....Il tratto specifico della civiltà islamica è l’autorità esercitata dal Testo.
Ciò non significa che razionalità ed altri fattori non siano importanti, ma che la sua peculiarità risiede nella funzione svolta dal Corano. È indubbio che dallo studio del Corano non sia scaturita solo la teologia, ma anche tante altre scienze, quali la grammatica, la letteratura, la giurisprudenza, la storiografia e le espressioni artistiche tipiche, come ad esempio la calligrafia ed il canto. Vi è però una grande differenza tra il riconoscere l’autorevolezza religiosa di un testo, sottolineandone la funzione generatrice di civiltà, e l’attribuirgli un’autorità assoluta su tutti gli ambiti della vita.
Il Corano è un’autorità in campo religioso, ma non è la cornice entro la quale contestualizzare le scoperte della scienza storica o della fisica. Oggi, tuttavia, si sta rafforzando la tendenza a pensarlo come «contenente già tutte le verità conosciute o conoscibili dalla ragione». Il ché è pericoloso ed ha in sé due conseguenze.
Da un lato sminuisce il significato della razionalità umana e consolida contemporaneamente l’arretratezza, dall’altro trasforma il Corano, da testo della Rivelazione, in un trattato politico, economico o giuridico. Lo priva così di una parte della sua essenza e cioè della sua specifica dimensione religiosa e spirituale. [...]
Nella genesi coranica i due sessi sono parificati. La divisione dell’anima in una coppia non genera nessuna superiorità di una parte rispetto all’altra. E’ vero che il Corano cita spesso il nome Adamo, mentre non appare mai quello di Eva, ma nel Corano Adamo non rappresenta l’«uomo maschio»,e neppure uno specifico essere umano, bensì tutto il genere umano. Il Corano non distingue tra l’azione religiosa di un uomo e quella di una donna, neppure quando tratta della loro punizione o premio nell’aldilà. (ehm ...e le 72 vergini? ndR)

L’accusa di apostasia
Tutto procedette normalmente fino al 1995, quando ebbe inizio la disputa a proposito della mia promozione. L’Università del Cairo mi aveva rifiutato l’ordinariato in seguito all’accusa di apostasia, rivoltami in uno dei tre rapporti richiesti dall’università per valutare il mio operato intellettuale. Gli altri due avevano appoggiato con insistenza la mia promozione, ma il senato accademico aveva dato seguito al voto minoritario di ’Abd as-Sabur Shahin, basato su una miriade di insulti, travisamenti e diffamazioni.
Aveva attribuito alle mie opere idee pervertite e pensieri ateo-marxisti, e persino il «più abominevole disprezzo dei fondamenti della religione».
Poi cominciarono ad apparire nella stampa articoli che mi attaccavano e che si riferivano, tutti quanti, al solo rapporto negativo di ’Abd as-Sabur Shahin e alla sua predica del venerdì nella principale moschea del Cairo [...] in cui si faceva riferimento a un professore comunista ed ateo, dell’Università del Cairo, il quale, vistasi negata la promozione, stava infiammando gli animi dei comunisti. Cominciarono allora ad apparire caricature disgustose, di cui la peggiore fu forse quella dove si vedeva un uomo corpulento, il quale colpiva con un pugnale il Corano facendone uscire del sangue. Il titolo della vignetta era: Nasr Abu Zayd.
Nella nostra facoltà si insegnava poesia, filosofia, storia e islamistica. Molti studenti ora rifiutavano ogni novità: non accettavano la discussione, la respingevano. [...]. Ci ritrovammo con una tipologia di studenti universitari programmata per ragionare in una sola dimensione: quella delle cose permesse o vietate. Se, durante una lezione, accennavo ad una poesia d’amore, poteva accadere che una diciottenne si alzasse per dire che nell’Islam le poesie d’amore erano proibite. Ed allora, io, in che situazione mi venivo a trovare? Invece di adempiere al mio compito, e quindi discutere della struttura e dei contenuti di una poesia, ne dovevo illustrare la legittimità all’interno dell’Islam. Mi dovevo abbassare ad un livello non degno dell’istituzione universitaria, quello del permesso e del vietato. E man mano si scendeva sempre più verso il basso.
È facile immaginare cosa accadesse quando, durante i miei corsi sul Corano, affermavo, per esempio, che il Corano è un prodotto della sua cultura.
L’insegnamento per me era un piacere, la mia vocazione. Ma ora mi sentivo come uno schiavo ai lavori forzati. Tutto il caso scatenato dalla mia promozione negata mi sembrava soltanto un episodio di quest’incubo più grande. [...]
Ho conosciuto altre culture negli Stati Uniti, in Europa e a Tokyo. Sono ritornato per insegnare ciò che avevo imparato: che il mondo è grande, che né il Cairo, né Tokyo, né New York sono il mondo, ma che tutto messo assieme è il mondo.

La forza della fede
Non mi è dato di giudicare la fede di una persona, ma soltanto le sue opere. Chi si rende utile alla società, all’umanità, chi aggiunge del buono al Regno di Dio è figlio di questa comunità, che sia cristiano, ebreo, ateo, druso o quant’altro. Molto, moltissimo tempo fa incontrai un’indovina che leggeva la mano. Non credo in queste cose, ma lei guardò la mia mano e mi disse:«Nel tuo cuore porti una moschea di Dio che splende!»
In arabo la parola «moschea» (masjid) significa «luogo dove prostrarsi davanti a Dio» ed il mio cuore è tale luogo.
Se fossi davvero come è stato detto di me, sarei stato annientato.
Nessuno saprebbe opporre tanta resistenza se non avesse la fede.
Abu Zayd Nasr - religioso egiziano finito esule in Olanda, autore del libro «Una vita con l’Islam», edita da Il Mulino - Il Riformista

Cordiali Saluti