Che fare sul tetto del mondo?
di Piero Verni
(articolo apparso su Re Nudo, febbraio 2003)
Chissà cosa avrà pensato Lobsang Dhondup, mentre la canna della pistola del soldato cinese incaricato di giustiziarlo gli si poggiava dietro la nuca, della nuova Cina di Hu Jintao. Dubito che si sarà trovato d’accordo con quanti, anche all’interno del Governo Tibetano in Esilio, hanno accreditato in questi ultimi mesi l’immagine di una dirigenza di Pechino pronta a voltare pagina e a lasciarsi finalmente alle spalle un socialismo non certo dal volto umano.
Lobsang Dhondup, ucciso il 26 gennaio 2003, era un giovane tibetano di 28 anni condannato a morte da un tribunale di Kardze con l’accusa di aver compiuto attentati dinamitardi tra il 1998 e il 2003 nella regione di Ganzi e nella città di Chengdu, il capoluogo della provincia di Sichuan. Insieme a Lobsang Dhondup, sempre per gli stessi reati, ha subito un’analoga condanna anche Deleg Rinpoché, uno dei più amati e rispettati monaci della zona, la cui esecuzione è stata però sospesa per due anni. Durante l’intero procedimento non è emersa alcuna prova che dimostrasse il coinvolgimento negli attentati di Lobsang Dhondup e anche Deleg Rinpoché continua a protestare la sua innocenza e la sua completa estraneità alla serie di attentati.
Questa esecuzione, insieme alla conferma della sentenza capitale per Deleg Rinpoché e agli arresti di altri dieci giovani tibetani, è il biglietto da visita con cui Hu Jintao, noto peraltro per la durezza con cui all’inizio degli anni ‘90 nella sua veste di governatore della Regione Autonoma del Tibet aveva represso anche le più pacifiche dimostrazioni, si presenta al mondo. A nulla sono valse le pressioni diplomatiche di numerosi parlamenti e governi, la mobilitazione delle associazioni pro-Tibet e di quelle per la difesa dei diritti umani. Con alla testa del Partito Comunista Cinese colui che aveva invocato nei confronti del dissenso tibetano una "repressione dura e senza misericordia", la Corte di Giustizia di Kardze è stata inflessibile e certo non si può pensare che, alla luce della notorietà internazionale che la sentenza aveva assunto, i giudici non abbiano deciso in accordo con Pechino.
Certo le tragiche vicende di questi giorni sono una doccia fredda e un grave colpo per le speranze del Governo Tibetano in Esilio e dello stesso Dalai Lama in un ammorbidimento delle posizioni cinesi riguardo al Tibet. Infatti dopo la visita che due rappresentanti del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, avevano fatto in Cina e Tibet la scorsa estate, l’establishment tibetano in esilio si era dimostrato molto soddisfatto dalla piega che sembrava stessero prendendo gli avvenimenti. Addirittura il primo ministro del governo tibetano in esilio, prof. Samdog Rinpoché, aveva chiesto ai tibetani residenti negli Stati Uniti e ai loro sostenitori di non manifestare contro Jiang Zemin in occasione della recente visita in America di quest’ultimo.
In realtà, a diversi osservatori queste aperture di credito alla leadership di Pechino erano sembrate alquanto fuori luogo. Molto critico è ad esempio Claudio Tecchio, coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano all’interno della Cisl. "Credo", afferma Tecchio, "che il Governo Tibetano in Esilio abbia eccessivamente enfatizzato una missione la quale, non dimentichiamolo, a detta delle autorità di Pechino era solo il ‘viaggio di due tibetani nella loro terra d'origine’. In realtà temo che le cose siano molto meno positive e l’uccisione di Lobsang Dhondup la dice lunga sulla volontà del governo cinese di risolvere veramente il dramma del popolo tibetano. Penso che il Governo Tibetano in Esilio dovrebbe tirarne le logiche conseguenze anche se non sono molto ottimista in proposito. Soprattutto dopo aver letto la lettera indirizzata da Nawang Rabgyal, il rappresentante del Dalai Lama in America, al segretario generale dell’Onu Kofi Annan in cui l’esecuzione viene pudicamente definita ‘most unfortunate’ e francamente mi sembra che non si potesse trovare un’espressione più infelice."
Altrettanto sconsolata è la dichiarazione di uno dei maggiori sostenitori delle ragioni del popolo tibetano all’interno del Parlamento Europeo, il deputato radicale Olivier Dupuis, "Nel settembre scorso i signori Lodi Gyari e Kelsang Gyalsen, inviati speciali del Dalai Lama, sono tornati da una visita ufficiale, storica secondo alcuni, in Tibet e a Pechino, inizio -secondo alcuni- di un processo che non potrà che portare all'apertura di veri e propri negoziati sino-tibetani. Oggi, meno di quattro mesi più tardi, gli autocrati di Pechino guidati dal nuovo leader Hu Jintao - reso celebre dalla violenza della repressione che condusse, in quanto governatore della provincia occupata, contro le manifestazioni di Lhasa nel 1989 - rilanciano il dialogo assassinando senza tanti complimenti Lobsang Dhondup. Che Tenzin Delek Rimpoche e Lobsang Dhondup non abbiano cessato di dichiarare la loro innocenza, anche con un messaggio registrato dalla prigione all'insaputa dei sorveglianti e diffuso su Radio Free Asia; che siano stati, secondo differenti testimonianze, torturati; che Tenzin Delek Rimpoche abbia intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro l'iniquità del loro processo; che prestigiosi intellettuali cinesi non abbiano esitato a prendere pubblicamente la difesa dei due imputati; che le condanne a morte con la condizionale siano generalmente commutate in pene di prigione a vita in Cina; che Tenzin Delek sia impegnato in numerose azioni filantropiche e goda di un enorme prestigio presso la popolazione tibetana; che numerosi cittadini di tutto il mondo si siano mobilitati... tutto sarà valso a nulla. Gli autocrati cinesi si sono mostrati nuovamente ‘forti’, ‘determinati’, ‘responsabili’, in una parola ‘virili’! Scommettiamo che durante i prossimi incontri sino-europei, le autorità dell'Ue e dei suoi Paesi membri non mancheranno di evocare questo triste episodio... tra la frutta e il formaggio. D'altra parte, gestire un miliardo di sudditi non è affare da niente !"
Difficile dire, a questo punto, quale piega potranno prendere le relazioni tra Dharamsala (sede del Dalai Lama e del suo governo in esilio) e Pechino. Difficile pensare che i tibetani potranno continuare come se nulla fosse accaduto. Anche perché la voce di quanti sono da tempo scettici sulla reale volontà del governo cinese di instaurare autentici negoziati sul problema tibetano comincia, forse, ad essere meno flebile ed isolata. Sul forum internazionale telematico dei Tibet Support Groups sono apparsi diversi messaggi di tibetani molto critici con le posizioni del loro governo in esilio. Emblematica è questa breve lettera di Sonam Wangdu da New York, "Il successo della recente delegazione tibetana in Cina deve confrontarsi con la perdita delle vite di quei coraggiosi tibetani che rischiano la morte per il loro paese. A quanti parlano dei progressi nei rapporti con la Cina si deve ricordare che l’esecuzione di Lobsang Dhondup mostra chiaramente quanta importanza i cinesi diano alle affermazioni dei delegati tibetani."
Molto delusa è anche Alison Reynolds, direttrice dell’inglese Free Tibet Campaign che scrive, "La Cina ha ancora una volta dimostrato di non avere alcun rispetto per le preoccupazioni espresse dalla comunità internazionale sulla situazione in Tibet. La segretezza e il modo in cui Lobsang Dhondup è stato giustiziato dimostrano che Pechino è determinato a schiacciare quello che definisce ‘separatismo’ e questo fa sorgere legittimi dubbi sulla sincerità della Cina di voler avviare un effettivo dialogo sul futuro del Tibet."
Ancora più amareggiato è Claudio Cardelli, vice-presidente dell’Associazione Italia-Tibet, che ha dichiarato a Re Nudo: "Qualunque tentativo di dare credito al governo cinese viene regolarmente ridicolizzato dalla reazione (ma forse non è neppure una reazione: è la norma) di quella banda di macellai che siede al potere a Pechino. Rilevo con dolore la incresciosa situazione in cui si trova l’establishment tibetano in esilio. Il Dalai Lama e il suo governo sembrano non avere sbocchi. Come risponderanno a questa ennesima frustata sulla faccia? Cosa risponderanno ai tibetani che hanno avuto fiducia fino ad oggi nella loro politica cedevole e senza risultati? Quello che predica Sua Santità è senza dubbio l’espressione più alta dell’etica da seguire per risolvere ogni conflitto. Dialogo, non violenza, compromesso. Peccato che con Pechino, e forse con il mondo in generale, questo si riveli una vuota e inutile utopia. Non sono affatto compiaciuto di quello che, a titolo strettamente personale, sono costretto oggi a dire. Vorrei avere avuto ed avere torto. Purtroppo non è così."
In effetti sembra proprio che le posizioni moderate del Dalai Lama e del suo governo non abbiano smosso di un centimetro le diverse dirigenze che si sono avvicendate a Pechino dal 1988 ad oggi. Da quando, appunto nel giugno 1988, il leader tibetano si disse pronto a rinunciare ad ogni richiesta di indipendenza a fronte di una effettiva autonomia per tutti i territori tibetani occupati dai cinesi nel 1950-51. Nonostante il Dalai Lama non perda occasione per ribadire le sue ragionevoli proposte tutto quello che ha potuto ottenere fino ad oggi è stata la visita dei suoi inviati a Pechino e Lhasa dove, sarà bene ricordarlo, ai due diplomatici tibetani non è stato consentito di parlare con nessuno al di fuori degli incontri ufficiali.
E dopo pochi mesi arriva il processo farsa di Kardze con la sua tragica esecuzione capitale, le condanne a morte, gli arresti di decine di tibetani. E un governo cinese fieramente ed aggressivamente sordo ai tanti appelli alla clemenza giunti da ogni parte del mondo.
Che fare, quindi? Una risposta non è semplice ma forse, per cominciare, sarà bene che quanti hanno nelle loro mani i destini del Tibet e della sua gente comincino a capire che "Prendere i propri desideri per realtà" era un suggestivo slogan del Maggio francese ma pare non aiuti quando si deve lottare contro un gigante cattivo come la Cina. Ieri il Paese di Mao, di Deng e di Jang Zemin. Oggi di Hu Jintao.
http://www.stringer.it/Stringer%20Sc...ni-dhondup.htm



Rispondi Citando
