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    Predefinito Mastro Tittaaaaa tieniti pronto

    che presto avremo lavoro per te.
    senza andare in trasferta.

  2. #2
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    Predefinito

    http://mp_pollett.tripod.com/romac12i.htm

    Viengheno: attenti: la funzione è llesta...
    (Vengono: attenti: la funzione è rapida...)
    Con queste parole si apre uno dei numerosi sonetti di G.G.Belli ispirati alle esecuzioni che si tenevano a Roma.

    un mastro Titta ancora giovane offre
    del tabacco prima di mettersi all'opera;
    l'ambientazione è Ponte S.Angelo Ai tempi in cui la città era governata dai papi (cioè dal Papa Re), fino al 1870, le pubbliche esecuzioni erano uno degli spettacoli preferiti dal popolino, che trovava questa pratica ripugnante non solo di proprio gradimento, ma addirittura portava con sé i figli ad assistere all'evento a mo' di strumento educativo, come in seguito verrà detto.

    Le leggi pontificie, una commistione di codice civile e religioso, erano tanto rigide con il popolo e con i liberali quanto erano permissive con la nobiltà, specialmente se di appartenenza a famiglie che annoveravano fra i loro membri uno o più vescovi o cardinali, i quali a quei tempi rappresentavano il "sistema": giudici, ministri, persino il capo della polizia, appartenevano tutti al clero.
    Dal 1796 al 1864, a mettere in atto le alquanto frequenti esecuzioni, a Roma operò un uomo solo, Giovanni Battista Bugatti, il cui nomignolo mastro Titta divenne leggendario: nel corso di un'attività durata 70 anni, mise in atto 516 condanne (o giustizie, come si chiamavano allora).
    È da lui che il termine "mastro Titta" cominciò ad essere usato a Roma come sinonimo di boia, tanto per i molti che lo precedettero quanto per i pochi che seguirono.


    Pur professando uno dei mestieri più orribili, mastro Titta faceva il suo dovere con distacco (un tradizionale atteggiamento dei romani verso gli scherzi del destino). Talvolta era uso offrire ai condannati un'ultima presa di tabacco, quasi a voler dire loro "non ve la prendete con me se oggi vi trovate qui", o "coraggio: non ci vorrà molto tempo, farò un bel lavoro".
    Insomma, non svolgeva quell'attività per piacere, ma poiché qualcuno doveva pur farlo... ce la metteva tutta per fare del suo meglio!

    Mastro Titta viveva di un lavoro ufficiale: era verniciatore d'ombrelli, un'attività per la quale possedeva una bottega sotto casa, nel quartiere di Borgo, sulla sponda occidentale del Tevere, non distante dai palazzi pontifici. Infatti, a causa del suo secondo "lavoro" occasionale, a salvaguardia della sua stessa incolumità, non poteva accedere al centro della città (sulla sponda opposta del Tevere) se non per il ben noto motivo ufficiale: quando si diceva mastro Titta passa ponte, significava che qualcuno stava per rimetterci la testa.

    Quest'attività gli assicurava un certo numero di benefici.

    piazza del Popolo era uno dei luoghi
    dove si tenevano le esecuzioni « Si vuole però che l'atto della uccisione del paziente (sic!) siagli pagata tre quattrini, cioè tre centesimi della lira romana, a dimostrare la viltà dell'opera », fa osservare Belli in una delle sue note.
    Mastro Titta andò in pensione all'età di 85 anni, e per i cinque anni che ancora visse gli fu persino riconosciuta una pensione per lunghissimi servizi (come da un documento ufficiale), servizi che prendeva molto sul serio: all'alba dei giorni fatidici - la maggior parte delle esecuzioni aveva luogo di mattina presto - indossava un mantello scarlatto, e solennemente "passava ponte". Teneva anche un registro della sua attività, nel quale scupolosamente annotava date, nomi e colpe per cui tali servizi venivano richiesti.


    A rischio di apparire un po' lugubri, sarebbe d'uopo ricordare la versatilità di mastro Titta nel maneggiare lo "strumentario": le sue tecniche comprendevano la decapitazione a mezzo della classica scure e, più tardi, a mezzo ghigliottina (retaggio della Rivoluzione Francese), l'impiccagione e, fino al secondo decennio dell'800, persino lo squartamento con la mazza; quest'ultima era una "pena aggiuntiva" comminata ai rei di crimini particolarmente efferati (ad esempio, l'omicidio di un prelato), e veniva inflitta dopo la decapitazione, al corpo ormai privo di testa.

    Le pubbliche esecuzioni si tenevano in luoghi fissi; piazza del Popolo, la vasta platea sotto il Pincio, era una di questi. Ancora oggi una targa affissa nel 1909 da un'associazione di democratici ricorda due carbonari qui giustiziati nel 1825, la loro condanna "ordinata dal papa senza prove e senza difesa". Di lì a poco, il governo fece coprire queste parole con lo stucco, per non fare torto al Vaticano; ma molti anni dopo, nel corso di un restauro, rividero la luce, stavolta a imperitura memoria "per volontà ammonitrice di popolo".
    la targa in piazza del Popolo


    Un altro famoso sito per le sentenze capitali era la piazzetta ad uno dei capi del ponte dirimpetto a Castel S.Angelo, la cui splendida veduta non serviva certo ad attenuare la crudeltà dello spettacolo che vi si teneva.

    A proposito dei luoghi suddetti, in uno dei suoi sonetti Belli appose un'altra gustosa nota, datata 1835, che dice:

    Ponte S.Angelo (per i romani, solo "Ponte") "(Popolo e Ponte) Piazze sulle quali sino agli ultimi anni si è eseguita la giustizia. Ora le esecuzioni han luogo in Via de' Cerchi, che corre parallela al lato esterno settentrionale dell'antico Circo Massimo, nella valle tra l'Aventino e il Palatino, bagnata una volta dal Velabro maggiore. Ed ivi ben conviene la punizione de' misfatti dove fu da' Romani compiuto il primo delitto: il ratto delle Sabine."


    Poco prima che un'esecuzione avesse luogo, diverse chiese affiggevano pubblicamente manifesti nei quali si invitavano i fedeli a pregare per le anime dei condannati. Questo è anche il modo in cui il popolino apprendeva dell'evento.

    Ma non solo la plebe e il poeta G.G.Belli furono testimoni di tali crudi raduni: anche due celebri autori inglesi lasciarono una descrizione dell'opera di mastro Titta.
    Il 19 maggio 1817, George Gordon Byron si trovava a piazza del Popolo mentre tre condannati venivano decapitati ("...per omicidj e grassazioni", ebbe a scrivere mastro Titta), e il poeta fece menzione di questa esperienza in una lettera indirizzata al suo editore John Murray.
    Un ricordo molto più dettagliato, però, lo lasciò Charles Dickens. Il romanziere stava girando l'Italia nel 1845; fra i suoi ricordi di Roma, descrisse l'esecuzione di un altro criminale in "Pictures of Italy" (1846). Il passo in questione lo si può leggere (in italiano) in questa pagina; chi volesse cimentarsi con l'originale, lo troverà in quest'altra pagina.

    Come osserva Dickens nella sua cronaca, in caso di decapitazione la testa veniva immediatamente mostrata alla folla dai quattro lati del patibolo, prima di essere lasciata in bella mostra per qualche tempo, di solito infilzata alla cima di un palo (ciò che in tempi anteriori si usava fare, per tempi assai più lunghi, sui due lati di Ponte S.Angelo).
    un maturo mastro Titta mostra alla
    folla una testa femminile recisa
    (la "giustizia" non era per soli uomini!)


    Una curiosa abitudine che l'autore inglese sembra aver trascurato, forse perché troppo preso da ciò che succedeva sul palco, è che in mezzo alla grande folla molti uomini erano soliti portare con sé i propri figli maschi per mostrare loro ogni dettaglio della cerimonia: proprio nel momento in cui veniva giù la lama (...e la testa) o quando, in caso di impiccagione, il condannato rimaneva appeso, era consuetudine dare loro uno sganassone (cioè una sberla), come tangibile ricordo di ciò che sarebbe potuto loro capitare il giorno che si fossero messi nei guai con la giustizia (e fra i bassi ceti sociali, a quei tempi, ciò accadeva molto spesso).
    Di questo costume fa menzione Belli in uno dei suoi sonetti più conosciuti, una piccola selezione dei quali è riportata in questa pagina.

    Un altro elemento della lugubre cerimonia era la processione dei frati che accompagnavano i condannati fin sotto il patibolo, indossando un saio nero con un cappuccio a punta.
    Appartenevano alla Confraternita della Misericordia, una congregazione fiorentina; secoli addietro, lo stesso Michelangelo ne era stato membro. La loro sede in Roma era presso la chiesa di San Giovanni Decollato, situata in una stradetta non lontano da via dei Cerchi, il luogo dove in quegli anni si tenevano le esecuzioni.
    via dei Cerchi, altro luogo dove si eseguivano le "giustizie";
    San Giovanni si trova lungo la buia strada sulla destra


    la chiesa di San Giovanni Decollato La cogregazione si occupava dei conforti religiosi per i condannati; dopo l'esecuzione, gli stessi frati portavano via i corpi per seppellirli nel chiostro della chiesa.
    Per antico privilegio, concesso da papa Paolo III nel 1540, ogni anno la Confraternita della Misericordia aveva il diritto di liberare un condannato a morte: la scelta veniva fatta sulla scorta delle informazioni che i frati raccoglievano riguardo ai vari condannati, ai loro crimini e ai loro processi, alla domanda di perdono inoltrata ai familiari delle vittime (che era vincolante per ottenere la grazia), e alla fine si teneva un ballottaggio, per decidere quale carcerato era più meritevole della salvezza, e quando tenere la cerimonia. Nel giorno prefissato, una processione di frati giungeva alle carceri, doe veniva loro affidato il prigioniero prescelto, al quale la congregazione si prefiggeva di trovare un lavoro onesto oppure, in caso si fosse trattato di un forestiero, di fornirgli denaro a sufficienza per tornare a casa propria.


    Cimeli delle suddette cerimonie sono ora conservati presso la Camera Storica della congregazione, presso la chiesa di San Giovanni Decollato, aperta al pubblico un giorno all'anno, quello del santo, cioè il 24 giugno.

    il mantello di mastro Titta Invece l'unico ricordo rimasto di mastro Titta, oltre alla fama leggendaria, è il mantello scarlatto che il boia era solito indossare nelle occasioni ufficiali, quando gli era concesso "passare ponte", ora in mostra al Museo Criminologico di Roma.
    San Giovanni... Decollato!
    (dettaglio da una antica cassetta per le offerte)


    --------------------------------------------------------------------------------


    questa pagina è stata scritta con la speranza che
    il mantello ed altro strumentario di ogni mastro Titta ancora operante
    abbiano presto a trasformarsi in un innocuo cimelio da museo

  3. #3
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    Predefinito grazie aguas

    io invece il 3d l'ho aperto per aizzare gli "animal spirits"
    sai ognuno cia' i suoi....mica solo leoni orsenigo...

 

 

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