continua a sanguinare. Non posso fare nulla per aiutarlo». Aamir Haidar Yusouf, un commerciante di 39 anni, ha spedito la sua famiglia lontano, ma è rimasto per fare la guardia alla casa, non tanto durante i combattimenti, ma per quello che seguirà, i saccheggi. «Gli Americani sparavano contro gli edifici al minimo movimento», racconta. Quando il combattimento è finito, ieri, ha detto: «Hanno distrutto anche le macchine perché pensano che ogni macchina sia una bomba. La gente si è spostata dai bordi della città verso il centro e resta ai piano terra degli edifici. Non resterà nulla a Fallujah quando avranno finito. Hanno già distrutto tante case con i bombardamenti aerei ed ora ci attaccano da terra con carri armati e grosse armi».
Mohammed Younis, che prima era poliziotto, racconta: «Gli Americani e Allawi avevano detto che Falluja è piena di combattenti stranieri. Non è vero; se ne sono andati tanto tempo fa. Li trovi da altre parti, a Baghdad. Glielo abbiamo detto agli Americani e ad Allawi, ma non ci hanno creduto».
Di Micheal Georgy a Fallujah e Kim Sengupta
The Indipendent
Traduzione di Alice Salvatori
Fonte:www.liberazione.it
16.11.04




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