Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    Bibidibobidibù
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    Predefinito Schmitt e la "guerra giusta"

    pag. 133 Le categorie del "politico".

    cito:

    "Che la giustizia non rientri nel concetto di guerra è ormai riconosciuto generalmente da Grozio(nota) in poi. Le costruzioni che auspicano una guerra giusta servono abitualmente a loro volta ad uno scopo politico. Pretendere da un popolo unito politicamente che esso faccia la guerra solo per una ragione giusta è un'affermazione scontatta se significa che la guerra può essere condotta solo contro un nemico reale, oppure nasconde in sè la tendenza politica a trasferire ad altre mani il potere di disposizione relativo al jus belli e a trovare norme di legittimazione sul cui contenuto ed impiego nel caso singolo non è lo Stato stesso a decidere, ma qualche altro terzo che in tal modo determina chi è il nemico"

    (nota)De jure belli ac pacis: "Justitiam in definitione belli non includo". Nella scolastica medievale, la guerra contro gli infedeli valeva come bellum justum (e di conseguenza come guerra, non come esecuzione, come misura di pace o sanzione.



    Secondo voi qual è il senso di questa affermazione (anche in ottica della nota riportata)? Schmitt, risaputamente cattolico, si distanzia da questa concezione della scolastica medievale e si avvicina al protestante Grozio?

  2. #2
    Pasdar
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    Predefinito Rif: Schmitt e la "guerra giusta"

    Non capisco il significato del passaggio riguardo alla determinazione dello jus belli. Me lo rispiegheresti in modo più semplice?
    Probabilmente le 11 di sera non sono l'orario più adatto.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  3. #3
    Bibidibobidibù
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    Predefinito Rif: Schmitt e la "guerra giusta"

    intendi l'ultima parte?

    sono le 11 anche per me quindi maccheronicamente ti porto l'esempio degli USA che decidono della guerra in Iraq coinvolgendo altri stati sovrani.

  4. #4
    Pasdar
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    Predefinito Rif: Schmitt e la "guerra giusta"

    Allora provo a formulare una risposta da quello che ho capito.
    Schmitt deplora la esternalizzazione rispetto allo Stato sovrano del concetto di giustizia in base alla quale muovere guerra, corretto?
    Se è corretta l'interpretazione e non ho frainteso la domanda, io credo che sbagli a deplorare un processo del genere, in quanto la giustizia deve essere in genere astratta fino a farla coincidere con la Giustizia propriamente detta, o Leggi Naturale e Divina.
    Ultima modifica di Defender; 11-11-09 alle 00:10
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  5. #5
    Bibidibobidibù
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    Predefinito Rif: Schmitt e la "guerra giusta"

    ecco sono giunto allo stesso tuo punto.
    Come coincide il suo essere cattolico con questa affermazione?

    Forse Gio91 ci potrà venire in aiuto!

  6. #6
    Becero Reazionario
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    Predefinito Rif: Schmitt e la "guerra giusta"

    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Allora provo a formulare una risposta da quello che ho capito.
    Schmitt deplora la esternalizzazione rispetto allo Stato sovrano del concetto di giustizia in base alla quale muovere guerra, corretto?
    Se è corretta l'interpretazione e non ho frainteso la domanda, io credo che sbagli a deplorare un processo del genere, in quanto la giustizia deve essere in genere astratta fino a farla coincidere con la Giustizia propriamente detta, o Leggi Naturale e Divina.
    sono arrivato alla stessa conclusione, ma secondo me non "deplora", ma afferma esattamente lo stesso che dici tu, quindi non sbaglia... ad esempio nelle Crociate era la Chiesa ad "indicare" il nemico. Poi dire "Justitiam in definitionem belli non includo", per me, vuol dire che non ogni guerra è giusta, non vuol dire che nessuna guerra è giusta. Ovvero la "giustizia" non è inclusa nel concetto di "guerra" (come sostenne Nietzsche: "vi hanno detto che una buona causa santifica persino la guerra, io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa") ma è un "accessorio" che può esserci o meno.

    sarebbe però utile magari leggere uno stralcio più ampio del testo in questione!
    Ultima modifica di codino; 11-11-09 alle 00:43

  7. #7
    SMF
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    Predefinito Rif: Schmitt e la "guerra giusta"

    Elzeviro Saggi sulla crisi dello Stato moderno
    LA GUERRA GIUSTA PER CARL SCHMITT
    Il concetto di territorio circoscritto è al tramonto

    «Lo Schmitt mi pare anche più pericoloso»: così Karl Vossler, nella lettera indirizzata al Croce il 25 agosto 1933, chiudeva un' angosciata proposizione: «Il Heidegger, e accanto a lui quel Karl Schmitt, autore di libri di diritto pubblico e politico, discepolo, fino a un certo punto, di George Sorel, si van rivelando come i due disastri intellettuali della nuova Germania». Perché la più grave pericolosità di Schmitt, il quale, autore di libri giuridici e politici, ben poteva rifluire nell' angusta cerchia di «esperti» o «competenti» di quei campi di studio? Intanto, c' è la tagliente incisività dello stile, la durezza logica di definizioni che conquistano il lettore già sulle prime righe di ogni scritto. Non gli enigmi del filosofo, non il linguaggio occultante e misterioso, ma la parola aperta sulla realtà delle cose, tutta volontà di afferrare e di capire. Dove il filosofo interroga l' esistenza e l' essere, Schmitt scruta l' orizzonte della politica, l' antitesi costitutiva fra amico e nemico, il destino degli Stati europei. Se appena si scorrono due libri, da ultimo apparsi in Italia, questa immagine è di piena evidenza: Il concetto discriminatorio di guerra (Laterza, pp. XLI-84, 15); Posizioni e concetti in lotta con Weimar - Ginevra - Versailles, 1923-1939 (Giuffrè, pp. XXX-562, 58). Testi fondamentali, accompagnati, il primo, da lucida prefazione di Danilo Zolo; il secondo, da dotte pagine di Antonio Caracciolo. Un filo li congiunge e sorregge: lo Stato moderno è in crisi; dense minacce si annuvolano sugli spazî già storicamente definiti, l' uno dinanzi all' altro, l' uno necessario all' altro, nel sistema del jus publicum europaeum. Questa unità, onde i nemici erano parimenti giusti e nessuno Stato si arrogava il monopolio del bene, è ormai fragile e vacillante. Ritorna il concetto di guerra «giusta», che discrimina amici e nemici del genere umano, non tollera distinzioni fra civili e militari, e mira al definitivo annientamento del male. Di fronte a questa bandiera, che s' innalza fuori e sopra di ogni storia, non reggono più né confini di Stato né lealtà di trattati: la guerra si converte in operazione di polizia. E così lo stesso concetto di territorio, di luogo circoscritto e racchiuso tra confini, volge al tramonto. Sulla vecchia idea di spazio si appoggiavano gli Stati nazionali, sovrani esclusivi in una porzione della superficie terrestre. Ma ora che le guerre «giuste» fanno valere pretese universali, dovunque e verso chiunque, anche l' idea di spazio deve assumere altri caratteri e dar luogo a ordinamenti diversi dal passato. Poiché lo spatium terminatum degli Stati europei scricchiola sotto i colpi di pretese universali (o di mercati economici o di immani imperi), allora Schmitt - e proprio alla vigilia del settembre 1939, quando le truppe tedesche si apprestano a dilagare sulle pianure d' Europa - propone la formula del «grande spazio» («Gross raum»). Questo concetto non si giova più di antiche basi territoriali, ma di un nuovo criterio di definizione: popolo, razza, o anche - e sarà lo Schmitt del secondo dopoguerra - economia industriale, sottosviluppo, e così via. Troviamo, nel secondo dei volumi menzionati, le pagine del maggio 1939 su «Grande spazio contro internazionalismo», cioè sulla «contrapposizione fra un chiaro ordinamento spaziale che poggia sul principio del non intervento di potenze estranee allo spazio a fronte di un' ideologia universalistica, che trasforma tutta la terra nel campo di battaglia dei suoi interventi e intralcia il passo ad ogni crescita naturale dei popoli viventi». Ed ecco scoprirsi la «pericolosità», l' ombra di timore e di sospetto, da cui il nome di Schmitt non riesce a disgiungersi: c' è, nelle sue analisi, un che insieme di presago e di torbido, uno sguardo che percorre e precorre, dolente nostalgia per la vecchia Europa ed anche oscura attesa del nuovo.

    Irti Natalino

    Pagina 45
    (25 giugno 2008) - Corriere della Sera

    fonte: LA GUERRA GIUSTA PER CARL SCHMITT

 

 

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