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    Predefinito Questo era il titolo: l'Eurispes dice...

    … che“ci sono due milioni di bambini poveri”

    I titoli li avete visti tutti. Erano sabato su ogni quotidiano. “In Italia due milioni di bambini poveri”. Si trattava di una ricerca Eurispes dedicata all’infanzia in Italia, in collaborazione con il Telefono Azzurro. La ricerca è molto corposa e dice un sacco di cose, ma i giornali ne hanno privilegiate pochissime.
    In parte perché quelle più a effetto vengono sempre privilegiate sulle altre, e in parte perché in alcune redazioni si sono limitati evidentemente a leggere la sintesi per la stampa della ricerca (in alcuni casi la sintesi breve, quella di cinque pagine: quella lunga ne ha centoquindici), che invece complessivamente riempie diverse centinaia di pagine.
    Comunque, io diffido da tempo delle “notizie” basate su sondaggi e ricerche di mercato. Per molti anni i quotidiani italiani hanno dedicato pagine e pagine a improbabili indagini compiute da fantomatici “Istituto superiore occidentale di psicologia”,
    “Associazione di psicologi volontari Help Me”, o altre così, che a far delle ricerche si rivelavano spesso inventati da una sola persona che faceva delle ricerche di nessun valore scientifico per farsi dubbie pubblicità.
    Le redazioni, pigre e sempre in cerca di una “tendenza” con cui riempire le pagine, non si facevano domande e pubblicavano.
    Da quando il controllo sulle bufale giornalistiche è stato reso più semplice e più aggressivo tramite internet, questi casi sembrano però superati.
    E infatti in questo caso si trattava dell’Eurispes, mica bruscolini. Quindi il dato “due milioni di bambini poveri” era doppiamente impressionante: perché era impressionante e perché era probabilmente vero.
    Eppure, c’era qualcosa di strano. Intanto, non si capiva quali fossero i “bambini” così definiti: su molti giornali non ce n’era indicazione. Ma sul Corriere della Sera, per esempio, si spiegava in un boxino che la ricerca era stata compiuta su un campione di “6.276 tra bambini e ragazzi”, con i bambini definiti come “tra i 7 e gli 11 anni”.
    Questo avrebbe voluto dire che in Italia ci sarebbero due milioni di bambini tra i 7 e gli 11 anni che sono “poveri” (“moltissimi hanno a malapena da mangiare”, scriveva il Messaggero).
    Che se ci pensate, non sono tanti: sono tantissimi.
    Non sono cose che uno sa esattamente, ma così a occhio tutti i bambini tra i 7 e gli 11 anni non possono essere molti più di due milioni.
    Probabilmente esiste un dato preciso, ma io ho trovato solo che nel 1996 in Italia c’erano tre milioni di bambini tra i 10 e i 14 anni e quasi tre milioni tra i 5 e i 9: ne deduco bruscamente (mi perdonino i demografi) che anche la fascia 7-11 probabilmente assommerà alla stessa cifra, più o meno. Stando ai giornali di sabato, quindi, due bambini su tre in Italia sarebbero “poveri”. Forse un po’ troppi, no?
    La seconda cosa che non si può capire dai quotidiani è cosa significhi “poveri”: qual è il criterio, qual è la soglia? Nessuno lo spiega. “Due milioni di bambini poveri” è tutto quello che viene detto. Repubblica, oltre a titolare così, spiega all’inizio dell’articolo:
    “Sono quasi due milioni in Italia i bambini poveri, baby lavoratori, sfruttati e disagiati, in precarie o drammatiche condizioni economiche”.
    Anche a leggere le centoquindici pagine di sintesi della ricerca, non si fanno passi avanti: “Secondo le nostre stime nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri”.
    Tutti i giornali poi citano un altro dato aggravante, che evoca il rapporto con il resto dell’Europa. Così è come la scrive il Giorno, presa pari pari dalla sintesi per la stampa dell’Eurispes: “L’Italia occupa un indecoroso quarto posto (23,3 per cento) nella graduatoria degli stati membri con i maggiori tassi di povertà infantile”. Quali siano i “bambini poveri”, anche qui non lo si spiega.
    All’Eurispes sono molto gentili. Il vicedirettore, Elisabetta Santori, mi dice subito che “bisogna sfatare la notizia per cui in Italia ci sono due milioni di bambini che non hanno da mangiare”: considerato che questa era “la” notizia, sabato, la dichiarazione mi pare notevole. Poi, grazie alla pazienza della professoressa Santori e della dottoressa Carla Graziani, ho capito delle altre cose. La prima è che l’oggetto della ricerca è dato da un questionario distribuito a questi 6.276 bambini e ragazzi. Ne sono venute molte e interessanti informazioni, soprattutto in relazione al rapporto dei ragazzi con la televisione, con gli Sms e altri temi della modernità. Con tutto questo, però, il dato sulla povertà non c’entra niente. “In questo caso si tratta di una stima”: cioè, all’Eurispes hanno preso dei dati Istat già noti e pubblici e li hanno combinati ed elaborati per arrivare a ipotizzare un numero –una stima, appunto – di “minori poveri”. Come minori?, chiedo io: non erano “bambini”. “No, in questo caso il dato riguarda le età tra zero e diciotto anni, provenendo i dati elaborati appunto da indagini Istat riferite a questa fascia”.

    Indagini già pubblicate
    Quindi, i due milioni di bambini poveri sono diventati due milioni di minorenni poveri: non che la cosa non faccia spavento lo stesso, ma è sicuramente diversa. Anche perché l’Istat dice che in Italia ci sono poco meno di dieci milioni di minorenni: in percentuale si tratterebbe di circa il 20 per cento.
    Intanto, mentre cerco di capire tutte queste cose trovo sempre maggiori tracce delle strumentalizzazioni politiche a cui vanno da tempo soggetti i dati forniti da Istat ed Eurispes: il primo è accusato di essere troppo filogovernativo, il secondo del contrario.
    Cerco di starne alla larga: è evidente che esiste in Italia, e grave, un problema di povertà infantile, e molti altri problemi che riguardano i bambini. Ma sarebbe meglio spiegarli questi problemi e dire se stiano peggiorando o migliorando, al di là dei titoloni a effetto (scopro a un certo punto che l’abusato dato sul 51 per cento dei bambini che possiederebbe un telefonino risulta in realtà da un’indagine del 2003 già pubblicata allora, ed è stato ripresentato per completezza - con tanto di rinnovata analisi – in questa ricerca: se andiamo a controllare probabilmente troviamo gli articoli di giornale dell’anno scorso uguali a quelli di sabato, basati sulla stessa notizia). Chiedo però alla professoressa Santori di chiarirmi anche cosa significa “poveri”. “In questa ricerca abbiamo usato il criterio di povertà relativa, che è diverso da quello di povertà assoluta”. Lo spiego come l’ho capito io: la “povertà relativa” è un concetto demografico per cui si definisce povera una famiglia in base al numero dei suoi componenti e al suo tetto di spesa mensile.
    Per capirsi, oggi in Italia si valuta “relativamente povera” una famiglia di tre persone che spende meno di 1.150 euro al mese, o di quattro persone che ne spende meno di 1.350 (come si vede, sono cifre effettivamente piuttosto basse, ma un po’ meno equivoche e vaghe dell’aggettivo “povero”).
    Quindi, il concetto di povertà relativa non si applicherebbe ai singoli individui: l’Eurispes ha fatto una stima dei minorenni presenti nei nuclei familiari che aveva stimato trovarsi sotto queste soglie: “Il tasso di povertà minorile è calcolato in base alla proporzione tra i bambini che vivono in famiglie povere rispetto al totale dei bambini”.
    E così siamo arrivati a quei due milioni.
    Quelli dei titoli, quelli dei “due milioni di bambini poveri” (di cui però l’Eurispes è la prima responsabile: il comunicato stampa dice “secondo le nostre stime nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri”), quelli del sensazionalismo che voleva evidentemente implicare giornalisticamente due cose: che ci fosse un fatto nuovo, e che questo fatto nuovo fosse tremendo e allarmante.
    Il fatto nuovo, come abbiamo visto, non c’era: o meglio era nuova la stima, basata su fatti vecchi e noti.
    Ma è come dire che “l’Inter non segna da dieci anni tra il trentaduesimo e il quarantaquattresimo” (faccio per dire): è una considerazione interessante, ma non è un fatto nuovo, bastava fare i conti.
    Quanto al catastrofismo e al trend allarmante, trovo nel testo dell’Eurispes (quello di centoquindici pagine) questo passaggio:
    “Il nostro Paese manifesta concreti passi in avanti nell’eliminazione della povertà minorile: passa dal 27,4 per cento del 1994 al 23,3 per cento del 1999, segnando una riduzione del 15 per cento”.
    Quindi, se non capisco male, non solo il dato Eurispes dei due milioni (20 per cento del totale) segnalerebbe un miglioramento delle cose negli ultimi quattro anni, ma questa tendenza sarebbe – lo dice l’Eurispes stessa – in realtà costante da dieci anni.
    Bene, buone notizie.

    Luca Sofri su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Le bufale dell'Eurispes, guru che....

    ...dice tutto e il suo contrario

    Roma. La balla dell’Eurispes sui due milioni di bambini poveri in Italia era pazzesca, gigantesca, sensazionale, per fortuna divertente.
    Due milioni di poveri, in base a un campione di “6.276 tra bambini e ragazzi” in cui i bambini erano “tra i sette e gli undici anni”.
    Due bambini su tre che “hanno a malapena da mangiare”, però, dice sempre l’Eurispes, hanno il cellulare per chiacchierare con gli amici e mandare sms e tranquillizzare i genitori.
    Perché l’Eurispes lo stesso giorno, il 19 novembre, pubblicava un’altra ricerca: sempre tra i sette e gli undici anni, su un campione di 5.076 bambini, il 51,6 per cento possiede un telefonino (ma solo il 5,2 per cento di questi quasi poppanti dichiara di cambiarlo ogni tre mesi).
    Due su tre a rischio fame, ma la metà alle prese con i loghi e le suonerie: notizie pubblicate anche insieme, senza scandalo, da questo Istituto di studi politici economici e sociali creato da Gian Maria Fara più di vent’anni fa.
    E definito da Eugenio Scalfari, in un editoriale dello scorso febbraio, sulla Repubblica, “una sciabolata che rompe il velo della verità ufficiale e che mette in luce uno scenario estremamente preoccupante, scenario di declino economico, incertezza esistenziale, sfiducia politica”.
    Erano i giorni della proletarizzazione dei ceti medi, dei nuovi poveri e della totale sfiducia nel governo, erano i giorni in cui non si arrivava a fine mese, erano i giorni in cui Fara dichiarò guerra all’Istat e annunciò ai giornali anche una querela a Silvio Berlusconi, che aveva detto, in tivù, “menzogne infinite” a proposito delle ricerche dell’Istituto.
    Il tempo dell’eroismo è passato, ma Fara e il suo Eurispes vengono utilizzati un po’ qui un po’ là, per dimostrare tutto e il contrario di tutto: bambini poveri per colpa del governo ladro, bambini telefonino dipendenti a causa del consumismo esasperato (e con un venti per cento di infanzia psicotica), medici afflitti da depressione, droga e alcol, bambini che amano stare con i nonni, giovani contro l’aborto ma per il divorzio, ragazzini epilettici a causa dei videogiochi, scuole inagibili e senza i gessetti, inflazione reale spropositata, quindici milioni di italiani a rischio povertà, due virgola quattro milioni di famiglie sul lastrico, zucchine carissime, mariti impotenti.
    Tutto sempre avvolto da una certa autorevolezza (“da una ricerca Eurispes risulta che” eccetera), materiale utilizzato dai commentatori, numerologia continua e desiderata, dati che nessuno si sognerebbe di controllare.
    “Siamo liberi pensatori” dice Fara, geniale galleggiante dai mille mestieri, anche nei posti più strani (sociologo, presidente del corso di laurea in studi politici e delle relazioni internazionali della Link Campus University of Malta e docente di Scienza dell’opinione pubblica presso la stessa università, consultore del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali), costretto agli arresti un paio d’anni fa per peculato e spese gonfiate, e adesso, per la verità, di nuovo rinviato a giudizio per 32 episodi di peculato, falso ideologico e materiale dal tribunale di Bari.
    “Non abbiamo sovvenzioni pubbliche, non ne abbiamo mai volute, siamo assolutamente indipendenti, ma costretti a venderci alle semplificazioni dei giornali: siamo noi le prime vittime della disinformazione”.
    Gian Maria Fara lamenta che nessuno legga per intero le migliaia di pagine di rapporti, ricerche, dati, sondaggi che sfornano per ogni argomento, e per cui impiegano “da tre a sei mesi”, “un mese e mezzo o due per le microindagini”.
    Quaranta, cinquanta grandi indagini all’anno, più altrettante più veloci. Con metodologie accurate, riunioni di comitati scientifici, individuazione di fasce di popolazione, lunghi e faticosi calcoli. Dice che loro fanno un sacco di sforzi, poi arriva un giornalista e chiede di spiegare, in nove secondi, “come va l’Italia”.
    “A me viene da rispondere: ma vaffanculo” spiega Fara.
    Invece ai giornalisti racconta, gentile, la storia di un “paese in cerca d’autore, smarrito, diffidente incerto e alla ricerca di un’identità”.
    Poi però succede che l’indagine su “L’opinione degli italiani sul conflitto israelo-palestinese e sulla questione mediorientale”, che non è esattamente “preferisci passare il pomeriggio con il nonno o con la nonna”, non abbia affatto richiesto sei mesi di preparazione: è stata effettuata “telefonicamente nel periodo che va dal 19 dicembre 2003 al 2 gennaio 2004”, due settimane di signorine che durante le vacanze di Natale chiedevano agli intervistati (1.500 persone dichiarate, con più di diciotto anni) se il genocidio degli ebrei era avvenuto davvero e se comunque Sharon non fosse un po’ nazista, anche se, certo, lo Stato di Israele ha diritto di esistere.
    Tutto per arrivare a una conferenza stampa di presentazione, a metà gennaio, in cui Gian Maria Fara arriva, sorride, rassicura i presenti e dice: “Il paese è maturo, gli italiani sanno separare il giudizio sulla politica dell’attuale governo di Tel Aviv dal giudizio sul popolo ebraico, però teniamo alti i dispositivi di vigilanza”.
    Poi passa la palla ai giornali, e per una settimana si analizza l’impatto della politica di Sharon e l’antisemitismo che ci portiamo dietro da secoli, percentuali indiscutibili alla mano, meno male che c’è l’Eurispes.
    Così, con la grande capacità di “stabilire un tema caldo, o che sta per diventare caldo, riuscendo ad anticipare i tempi”, ha detto Fara al Foglio, ci si conquistano i titoli sui giornali, e anche l’autorevolezza di “libero pensatore”.
    Servono temi caldi: ecco allora servita, per tempo, all’inizio di settembre, la fecondazione assistita.
    “Esiste – ha detto Fara durante la solita conferenza stampa – una evidente contraddizione tra il vigore con cui la schiacciante maggioranza degli italiani (quasi due italiani su tre) si pronuncia a favore della fecondazione assistita, e la legge attuale, che di fatto inibisce fortemente il ricorso alle nuove tecniche riproduttive pur non vietandole del tutto. Sarà opportuno, in futuro, che le forze politiche si applichino a comporre questa divaricazione tra l’opinione pubblica e le leggi dello Stato”.
    Nessuno del comitato scientifico forse aveva letto la legge 40, e le signorine hanno interrogato il solito campione di 1.500 persone in due settimane: siete favorevoli alla fecondazione assistita? La cosa rilevante, che quindi non è stata rilevata, sarebbe stata che solo il 64,9 per cento ha detto sì, contraddicendo forse la legge 40 del 2004, ma nel senso opposto a quello spiegato da Fara: cioè ben più del trenta per cento della popolazione – esemplificata nei 1.500 – sarebbe contrario in assoluto alla provetta, “un atto di ribellione contro la natura”, sempre secondo le domande prestampate.
    E poi vabbè, più del 55 per cento non vuole nemmeno sentir parlare di fecondazione eterologa, ma nel grande pasticcio della numerologia si può dire tutto e il contrario di tutto, ammonire lo Stato ad ascoltare l’opinione pubblica e anche, alla fine, raccogliere gli applausi e le committenze.
    Ministeri, comuni, regioni, istituti, aziende, chiedono a Fara numeri rassicuranti, oppure percentuali allarmanti, tanto basta rivoltare, interpretare, sorridere, e in ogni puntata di Ballarò ecco la scheda con i dati Eurispes.
    Basta annusare il vento, “come hanno fatto le sorelle Lecciso”, dicono quelli che invidiano Fara e il suo istituto super citato e in super espansione (stanno per aprire venti sedi, una per ogni regione, è questione di settimane), e servire il sondaggio giusto al momento giusto, “come il balletto e poi la litigata con Al Bano”. Qualche anno fa Fara raccontava alla gente una storia diversa e cinica, quella dei “falsi poveri”:
    “C’è una finta povertà, per così dire proletaria, un po’ ruspante, diffusa nelle grandi periferie urbane. E un’altra che definirei premeditata: è la finta povertà del ceto medio alto, studiata a tavolino negli uffici dei commercialisti: del primo fanno parte i lavoratori in nero, che a furia di arrabattarsi mettono insieme un reddito accettabile. Il secondo gruppo è quello degli evasori scientifici: professionisti, commercianti, imprenditori, lavoratori autonomi. Forse non chiederanno la casa al comune, ma certo non si lasciano scappare l’occasione per non pagare le tasse universitarie dei figli”.
    Nel 1998 i veri poveri non esistevano nemmeno, adesso invece, in pochi anni, “la società è spaccata in tre terzi: un terzo di supergarantiti, un terzo di poveri e un terzo a rischio di povertà”, e il lavoro nero diventa l’unico modo per superare il 21 del mese.
    “Il 51,2 per cento delle famiglie arriva a stento a fine mese e utilizza i risparmi accumulati in precedenza e deve contrarre debiti”.
    Un colpo al cerchio, uno alla botte, un rapporto sulla pornografia e uno sulla mafia, e sempre contraddire l’Istat sui prezzi, il paniere e l’inflazione (pur riciclandone le indagini dell’anno prima) in modo da porsi come paladini della verità, rimediare un titolo sparato e una semplificazione di cui poi lamentarsi in caso di clamoroso errore.
    Così un Istituto di ricerca diventa un modo facile per riempire spazio sui giornali, ma soprattutto un guru da interrogare a ogni occasione, e il suo presidente una star da intervistare e invitare in televisione.
    “Ma da due anni non vado – dice – perché da Vespa ci sono o le trasmissioni paludate in cui sono consentite esternazioni interminabili ai potenti, o quelle coi nani e le ballerine: al presidente dell’Istat è capitato così di confrontarsi con un verduriere”.
    Né coi potenti né con le ballerine, nemmeno coi bancarellai, la numerologia sta più in alto.
    E se la Feltrinelli viene svaligiata di dvd e in un supermercato rubano gli hi fi, è tutta colpa della proletarizzazione del ceto medio, come da ricerca per il Rapporto Italia:
    “La spesa proletaria non mi scandalizza più di tanto, io vengo dal ‘68 – ha detto – quando in un paese i ceti medi si sentono a rischio povertà, si mette a rischio la stessa democrazia”.

    Tutto torna, all’Eurispes.
    (ab) su Il Foglio del 2 dicembre

    saluti

  3. #3
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    Predefinito L'Italia com'è

    Roma. L’Italia “galleggiante” è alla ricerca di basi solide sulle quali assestarsi, e la sua società sostanzialmente indifferente, refrattaria a farsi scalfire anche dai grandi eventi nazionali e internazionali, comincia ora a essere scossa dal ritorno del sacro e dal disagio etico legato all’artificialità della tecnica e del diritto. Sono queste le vere novità che emergono dal trentottesimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del paese.
    Accanto allo stato dell’arte dei processi “di ieri e dell’altro ieri” (il sommerso, la forza della piccola impresa, la proliferazione del lavoro individuale, il localismo economico, il carattere di medietà dei comportamenti di consumo, la tendenza a vivere “altrimenti” che nello sviluppo o nel declino, la ricerca di una più alta qualità della vita, la predilezione per l’insediamento nei piccoli comuni), per la prima volta il Censis indica i temi che, a suo giudizio, rimarranno durevolmente al centro dell’attenzione nei prossimi anni:
    “Il ritorno dell’importanza del sacro, ancorché degradato, in ragione specialmente del contrasto di fondo con culture e prassi di tipo fondamentalista; il disagio etico causato dalla sempre più orgogliosa artificialità e autoreferenzialità di tecnica e diritto, come verosimilmente vedremo nei prossimi mesi con le vicende della legge sulla procreazione assistita; la crisi della dimensione temporale della vita collettiva e la crescita di importanza della dimensione spaziale”.
    La tecnica, spiega il segretario generale dell’istituto, Giuseppe De Rita, “sempre più si manifesta (soprattutto per via del dibattito sulla fecondazione assistita) come una forza autoreferenziale, che mette in crisi il giudizio del singolo e non gli consente di reagire con la semplice rimozione”, mentre da parte degli addetti ai lavori si rivendica l’esclusiva titolarità a decidere.
    “Mi fa rabbia – ha detto De Rita nel corso della presentazione del rapporto – che i leader che vogliono governare l’Italia stiano zitti su questo disagio trasversale”, che certamente emergerà se ci sarà il referendum sulla procreazione assistita.
    E poi c’è il ritorno del sacro, che sembrava un residuo, ha sottolineato De Rita, “anche per i giudaico-cristiani, figuriamoci per chi non crede. Invece torna a essere importante, specialmente nel contrasto di fondo con culture di tipo fondamentalista”.
    Ci si interroga sul fatto che c’è gente che si uccide o uccide in nome del sacro, e questo “ci pone il problema del che fare della nostra soggettività, dell’idea che bastiamo a noi stessi”. L’insopprimibile riferimento alla propria sfera soggettiva spiega il fatto che al ritorno del sacro, anche alienante e violento, “abbiamo risposto con una grande rimozione”.
    E se gli italiani si sono commossi per i nostri soldati e per il sequestro e l’uccisione di connazionali, “non si è voluto approfondire il duro confronto con i tanti problemi che ci vengono posti dal difficile rapporto con culture che esasperano il sacro”.
    Il disagio etico, lo sconcerto di fronte a un sacro “negativo” sono, dice De Rita “problemi che accomunano laici e cattolici” e che non trovano risposte automatiche nella religione e nella politica. Da qui quella ricerca dei fondamenti che si potrebbero definire “umani”, pregiuridici e pretecnici, che ciascuno deve trovare in se stesso. Come se quel “policentrismo” allergico alle strutture gerarchiche che ci caratterizza, dice in fondo De Rita, e che connota la nostra economia e il nostro modo di essere società, valesse anche per le cose ultime.
    * * *
    Impauriti, più che poveri. “Verosimilmente è stata più forte la paura di impoverire che l’impoverimento reale, ma è anche vero che in questo periodo si guarda al futuro con timore diffuso; e che le paure collettive non devono mai essere sottovalutate, tanto più se traggono alimento dal disagio oggi esistente nel grande segmento sociale del ceto impiegatizio a reddito fisso, che più pesantemente avverte l’insostenibilità della crescita del costo della vita.
    Ma sarebbe disonesto dimenticare che i dati dell’anno in corso segnalano un forte aumento della patrimonializzazione delle famiglie, un forte aumento degli investimenti immobiliari, un buon incremento degli investimenti mobiliari e dei loro rendimenti, un relativo attestarsi su comportamenti di medietà dei consumi. Dovremo forse aspettare ancora del tempo per capire se nel prossimo futuro vincerà nella psicologia collettiva la drammatizzazione dell’impoverimento o una ancor più cinica propensione a prescindere da preoccupazioni economiche.
    Oggi comunque i processi mutanti sono due: la divaricazione crescente fra ceti pa-trimonializzati e ceti di puro reddito; e la tendenza ad attestarsi tutti su quella combinazione antica dei comportamenti economici (la combinazione fra sobrietà e medietà) che ha fatto la nostra storia, anche quando è stata avvertita come risicatezza”.

    Il ritorno del sacro. “Per qualche decennio la nostra cultura e la nostra psiche collettiva avevano rimosso la dimensione del sacro, con lo snobismo di dichiararlo morto insieme alla morte di Dio, dell’eternità, della speranza ultraterrena. Poi nell’ultimo anno esso ci è rientrato dentro, con una successione di morti in guerra, rapimenti, assassinii ritualizzati e no, atrocità televisive e fotografiche che fanno un po’ da colonna emotiva ad una riproposizione del fondamentalismo religioso, alla scelta della violenza come arma, al totale dispregio del primato della persona umana. In un conflitto dove non c’è il rapporto per noi ordinario dell’uomo con se stesso e con “l’altro”, ma dove si combattono radicali concezioni della vita, con l’esplicito violento bisogno di sopraffazione dell’altro ed anche di se stessi, di uccidere sgozzando o morire come bombe umane. Tutto ciò ha messo in crisi l’orgoglioso soggettivismo del nostro modello di sviluppo, dove gli scontri di civiltà che pure ci sono stati (si pensi allo scontro ideologico dopo la seconda guerra mondiale) erano stati depotenziati e poi sconfitti da una crescente e trionfante soggettività: dell’imprenditorialità, del lavoro autonomo, dei consumi, dei comportamenti individuali, dei diritti, della stessa dimensione etica. Forse per questo insopprimibile riferimento alla propria sfera soggettiva abbiamo risposto al ritorno alienante e violento del sacro (nessuno se ne adonti) con una grande rimozione, quasi un ripiegamento nel fatalismo individuale”.
    Diventa decisivo lo spazio. “Non c’è chi non veda che i due grandi fenomeni esplosi negli ultimi mesi (il ritorno degradato della violenza del sacro e la crescita dell’artificialità di scienza e diritto) rompono non solo l’aurea tranquillità in cui vorremmo vivere, ma anche e forse specialmente la nostra recente affezione allo sviluppo socioeconomico, al progresso collettivo, alla storia costruita collettivamente nel tempo. Se la nostra vita futura non è più dominabile da noi (perché appiattita dal dominio della scienza e del diritto, dalla atemporalità del sacro) non è più decisivo il tempo; e diventa di contro importante lo spazio, la gestione della spazialità. Questa è la risposta corrente, si tratti dello spazio che delimita e fa parlare i nostri borghi; si tratti di appartamenti ed isole virtuali per gli spettacoli televisivi; si tratti delle strategie industriali centrate sulla de-localizzazione spaziale; si tratti di tutti gli investimenti nelle aree agricole e interne ‘per non lasciare spazi vuoti’; si tratti di conflitti su dove localizzare gli impianti di smaltimento dei rifiuti; si tratti del ritorno dello spazio localistico nella redistribuzione del potere; si tratti della crescente importanza della gestione del territorio e dei suoi flussi (dalla logistica al cabotaggio alla difesa del paesaggio); si tratti infine di quella spaziale tentazione che è il narcisismo del corpo (‘l’unica estensione che è tutta nostra’)”.

    (citazioni dal 38° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese 2004)

    Da Il Foglio del 4 dicembre

    I titoli sui giornali "progressisti" e "intelligenti"?
    Italia, paura del futuro.
    Sottintendendo il futuro di Berlusconi.
    Bugiardi e disonesti.
    Dopo i dati resi pubblici da Eurispes i titoli sugli stessi giornale tuonavano "due milioni di bambini poveri in Italia", naturalmente l'Italia di Berlusconi
    Due milioni di bambini poveri sui tre milioni di recensiti, metà dei quali possiede il telefonino e lo cambia spesso.
    Dato che sui giornali progressisti scrivono notoriamente persone intelligenti che non potevano non sapere che quelle erano balle stratosferiche, c'è solo un altro motivo che li ha spinti a pubblicare le false notizie.
    Con un piccolo sforzo il perchè lo trovate da soli.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Le balle che ci...

    ...raccontiamo

    Scrive il professor Giuseppe De Rita, stimato sociologo di esperienza e talento, che “verosimilmente è stata più forte la paura di impoverire che l’impoverimento reale”, e che sebbene si
    debba avere comprensione per le paure dei ceti a reddito fisso, che certo non stanno celebrando alcuna cuccagna, “sarebbe disonesto dimenticare che i dati dell’anno in corso segnalano un
    forte aumento della patrimonializzazione delle famiglie, un forte aumento degli investimenti immobiliari, un buon incremento degli investimenti mobiliari e dei loro rendimenti, un relativo attestarsi su comportamenti di medietà dei consumi” (Rapporto Censis,
    2004).
    Come sanno i lettori di questo giornale, da tempo agitiamo simili osservazioni “deritiane”, da tempo facciamo appello a non bersi il cervello perché un tg o un quotidiano ha detto o scritto che nessuno fa più regali a Natale, che le tredicesime sono falcidiate
    di due terzi, che i prezzi galoppano al ritmo del 20 o 30 per cento, che ci sono due milioni di bambini poveri la metà dei quali è proprietaria di un telefonino.
    E’ una circostanza felice che da una cattedra autorevole come quella del Censis arrivi un allarme pacato, metodologicamente
    rigoroso e non pretestuoso, sullo spirito apocalittico, spesso
    banalmente partigiano o fazioso, che pervade l’informazione corrente.
    In Italia la questione di come una comunità occidentale macina la propria idea di sé è particolarmente intricata.
    Perché abbiamo uno spirito informale nell’arrangiare la notizia, perché siamo profondamente e incurabilmente divisi perfino intorno a quelli che dovrebbero essere i pilastri di un sistema sociale politico e costituzionale, perché la nostra intellighenzia è un po’ da circo, scuola e accademie e istituzioni della ricerca sono spesso sbrindellate, e il giornalismo si divide volentieri in truppa
    di governo e truppa di opposizione.
    Soprattutto, i numeri da noi non hanno alcuna autorità.
    Basta guardare le notizie della sera, leggere un paio di editoriali,
    sorbirsi un talk show (non importa se di destra o di sinistra): i numeri ballano, la parola più spesa per chi offre un numero è
    “bugiardo!”, il clima è quello della sfida e del duello e dell’incredulità di tutti verso tutti.
    Compare un numero che riguarda il nostro modo di vita, e volano gli schiaffi.
    La storia dei cappuccini fiscali, ben architettata da quel genio del male che risponde al nome di Eugenio Scalfari, è lì a dimostrarlo.
    Come spieghiamospesso, i lavoratori si battono e scendono in piazza e fanno le loro sacrosante barricate per un cappuccino ogni due giorni, ma se è il governo a offrirne uno al giorno senza bisogno nemmeno di lottare, con i tagli dell’Irpef, quella è una miseria.
    Intanto il paese reale cresce o se la cava e patrimonializza almeno quanto Repubblica patrimonializza lo scontento indotto, ma non crescono la sua cultura, non i suoi costumi, non la sua lealtà verso se stesso.

    Ferrara su Il Foglio del 4 dicembre

    saluti

  5. #5
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    Predefinito

    I due milioni di bambini poveri col cellulare spero leggano questi articoli mentre se la ridono a mandare sms agli amichetti...
    A me girano solo di più le scatole.

  6. #6
    email non funzionante
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    Predefinito Marchetta scaccia....

    ...marchetta

    Il giornalismo sciatto fa marchette per ideologia e propaganda politica gratuita, e prende per buoni due milioni di bambini poveri strillati dal miracoloso Eurispes su tre milioni censiti in quella classe d’età, due miserabili su tre, la metà dei quali con il telefonino in mano.
    Per fortuna c’è il mercato che corregge marchetta con marchetta.
    Ieri a pagina 33 di Repubblica, il giornale che ha fatto di più per risollevare le sorti della classe media impoverita, quello che ha lanciato l’allarme sulla mancanza di latte per i bambini nell’ultima settimana del mese, quello che disprezza la regalia governativa di trenta cappuccini al mese (ma non mancava appunto il latte?), ieri dunque a pagina 33 di Rep. si leggeva che undici milioni di italiani sono già in fuga, tutto esaurito, per i Caraibi o per Zanzibar, mentre alcuni di loro sono pronti a indebitarsi per comprare il costoso biglietto della metropolitana a Londra, scelte varie e pittoresche per una vacanza di massa di nove giorni, un sogno per la middle class americana, ma si aggiungeva che la Nuova Zelanda è troppo lontana e troppo costosa.

    Malizioso e prontamente registrato il riferimento di una agenzia di viaggi a un certo decremento delle prenotazioni per Sharm el Sheick, detta anche “très peu de charme et beaucoup des scheiks” , ma non è questione di costi, piuttosto la paura del terrorismo.
    E’ consolante che in tempi di tremendissima “paura del futuro” le famiglie del Censis, adeguatamente patrimonializzate, si godano intanto il presente.

    su Il Foglio

    saluti

 

 

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