….da Il Foglio

“Il fanatico non vuole altra libertà che quella di toglierla agli altri. Se non ci riesce, accoppa”

Un vecchio emaciato in abiti logori, siede immobile con in mano un bastone, fissando il pubblico. “La mia storia comincia con una stentata versione interlineare in un’auletta deserta della sinagoga torinese”. Da allora il rigattiere della parola Guido Ceronetti ha fatto di Qohélet, più conosciuto come Ecclesiaste, quasi un’autobiografia, con quattro traduzioni. Domenica scorsa ha portato questa “chiavina nascosta di tutto il canone scritturale ebraico” al Teatro della Tosse di Genova. “Vi chiedo una cortesia, non scattate foto”. Disturberebbero lo spettacolo, quasi da oratorio e di sola energia vocale, tutto hével, fumo, e rùach, soffio. Sarebbe stato perfetto lo slogan di una versione non verbale delle Baccanti al Roy Hart Theatre: “Il linguaggio è morto, viva la voce”.
Ha ragione Saverio Vertone, quella di Ceronetti è una “voce serenamente affranta”.
Ma una voce quasi puerile, sebbene abbia passato i settantasette anni. Fa il modesto, si considera un filologo dilettante, ma molti dicono che questo terapeuta parli un ebraico magistrale.
Salomone, l’autore di Qohélet, è il disperato della lucidità che conclude la sua sinfonia sulla parola ra’, Male, l’antizelota in guerra con i farisei e gli esseni, a proprio agio solo tra i reietti “concepiti nel mestruo”. “Da dove a noi venga questa voce astorica è bello dirselo perché la risposta è: da tutto”.
La nera kippà di Salomone sussulta di fronte agli impoetici, ai non malinconici che fanno la storia e compiono grandi imprese battendo il suolo col bastone bianco. “L’ho sentito agitarsi in me, animale che deve morire, questo grido ebraico”.

Ma chi è Guido Ceronetti, lo scrutatore di ulcere e accanito lettore di manuali chirurgici? Suo padre una volta gli disse: “Li vedi quei disgraziati in fila davanti alla caserma Valdocco, stracci al collo, latta di conserva e cucchiaio per mendicare il rancio dei soldati? Se non studi come dico io, diventerai vagabondo come loro”.
A incontrarlo di notte si rischia di scambiarlo davvero per un vagabondo, tra le mani una grammatica araba fitta di note.
E’ una specie di alga anticonformista buttata ora qua ora là, un satirografo che secondo un ammiratore scrive col ventre, i reni e la cistifellia.
Emarginato dalla malavita laureata perché gnostico e perché ha pene e paure per sorelle, quando nel 1971 pubblicò una “Difesa della luna” per Rusconi, casa editrice su cui era caduto l’anatema di Umberto Eco, l’Espresso lo depennò dalla lista dei collaboratori. Il vate Franco Fortini disse che le sue traduzioni erano solo delle operazioni ideologiche.
Ma uno che d’ebraismo se ne intende, Sergio Quinzio, lo pensava “in lotta con il Dio unico semita” e che il suo fosse “un affannoso difendersi”.
Emile Cioran ne parlava come di un campo in cui si scontrano pulsioni antitetiche.
Per Goffredo Parise è “il nostro folletto” e la sua una prosa che “manda lampi, rombi, sciabolate di fuoco, risate luciferine commiste a lievi sorrisi dolci e funebri”.
Altri l’hanno definito “una penna cherubica tra mani spellate”.
Tra le definizioni, questa è la più calzante.
Ma anche ateo devoto andrebbe bene.
In questi anni Ceronetti ha scattato un’istantanea autunnale sullo scontro fra islam e occidente, “più un destino che un contenuto”.
E’ come la lava sotto la crosta nella poesia di Melville: “La verità è il fuoco sottostante. Tutto può scorrere calmo per molti anni, ma chi non sobbalza di paura pensando agli orrori che piombano all’improvviso?”.
Prima di lui François Guizot aveva capito che “la civiltà dorme su una miniera immensa di barbarie”.
E’ questo il suo vaccino, non s’illude di niente e si aspetta tutto, perché è nato l’anno in cui Lindbergh trasvolò l’Atlantico e Heidegger compose “Essere e tempo”.
L’Europa secondo lui rischia di fare la fine di un personaggio in un disegno di Siné, che infila la testa in un tritacarne e gira la manovella.
E’ così poco per bene Ceronetti da essere scorretto pure sulla pena di morte. Non che sia a favore, è che pensa che non ci sia da essere felici quando il crimine si sente un pochino più libero.

Lo incontriamo nella hall dell’Hotel Plaza di Genova. Scende le scale come un gatto sornione, il basco in testa, una silhouette da oracolo.
Non servono premesse, basta dire Theo van Gogh.
“Eh, sempre pericolosa, sempre in pericolo è la libertà! Possono ben garantirla le nostre costituzioni democratiche, ma puoi essere punito, e con sentenza capitale, per averne fatto un uso più che legittimo, come Theo van Gogh. Il fanatico religioso o politico non vuole altra libertà che la propria di toglierla agli altri: se non ci riesce, accoppa. Il caso Van Gogh non è diverso dall’assassinio brigatista di Carlo Casalegno, nel 1977.
Quando Caserio pugnalò in Francia il presidente Carnot, il direttore del Telegrafo di Livorno, che scrisse un violento pezzo contro gli anarchici omicidi, venne assassinato da uno di questi angioletti. Il fatto che dietro il caso olandese ci sia stata la mano del terrore islamico è un razzo di guerra nella nostra finta pace democratica. La nostra garantitissima libertà di opinione ha ricevuto un avvertimento di minaccia che ne rivela la fragilità. Finora, criticare dei mores era tra le cose più lecite per chi fa spettacolo o scrive. Le donne col burqa erano cartoline turistiche, oh che simpatico oriente, saluti da un luogo di sogno: oggi lì dentro puoi trovarci anche qualche connazionale neofita. Se il burqa non ti piace, sarà più prudente scrivere che è un ornamento urbano, che in piazza San Marco incontrare dieci, venti burqa che parlano veneziano è un incanto… Chissà, forse li vedremo”.
Il rischio è che il regista olandese venga dimenticato in fretta e che si passi al prossimo.
Come è successo alle duecento vittime di Madrid, che il 28 marzo ha definito “corda di violino gettata via, dopo appena emessa una straziante stecca di lamento”.
L’Europa unita e unitura, che “sogna per non essere obbligata a svegliarsi”, come Freud scrisse in una lettera a Fliess, secondo lui quell’Europa “col terrorismo islamista puntato alla nuca, con le sue allucinazioni inguaribili di sviluppo, suggerisce la mesta immagine di uno smisurato sedere in attesa di un’adeguata supposta”.
Se l’Europa arretra, l’America combatte le sue guerre escatologiche. Pochi giorni fa le ha elencate:
“Dai giorni di Abramo Lincoln, l’oracolo di Gettysburg”, fino all’“armata di Pershing, i carri di Patton, il piano Marshall, l’Io sono uno di Berlino di Kennedy, lo sgombero sovietico e le guerre di Bush”.
Dopo l’11 settembre ha scritto che l’America attira “sopra di sé odio religioso e quando entra in guerra lo fa come rispondendo ad una irresistibile chiamata a sgominare, dovunque si trovi, il Male”.
Per questo protegge Israele dallo sbranamento, perché ci vede “il resto d’Isai”.
E’ un’America “cristica, arca di messaggi che l’Europa ha incenerito”.
Storico d’insanie, Ceronetti parla nel settembre del 2002 di un continente europeo dalla testa di struzzo, incapace di sospendere i Giochi olimpici dopo la strage degli atleti israeliani a Monaco.
“L’ignobile, satanica decisione di non abbuiare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future”.
Buon senso direbbe il contrario, di non cedere al ricatto, ma per lui fu l’inizio di una cancrena morale le cui metastasi arrivano fino ad oggi:
“Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La festa olimpica era crepata per sempre ma si continua a far correre questo cane impagliato che rende così bene, con cuore trapiantato di assassini”.
Quel cane di paglia corre ancora, davanti alle “grandi folle di vittime virtuali che vanno dietro a Marciatori della Pace dalla lungimiranza di pura talpa”. Sono le stesse folle che chiedono l’Onu, che “invocata come una divinità è in realtà quella che Salvador de Madariaga molti anni fa definì ‘una mierda’”, il luogo dell’“avvicendarsi di placide mediocrità”.
Se gli avvoltoi gli piombano addosso, l’Europa “si offre come cadavere sulle torri dei Parsi”.
Si è aperta all’immigrazione pensando si trattasse di “un circo viaggiante”, non vuole considerarla come un problema sociale serio, non vede che è “portatrice di nube uraganica nascosta”. Usa una metafora, ma il senso è chiarissimo:
“Per intrattenersi, sia pure in modo infruttuoso, ma almeno con minor pericolo, con una tigre che si è abituata all’odore del sangue umano versato e bevuto, bisogna prima cavarne i denti e farne sparire gli unghioni”.
Pensando alle stragi algerine, lanciò un monito all’Europa:
“Invece di recitare piamente luoghi comuni, ascoltiamo le gole tagliate, i feti trafitti, le ragazze decapitate”.
Nell’ottobre del 2000 sostenne che “quindici milioni di musulmani in un’Europa fiocamente, ormai, cristiana con prospettive di raddoppio in pochi anni meritano di essere promossi al rango di problema, religioso e politico. Pensare che lo siano, trattandosi di mondi antitetici, non è un crimine”.
L’Europa si è a poco a poco trasformata nella tana di Kafka, in una civiltà-bunker dai doppi vetri, futòn giapponese, sedie Thonet, Buddha di giada, bonsai, cani da Expo. E’ la casa che si fa tana, tana senza riparo.
Crede nell’unità europea
“quanto un implacabile rabbino chassidico nell’allevamento dei maiali. Dove non c’è verità, è inutile fingere che ci sia vita”. L’ecumenismo, vessillo di una società egualitaria “fossa comune dei vivi, dei semivivi che siamo”, va bene in superficie, ma “su certi abissi di profondità non si gettano, né reggono, ponti. Benedetta la diversità”.
Era l’agosto del 2001, poco prima di Ground Zero, molto prima che un marocchino nato olandese puntellasse il petto di Theo van Gogh di versetti coranici. E se il dialogo fa parte, insieme alla memoria storica, di quei “due roventi, e rugginosi, dogmi della follia occidentale”, ciò che lo trova duro d’orecchio è l’“arcano concetto d’eguaglianza nella diversità. Tra due diversità c’è sempre un meglio e un peggio”. Non c’è più spazio “per la parola seria, meditata, grave – amore e morte, perdizione e salvezza, guerra e pace. Si vuole la pace esclusivamente come la prosecuzione senza fine dell’ebetudine”.
Non è tolleranza lasciare qualcuno libero di circolare in pubblico con la faccia coperta dal burqa.
“E’ un’illegalità delle più sfacciate. Il burqa è l’annichilimento e l’umiliazione totale del corpo femminile per esorcizzarne la terribilità immaginaria. E’ il gemello incruento dell’infibulazione, atroce imburqamento uterino, grata di parlatoio di clausura sulla orgiastica faccia segreta, sulle acque di Tiamat e i vagabondaggi notturni di Lilith”.
Si è persino immaginato un’ipotetica occupazione talebana dell’Europa. Un lavoro dal quale anche Eracle si sottrarrebbe.
“A centinaia di milioni le donne emancipate, a miliardi le immagini. Fuori tutte le statue, dai musei, dalle chiese, dalle case, dalle botteghe degli antiquari, a mucchi alti come quattro piani: FUOCOOO!!! Ma quante, ancora, messe in salvo alla disperata, nei cunicoli, nei sotterranei, nelle cantine? Bisognerebbe stanare i colpevoli dell’occultamento, legarli alle Madonne, uno per uno, polverizzarli insieme”.
Come fecero i talebani rojos nella guerra civile.
“Ho visto il trattamento subito a Barcellona nel 1936 da un antico crocifisso: non c’è un atomo di quella povera immagine martirizzata che non sia bucherellata, il Cristo stesso di Colmar è meno impressionante di piaghe. Là, gli sparatori e crivellatori erano Combattenti dell’Illuminismo Proletario”.
Ma se esiste, perché non si fa sentire questo benedetto islam moderato, si chiedeva otto mesi prima delle Twin Towers?
“Mai che gridi con strazio che è tempo di finirla, di chiudere le troppe ferite, di trovare un accordo, che maledica la guerra, l’intifada perpetua, il terrorismo suicida, la catena delle ritorsioni, che squaderni il baratro dove tutto questo conduce. Tanta abbondanza di barbe nere oranti, di schiene prostrate e di piedi scalzi dappertutto e non una voce che si affacci con una implorazione di pace, non solo in Cisgiordania e Israele, ma in ogni luogo dove c’è islam in armi, carneficine algerine e sudanesi, terrorismo afghano, stragi indonesiane, ammazzamenti di cristiani?”.
Ogni cultura ha il sospetto, di tanto in tanto, di venire ex alto.
“Ma una religione teocratica, totalizzante, gelosa, in dinamismo migratorio, senza autoregolazione demografica, da cui non escano specifiche e mirate parole di pace, obbliga ad alzare mura”.
E nel maggio del 2001 si domandò chi avrebbe pensato ancora all’ultimo sguardo delle vittime. “Le Erinni, che non dormano almeno loro”.
Nel gesto pluriomicida di Hamas e al Qaida pensa che il suicidio sia accidentale.
“Si fanno strumenti del male per il male, aggredendo la specie umana”.
Perché l’“uccello dell’anima dolorosa che sta sulle cime non è uguale agli esseri che sbattono ciechi in abissi privi di luce”.
Nei giorni delle stragi israeliane di Passover, nel marzo del 2002, ha scritto che i terroristi palestinesi scelgono una discoteca di Tel Aviv perché si vuole
“l’attacco alla specie, si lavora per il suo abbrutimento: il terrorista suicida va là dentro a perfezionare, a tradurre in pezzi di carne dolorante e maciullata l’attacco alla specie di ogni notte, che avviene per la via dell’orecchio, che amputa mentalmente i giovani frequentatori”.
E’ un essayiste pessimista Ceronetti, ma sa che “ogni parola d’ottimista pugnala nella schiena il martirio degli esseri umani sulla terra”.
In “Velo e deguello”, raccolto in “Oltre Chiasso”, comprese la posta in gioco già alla fine degli anni Ottanta, “da fuori, eppure toccato da dentro”. Scrisse che “sono ben lontani i tempi di Poitiers, di Vienna, di Lepanto e dei poveri moriscos trattati peggio che i galeotti del re di Spagna!”. Le moschee erano già affollate, le chiese, cattoliche o evangeliche, semivuote e arrese. Può poco di fronte a questo Stahlstadt coranico, fortezza d’acciaio impenetrabile e in ascesa, “il povero prete smarrito da Egalité pseudogiacobina che rifornisce di bontà le orecchie”.
Può poco l’Europa rinunciataria nel confronto con l’“islam d’Europa, un solo linguaggio, un solo Libro, nessuna frontiera, molta preghiera, tritolo”. E la forza dell’islam per Ceronetti si trova nella sua lingua, una sola per tutti, l’arabo coranico, “miracolo sonoro come non ce n’è mai stati. Niente resiste alla sua musica assorbita in profondità, dall’epidermide, dai templi auricolari avvolti nel silenzio della mente”. Da un lato c’è qualcuno “che non vuole perdere la propria vita e prolungare indefinitamente l’esistenza del corpo”, dall’altro “l’avversario che la sacrifica e ha in tasca il biglietto che gli assicura l’entrata nell’immortalità”.
Nella prefazione di Fruttero e Lucentini alla “Notte di Villarbasse” di Gian Franco Venè, si parla di “quattro ombre in marcia verso la cascina illuminata che escono da una notte antichissima, da un primigenio abisso di cui sappiamo oscuramente di essere stati inquilini e nel quale potremmo di nuovo precipitare, con un piccolo passo”. Quel piccolo passo è stato fatto una mattina di sole di tre anni fa, a New York.
Gli chiediamo se non crede che si sia perso completamente il concetto di nemico, se non sia tragico che non ci sia stata presa di coscienza dell’attacco sferrato dal terrorismo islamista e che l’attaccato non voglia riconoscere di essere sotto attacco.
“Nel mondo animale, il venir meno dell’istinto di difesa, le orecchie drizzate che si abbassano, le antenne che captano segnali confusi, indicano che una specie, una covata, un formicaio sono votati alla morte. Questo istinto si è storicamente molto indebolito, in occidente, perché ‘abbiamo altro da pensare’.
Durante la Guerra fredda quasi tutta l’Europa occidentale non percepiva l’Urss e partiti comunisti come una tremenda minaccia. Ancora meno si arriva qui ad immaginare che la guerra escatologica misteriosamente svaporata nel 1989 ha cambiato luogo e nomi, e che l’attacco più vistoso (ma non l’unico) viene adesso dalla diaspora della umma islamica più fanatica e conquistatrice”.
Quando si usa la categoria dello “scontro di civiltà”, Ceronetti ci spiega che
“si parla, al solito, in termini razionali di qualcosa che il ragnatelo razionalista non cattura: in realtà la guerra escatologica è uno spettro che si aggira nella storia dal 1914, la sua faccia di profondità rimane nascosta, i volti dei personaggi cambieranno ancora, i nostri radar naturali purtroppo funzioneranno molto male. Posso dire che se si arrivasse almeno a pensare certi avvenimenti, a trasformarli in essenze nel fornello alchemico del pensiero, sarebbe già un notevole guadagno, una specie di vittoria, perché l’orizzonte delle soluzioni non appartiene al pensabile e la predica del ‘siamo noi gli artefici del nostro destino’ è la più falsa di tutte”.
In una famosa intervista sulla Stampa, questo nocchiero tirò fuori il meglio dallo psicoanalista Daniel Sibony, il quale sostenne in quell’occasione che “ogni elemento di dialogo salta insieme a loro”, ai kamikaze, che è pura ipocrisia ripetere che bisogna dialogare senza battersi, perché
“suppone che ciascuno possa reprimere quel che ha di più profondo, parlare con l’altro formalmente e fare un qualsiasi aggiustamento, destinato, appena il represso risalirà, ad esplodere”.
A Londra, dopo il crollo delle Twin Towers, i musulmani proclamarono di voler piantare la bandiera dell’islam sul Campidoglio e Downing Street.
“Pur considerandoli dei pazzi, una buona parte dei mussulmani li ama e teniamo conto di questo: il mondo islamico è all’incirca quattro volte l’estensione della vecchia Unione Sovietica! Il problema è di fargli accettare quella macchiolina laggiù, Israele, di fargli rinunciare al progetto di cancellarla. L’occidente, di fronte all’urto integralista ha bisogno di rimettere in questione tutto il suo modo di essere, non di stare vigliaccamente ad ascoltare le rivendicazioni”.
Nel dicembre del 1997 Ceronetti aveva già capito che “il prezzo che si paga rifiutando di difendersi è inevitabilmente la morte, l’estinzione”. Ma pensa anche, e che per questo va difesa, che “finché tiene la discussa, la rudemente franta scheletratura cristiana che soggiace a tutto quanto diciamo occidente, il terrorista suicida resterà qui uno di fuori, il contagio non attecchirà. Cautela nel demolire le immunità superstiti”.
E la guerra? Ci dice che
“se le difese mentali sono deboli o scarse, la forza militare è senz’anima: può fare dei danni, difficilmente avere la meglio. Siamo dentro a un’enorme nuvola di forme mentali che escludono ogni possibilità di concepire il male come realtà, come sostanza, motore cosmico della vicenda umana, il male come presenza, groviglio di presenze ostili. Non c’è da sorprendersi se questo Ens Imaginationis spesso s’incardina in crimini inauditi o all’improvviso delle comunità umane ne sentono la ripugnante zampa nera sopra la gola. Non riuscendo a razionalizzare in qualche modo le decapitazioni rituali, e in mancanza del senso religioso per interpretarle diversamente, le si lascia orribilmente prive delle mani pietose di una parola vera, come se quelle povere teste fluttuassero nell’aria, o precipitassero giù, in un pozzo dove non c’è fondo. La dimensione del riscatto è quanto c’è di più spregiato e vilipeso in questa civiltà incapace di scontro autentico, di lotta con l’angelo della verità immangiabile. Il rifiuto dell’idea del male rende tutto più inesplicabile: credenti o non credenti sono tutti uguali in questo rinnegamento… E’ inutile cercare di far capire”.

Il corpo, la bioetica e i mille volti della tecnica sono da sempre al centro della sua riflessione. E anche qui fa da petardo, svelena dalle certezze, dal politicamente corretto, è un salto del pensiero, ispeziona il fegato delle cose, lavora la parola e la arrischia per far uscire significati nascosti.
Guardiano di ciò che è sparito, caccia Caino dovunque si trovi e lo maciulla esaltandolo. Pensa che il rosario di miracoli della tecnica non sia altro che una “sinistra puttana che riempie di sé libri, giornali e linguaggi”. E’ un malthusiano Ceronetti, con il suo scetticismo nero è migliore di tutti gli elzeviristi di giornata che parlano di antropologia, mai di uomo. E’ d’accordo con Karl Jaspers quando scrisse che
“le masse hanno sempre dato ascolto agli stregoni. Gli incantatori hanno sempre creato illusioni promettendo la conoscenza assoluta, accampando la pretesa che il loro pensiero e la loro azione volta al bene altrui avesse un significato sovrasensibile. Vario è questo regno di sofisti, di ciarlatani, di furfanti della tarda antichità messi in ridicolo da Luciano, e degli odierni stregoni scientifici. Per primi Socrate e Platone li hanno combattuti a fondo e con chiarezza”.
Quella che Ceronetti condanna è la scienza che non libera più, che stritola, non pensa ma asservisce il pensiero, non guarisce ma prolunga un coma, trasformando “tutti i viventi da vivi in sopravviventi”. La nascita diventa laboratorio, la morte macchinario e la scienza “una glaciazione dell’anima”.
Ha scritto che
“tolto l’amore dal coito (specialmente nelle forme di compassione, elemosina, devozione, abnegazione: la grande passione non ha a che fare con la procreazione) resta l’act of shame scespiriano, un atto brutale, da uomini di Neanderthal, da donne disperate o accecate”.
E il bruto tecnologico passa sulla sterilità naturale i bulldozer d’empietà.
Nel gennaio del 2002 si chiedeva che cosa fossero gli uteri in affitto e gli embrioni volanti, questa generale distopia dei bisogni e dei desideri, la lesbica cinquantenne che partorisce il figlio di suo fratello, la nonna–madre di Buffalo che porta in grembo il bambino di suo figlio, il seme ibernato, i figli di due padri, le “vergini dannate, un faustismo di paranoici, una litania omicida, tutto l’orrendo, ripugnante traffico fatto prosperare da un’industria ostetrica innominabile sotto la pia etichetta di Fecondazione Assistita, se non dell’organico trattato come materia inorganica, venduto, mercanteggiato, ridotto a nulla per produrre vita che non sarà più la stessa, vita falsa e micidiale come quella che esce dal laboratorio di Metropolis, una donna che non è tale se non nell’apparenza?”.
Nel gelo della clonazione, fustigava nel gennaio di due anni fa, l’“immortale cretino prodotto dai laboratori non avrà più bisogni di consolazioni superiori e la Notte Stellata di Van Gogh sarà scambiata contro un fascio di cartelle cliniche di quando c’erano le malattie incurabili, l’angoscia del morire, la carne che sfiorisce. Se il verme della coscienza depone il suo imperversante furore, indecifrabilmente salutifero, degli astri rotanti di Van Gogh conteranno quanto un callifugo usato. La faccia della dottoressa Boisselier spruzzerà vita eterna su moltitudini di nonpensanti e di senza-lacrime, di trapiantati e di eunuchi felici”.
Ma anche il surrealista più sfrenato, concluse nel marzo del 2002,
“non avrebbe retto all’immaginazione della teca uterina che si fa, per comando occulto premente su una sferetta mentale senza difesa, deposito di tritolo”.
Ceronetti è uno dei pochi in Italia a ricordarsi dell’attualità del grande biologo francese Jean Rostand, il quale scrisse che “se si tocca il corpo tutto è perduto”.
Mi interrompe appena sente parlare di diagnosi preimpianto e di diritto al figlio sano.
“Un diritto al figlio sano… no, non può esistere. Tutt’al più si può parlarne come un dovere, ma più una coppia è tarata, più spensierata è nel trasmettere le sue tare. Tutte le fecondazioni artificiali, si tratti di donne o di animali, mi sembrano obbrobriose. Alle coppie sterili, se hanno senso umano, si addicono le adozioni. Sottoporre le donne a quelle tecniche infami per me è inaccettabile, e può venire anche di peggio perché non si può fermare più niente. Tra omologa o eterologa non ci sono distinzioni: il grado di bruttura è il medesimo. Cito spesso quella frase di Rostand, da un’intervista di cui non ricordo il contesto: lui già allora, intorno al 1950, metteva in guardia contro i prodigi a catena che sarebbero sorti dalle biotecniche. E forzare a nascere è in crudele simmetria con l’essere forzati a non morire.
Senza la potenza misericordiosa della Moira la biomedicina e la geriatria più spietate ci renderebbero tutti strullbrugs, i disperati immortali di una delle isole di Gulliver. La Razionalità in trono mi pare un monarca assoluto che delira”.
In un saggio è riuscito a far parlare la macchina Cobalto 60, che racconta “di altri che sono passati di lì, che sono morti, raccomanda di non illuderti, onestamente ti prega: non credermi capace di vincere la morte”.
A ogni pausa sembra che a quest’uomo ferito la bellezza gli resusciti fra le mani, che vesta per un attimo il nitore prima di scomparire, che possa uccidere il mondo con uno schiaffo. Il folletto scalpita per andarsene.
Ma ci ricorda che il primo delitto moderno rituale e significativo fu quello della banda Manson.
Scrissero “morte ai porci” sui muri.
Una frase che ricorre spesso nel catalogo qaidista islamico. Accenno a scrivere un “maiali”, ma Ceronetti m’interrompe con un gesto: “Maiale è gastronomico. Meglio porco”.

Giulio Meotti su Il Foglio del 20 novembre

saluti