Perché gli imprenditori delocalizzano?
di Alberto Mingardi
Venerdì su “Libero” è uscita una testimonianza interessante. Era la lettera di un imprenditore conciario, Andrea Cologni. Uno fra i tanti che hanno scelto la strada della “delocalizzazione”. Fastidiosa articolazione di suoni, intonata minacciosamente dai difensori dell’industria patria additando i troppi quattrini che scavalcano le frontiere. “Il problema dell’Italia sono gli esportatori di capitale!”, tuonava Mario Capanna nei suoi anni formidabili. Oggi la tentazione sarebbe di riesumare la stessa croce, e di tirarla addosso ai legittimi eredi dei “problemi” di allora.
E’ difficile contraddire chi parla di “declino”. L’economia procede a singhiozzo, l’incertezza dilaga, e il mantra del quanto siamo bravi, ripetuto ossessivamente dalla gente che piace, non sopravvive al contatto con la realtà. Le imprese investono da altre parti per mancanza d’ossigeno.
L’uomo d’industria è un essere umano come noi, il desiderio di stabilità non gli è estraneo, l’impresa la preferisce sotto casa. Se decide di spostarsi, non è per vezzo. E’ perché i conti devono quadrare, e l’impresa o fa profitti o, giustamente, chiude. Così sarebbe il libero mercato. Siccome anche la politica scende in campo, le opzioni diventano tre: si fa profitti, si chiude, o ci si accomoda alla mangiatoia statale. Però, se si sceglie la terza via, si esce dal contesto imprenditoriale rifugiandosi, di fatto, nel parassitismo. Si taglia il filo che lega le proprie sorti al verdetto dei consumatori. Costretti, nelle loro vesti di contribuenti, a finanziare attività delle quali, come clienti, non sentono il bisogno.
Perché si delocalizza? Una motivazione è il ridotto costo del lavoro. I più agguerriti fra i neoprotezionisti parlano di “dumping sociale”. Se i costi sono inferiori le ragioni sono essenzialmente due. La prima attiene la produttività marginale del lavoro. Se un uomo lavora con attrezzature di qualità superiore riuscirà a fare in un’ora molto più di quanto possa fare nello stesso tempo il lavoratore che usi attrezzature meno efficienti. La diversità nei salari riflette questo fatto. Se infatti il lavoro che ha produttività marginale inferiore in un calzaturificio dell’India, per dire, costasse quanto quello in un calzaturificio degli Stati Uniti, nessuno investirebbe in India.
La seconda ragione riguarda una serie di costi che hanno radice nelle istituzioni che determinano la forma di diverse economie. Noi abbiamo protezioni sociali ed ambientali che incidono sul costo del lavoro, e che i Paesi più poveri non si possono permettere. Perché, se lo facessero, non vi sarebbe, ancora, nessun motivo di spostarsi in quelle terre per produrre. E, dunque, nessuna speranza di uscire dalla voragine della povertà.
L’assenza di queste “protezioni” porta a regolamentazioni più snelle, e sovente si accompagna ad un fisco più mite. Il gioco della globalizzazione, per i poveri, è attrarre capitali per innescare lo sviluppo: e stanno imparando a giocarlo bene. Per esempio in Cina, che è uno Stato comunista, la tassazione assorbe meno del 20% del PIL. In Italia, dove crediamo di essere un Paese capitalista, si passa il 45%.
Il Far East non è l’unica meta. C’è anche l’Europa orientale, che non ha solo il pregio di essere più vicina. Paesi come l’Estonia, la Lituania, la Slovacchia, e non solo, stanno dandosi istituzioni opportune per attrarre capitali. Fanno un’aggressiva manicure al fisco, non tassano i profitti, non incatenano le imprese con regolamentazioni ossessive ed inutili.
L’imprenditore fa due conti in tasca e, se ha a cuore il futuro della sua attività, la delocalizza. Il che al consumatore sta benissimo: un paio di scarpe è un paio di scarpe, quando le compriamo pensiamo a come ci staranno e quanto costano, c’interessa poco che le abbia fatte il nostro vicino di casa o un signore che sta a Pechino. Sta meno bene allo Stato, per il quale meno ricchezza prodotta all’interno dei suoi confini significa meno ricchezza tassabile.
Il politico ha due strade: la prima è cercare di fermare la fuga col bastone della legge. Che può significare trattenere le imprese impedendo ai prodotti altrui di sbarcare sui nostri mercati. Il risultato? Costi più alti per i consumatori. E si finisce per sottrarre le industrie alla competizione, rendendole cieche ai segnali del mercato.
La seconda è riscrivere le regole del gioco, perché il verdetto del mercato delle istituzioni è chiarissimo: le nostre non reggono più. Costano troppo, ed è più quel che tolgono che quello che danno.
Abbassare le imposte sarebbe il primo, sospirato passo. Ma altrettanto importante è liberare l’economia da regolamentazioni scellerate e assassine. “In Italia, Bill Gates non sarebbe diventato Bill Gates, anzi, sarebbe stato arrestato perché esercitava in un garage e andava contro la legge 626 sulle norme di sicurezza”. Lo ha ammesso il ministro dell’economia. Preferiamo tenerci la 626 e le sue sorelle, o abituarci alla possibilità di un Bill Gates italiano?




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