....e anche pochi
In una risposta puntuta alla provocazione del Foglio – la beffa dell’appello contro l’eventualità di una sua nomina alla Direzione nazionale antimafia – l’ex procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli ha voluto ricordare, a suo merito e vanto, gli ergastoli inflitti ai mafiosi come conseguenza dell’attività svolta, da lui e dai suoi sostituti, negli anni chiodati della repressione e dei processi politici.
“Come replica a Ferrara?”, chiede l’intervistatore di Repubblica. E lui,il procuratore:
“Prima di tutto con argomenti seri: i 647 ergastoli inflitti o confermati per mafia a Palermo tra il 2000 e il 2004”.
A prima vista, sembra una risposta tranciante.
Zac, e via: ghigliottinata anche la testa di Ferrara.
Detta così la cifra degli ergastoli sembra una di quelle certezze inoppugnabili che tanto piacciono ai professionisti dell’antimafia. Invece, proprio dietro quel numero, si nasconde la sostanza stessa del casellismo: la mezza verità.
Perché quando ti dicono che in quattro anni sono stati inflitti o confermati 647 ergastoli, tu pensi che l’azione salvifica di Caselli e dei suoi sostituti abbia ripulito Palermo e la Sicilia di 647 boss. Pensi cioè che a ciascun ergastolo corrisponda un mafioso, o un killer o, comunque, un malacarne.
Invece no.
Prendiamo Riina Salvatore, boss dei corleonesi. A Totò “‘u curtu” sono stati “inflitti o confermati” 74 ergastoli.
Una cinquantina, o giù di lì, sono toccati al cognato, Leoluca Bagarella.
Una quarantina all’inafferrabile Bernardo Provenzano.
Una trentina a Pippo Calò.
Una ventina ciascuno a Tano Badalamenti, a Piddu Madonia, a Nitto Santapaola, a Pietro Aglieri.
E così via fino a Michele Greco detto “il papa” che ha guidato la cupola prima dell’avvento dei corleonesi.
Ne deriva che ai 647 ergastoli corrispondono non più di trenta, trentacinque nomi.
E se dal conteggio tiri fuori i boss pentiti, come Giovanni Brusca, che nonostante le condanne hanno diritto persino alle vacanze premio, ti accorgi che i 647 ergastoli, di cui va tanto orgoglioso l’ex procuratore di Palermo, tengono in carcere i soliti stranoti. Smascherati e incastrati da Giovanni Falcone negli anni in cui Caselli, da membro togato del Consiglio superiore della magistratura, si preoccupava più di organizzare le truppe di Magistratura democratica che non della lotta a Cosa Nostra.
Vittorio Del Basto, Palermo, lettera al direttore de Il Foglio
saluti




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