….con i banchieri
Roma. Il suo primo vertice a porte chiuse George W. Bush rieletto non l’ha convocato sull’Iraq o sul terrorismo, coi suoi generali e i massimi esponenti dell’intelligence, ma coi grandi banchieri privati.
A incontrarsi con i capi di Merrill Lynch, Goldman Sachs, Bank of America, Wachovia, Credit Suisse First Boston, Morgan Stanley, Citigroup e American Express invitati in forma privata alla Casa Bianca, c’erano tutti i suoi consiglieri economici, il vicepresidente Dick Cheney, il capo di gabinetto Andrew Card, l’“architetto” della vittoria elettorale Karl Rove.
L’ultima volta li aveva visti così, tutti insieme, nel gennaio 2003, alla vigilia della guerra.
Dalla Casa Bianca si sono limitati a far sapere che non c’era un argomento specifico in agenda, tranne “rassicurarli che il deficit è in cima alla lista delle priorità”.
La volta prima era stato per annunciargli che era in cima alle priorità il progetto di riduzione delle tasse.
Qualcuno dei presenti ha lasciato la riunione con l’impressione che siano in stato più avanzato i progetti di riforma della Social security, un altro passo in direzione della “società dei proprietari”, che quelli fiscali.
La riunione si svolgeva mentre il dollaro toccava nuovi record di ribasso rispetto all’euro.
Sull’onda dell’annuncio di nuovi record assoluti nel deficit commerciale e dei conti correnti degli Usa con il resto del mondo, di deficit del bilancio pubblico, e d’indebitamento.
E il giorno prima che il Senato Usa approvasse l’elevazione del limite di indebitamento del governo Usa a 8.180 miliardi di dollari, 2.230 più di quanto era quando Bush era diventato presidente per la prima volta nel 2001, oltre otto volte il debito che Ronald Reagan aveva iscritto ai libri quando era entrato alla Casa Bianca nel 1981.
Un passo obbligato, perché se non lo facevano, in teoria avrebbero dovuto dichiarare bancarotta: il limite precedente fissato per legge, di 2.380 miliardi, era stato raggiunto un mese fa, e per non dover sospendere i pagamenti avevano attinto ai fondi per le pensioni dei dipendenti pubblici (che si ripromettono di reintegrare).
L’occasione ha prodotto il primo intervento pubblico, in Senato, di John Kerry dopo la sconfitta alle presidenziali. Per denunciare “la peggiore inversione a U fiscale in tutta la storia nazionale”.
Con riferimento al fatto che quando Bush aveva preso la Casa Bianca in consegna da Bill Clinton, si proiettava ancora, per il decennio successivo, un surplus fiscale di 5.600 miliardi, mentre ora si proietta invece un deficit di 2.300 miliardi.
“Si potrebbe definirla una tassa sulle nascite, una tassa accollata sulle spalle di ogni bambino americano che sta per nascere”, ha detto.
Lo diceva anche in campagna elettorale. Ma l’argomento non sembra aver avuto presa. Anche se ha un aspetto “morale” (indebitare figli e nipoti) su cui anche l’America conservatrice non è insensibile. Forse perché era evidente che avrebbe ereditato il problema, ma non altrettanto evidente come avrebbe potuto risolverlo.
Quella del dollaro è una discesa voluta. Che la valuta americana abbia perso il 35 per cento sull’euro dal 2000, riprendendo a scendere a rotta di collo subito dopo le presidenziali, gli ha fatto comodo.
Protegge la competitività delle esportazioni Usa, diminuisce il peso dell’indebitamento con l’estero, dovrebbe servire da stimolo alla crescita.
Anzi, il problema è che il dollaro non è sceso nei confronti delle altre monete quanto nei confronti dell’euro (la discesa ponderata è di appena il 14 per cento, colpa delle valute asiatiche che continuano a inseguirlo al ribasso). Per completare gli effetti positivi dovrebbe scendere di un 20-30 per cento ancora, si calcola.
Se non succede è perché le banche centrali asiatiche intervengono a comprare dollari, di cui straripano i loro forzieri. Il deficit dei conti correnti – la differenza tra quello che gli americani spendono in beni, servizi e capitali all’estero e quel che gli entra dal resto del mondo – ha superato il 5 per cento del prodotto nazionale lordo, e raggiunto livelli senza precedenti. Ma significa che il resto del mondo continua a investire nell’economia americana, continuando a comprare buoni del tesoro, azioni, e dollari.
Gli economisti si dividono in due scuole: quelli che continuano a suonare l’allarme, e avvertono che alla lunga lo squilibrio è insostenibile; e quelli che invece sostengono che è sostenibilissimo e continua a giovargli. Poco male, dicono, se attualmente gli stranieri possiedono l’8 per cento dei capitali americani, e da qui al 2010 potrebbero possederne il 20-25. Significa che continuano a ritenere di poter guadagnare di più in America, anche se scende il valore del dollaro.
Tra i capisaldi della dottrina economica c’è che rischia di produrre inflazione (e aumento dei tassi) in America. Ma sinora è successo molto meno del previsto. Non è la prima volta che pilotano un deprezzamento del dollaro.
L’aveva fatto Nixon, in piena guerra in Vietnam, scollando il dollaro dall’oro.
Ci fu l’inflazione galoppante e la crisi petrolifera, ma rimasero Number One.
Lo fece nel 1985 l’allora segretario al Tesoro di Ronald Reagan, James Baker, con l’Accordo all’Hotel Plaza di New York.
Il dollaro dimezzò in un lampo il proprio valore. La locomotiva Usa riprese a tutta velocità.
Ne pagò le spese, e le sta ancora pagando, il Giappone, che in quel momento era il potenziale nuovo Number One.
Il problema è però che la cosa funziona finché la discesa è graduale. Rischia di scatenarsi l’inferno il giorno in cui divenisse a precipizio, gli investitori stranieri e le banche centrali asiatiche non volessero più saperne di dollari e cominciassero a venderli.
I pessimisti notano che, continuando di questo passo, da qui a 10 anni gli Stati Uniti potrebbero finire con l’avere un debito fiscale e un debito esterno superiore al 100 per cento del loro prodotto lordo. Cioè di tipo italiano. Equivarrebbe, dicono, a perdere il controllo del proprio destino economico. Un commento sul Financial Times ha parlato di “strada verso la rovina”, sia pure molto “confortevole”.
Quali argomenti ha usato Bush, coi suoi banchieri, per cercare di convincerli che le cose non stanno così?
Siegmund Ginzberg su Il Foglio
saluti




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