… che“ci sono due milioni di bambini poveri”
I titoli li avete visti tutti. Erano sabato su ogni quotidiano. “In Italia due milioni di bambini poveri”. Si trattava di una ricerca Eurispes dedicata all’infanzia in Italia, in collaborazione con il Telefono Azzurro. La ricerca è molto corposa e dice un sacco di cose, ma i giornali ne hanno privilegiate pochissime.
In parte perché quelle più a effetto vengono sempre privilegiate sulle altre, e in parte perché in alcune redazioni si sono limitati evidentemente a leggere la sintesi per la stampa della ricerca (in alcuni casi la sintesi breve, quella di cinque pagine: quella lunga ne ha centoquindici), che invece complessivamente riempie diverse centinaia di pagine.
Comunque, io diffido da tempo delle “notizie” basate su sondaggi e ricerche di mercato. Per molti anni i quotidiani italiani hanno dedicato pagine e pagine a improbabili indagini compiute da fantomatici “Istituto superiore occidentale di psicologia”,
“Associazione di psicologi volontari Help Me”, o altre così, che a far delle ricerche si rivelavano spesso inventati da una sola persona che faceva delle ricerche di nessun valore scientifico per farsi dubbie pubblicità.
Le redazioni, pigre e sempre in cerca di una “tendenza” con cui riempire le pagine, non si facevano domande e pubblicavano.
Da quando il controllo sulle bufale giornalistiche è stato reso più semplice e più aggressivo tramite internet, questi casi sembrano però superati.
E infatti in questo caso si trattava dell’Eurispes, mica bruscolini. Quindi il dato “due milioni di bambini poveri” era doppiamente impressionante: perché era impressionante e perché era probabilmente vero.
Eppure, c’era qualcosa di strano. Intanto, non si capiva quali fossero i “bambini” così definiti: su molti giornali non ce n’era indicazione. Ma sul Corriere della Sera, per esempio, si spiegava in un boxino che la ricerca era stata compiuta su un campione di “6.276 tra bambini e ragazzi”, con i bambini definiti come “tra i 7 e gli 11 anni”.
Questo avrebbe voluto dire che in Italia ci sarebbero due milioni di bambini tra i 7 e gli 11 anni che sono “poveri” (“moltissimi hanno a malapena da mangiare”, scriveva il Messaggero).
Che se ci pensate, non sono tanti: sono tantissimi.
Non sono cose che uno sa esattamente, ma così a occhio tutti i bambini tra i 7 e gli 11 anni non possono essere molti più di due milioni.
Probabilmente esiste un dato preciso, ma io ho trovato solo che nel 1996 in Italia c’erano tre milioni di bambini tra i 10 e i 14 anni e quasi tre milioni tra i 5 e i 9: ne deduco bruscamente (mi perdonino i demografi) che anche la fascia 7-11 probabilmente assommerà alla stessa cifra, più o meno. Stando ai giornali di sabato, quindi, due bambini su tre in Italia sarebbero “poveri”. Forse un po’ troppi, no?
La seconda cosa che non si può capire dai quotidiani è cosa significhi “poveri”: qual è il criterio, qual è la soglia? Nessuno lo spiega. “Due milioni di bambini poveri” è tutto quello che viene detto. Repubblica, oltre a titolare così, spiega all’inizio dell’articolo:
“Sono quasi due milioni in Italia i bambini poveri, baby lavoratori, sfruttati e disagiati, in precarie o drammatiche condizioni economiche”.
Anche a leggere le centoquindici pagine di sintesi della ricerca, non si fanno passi avanti: “Secondo le nostre stime nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri”.
Tutti i giornali poi citano un altro dato aggravante, che evoca il rapporto con il resto dell’Europa. Così è come la scrive il Giorno, presa pari pari dalla sintesi per la stampa dell’Eurispes: “L’Italia occupa un indecoroso quarto posto (23,3 per cento) nella graduatoria degli stati membri con i maggiori tassi di povertà infantile”. Quali siano i “bambini poveri”, anche qui non lo si spiega.
All’Eurispes sono molto gentili. Il vicedirettore, Elisabetta Santori, mi dice subito che “bisogna sfatare la notizia per cui in Italia ci sono due milioni di bambini che non hanno da mangiare”: considerato che questa era “la” notizia, sabato, la dichiarazione mi pare notevole. Poi, grazie alla pazienza della professoressa Santori e della dottoressa Carla Graziani, ho capito delle altre cose. La prima è che l’oggetto della ricerca è dato da un questionario distribuito a questi 6.276 bambini e ragazzi. Ne sono venute molte e interessanti informazioni, soprattutto in relazione al rapporto dei ragazzi con la televisione, con gli Sms e altri temi della modernità. Con tutto questo, però, il dato sulla povertà non c’entra niente. “In questo caso si tratta di una stima”: cioè, all’Eurispes hanno preso dei dati Istat già noti e pubblici e li hanno combinati ed elaborati per arrivare a ipotizzare un numero –una stima, appunto – di “minori poveri”. Come minori?, chiedo io: non erano “bambini”. “No, in questo caso il dato riguarda le età tra zero e diciotto anni, provenendo i dati elaborati appunto da indagini Istat riferite a questa fascia”.
Indagini già pubblicate
Quindi, i due milioni di bambini poveri sono diventati due milioni di minorenni poveri: non che la cosa non faccia spavento lo stesso, ma è sicuramente diversa. Anche perché l’Istat dice che in Italia ci sono poco meno di dieci milioni di minorenni: in percentuale si tratterebbe di circa il 20 per cento.
Intanto, mentre cerco di capire tutte queste cose trovo sempre maggiori tracce delle strumentalizzazioni politiche a cui vanno da tempo soggetti i dati forniti da Istat ed Eurispes: il primo è accusato di essere troppo filogovernativo, il secondo del contrario.
Cerco di starne alla larga: è evidente che esiste in Italia, e grave, un problema di povertà infantile, e molti altri problemi che riguardano i bambini. Ma sarebbe meglio spiegarli questi problemi e dire se stiano peggiorando o migliorando, al di là dei titoloni a effetto (scopro a un certo punto che l’abusato dato sul 51 per cento dei bambini che possiederebbe un telefonino risulta in realtà da un’indagine del 2003 già pubblicata allora, ed è stato ripresentato per completezza - con tanto di rinnovata analisi – in questa ricerca: se andiamo a controllare probabilmente troviamo gli articoli di giornale dell’anno scorso uguali a quelli di sabato, basati sulla stessa notizia). Chiedo però alla professoressa Santori di chiarirmi anche cosa significa “poveri”. “In questa ricerca abbiamo usato il criterio di povertà relativa, che è diverso da quello di povertà assoluta”. Lo spiego come l’ho capito io: la “povertà relativa” è un concetto demografico per cui si definisce povera una famiglia in base al numero dei suoi componenti e al suo tetto di spesa mensile.
Per capirsi, oggi in Italia si valuta “relativamente povera” una famiglia di tre persone che spende meno di 1.150 euro al mese, o di quattro persone che ne spende meno di 1.350 (come si vede, sono cifre effettivamente piuttosto basse, ma un po’ meno equivoche e vaghe dell’aggettivo “povero”).
Quindi, il concetto di povertà relativa non si applicherebbe ai singoli individui: l’Eurispes ha fatto una stima dei minorenni presenti nei nuclei familiari che aveva stimato trovarsi sotto queste soglie: “Il tasso di povertà minorile è calcolato in base alla proporzione tra i bambini che vivono in famiglie povere rispetto al totale dei bambini”.
E così siamo arrivati a quei due milioni.
Quelli dei titoli, quelli dei “due milioni di bambini poveri” (di cui però l’Eurispes è la prima responsabile: il comunicato stampa dice “secondo le nostre stime nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri”), quelli del sensazionalismo che voleva evidentemente implicare giornalisticamente due cose: che ci fosse un fatto nuovo, e che questo fatto nuovo fosse tremendo e allarmante.
Il fatto nuovo, come abbiamo visto, non c’era: o meglio era nuova la stima, basata su fatti vecchi e noti.
Ma è come dire che “l’Inter non segna da dieci anni tra il trentaduesimo e il quarantaquattresimo” (faccio per dire): è una considerazione interessante, ma non è un fatto nuovo, bastava fare i conti.
Quanto al catastrofismo e al trend allarmante, trovo nel testo dell’Eurispes (quello di centoquindici pagine) questo passaggio:
“Il nostro Paese manifesta concreti passi in avanti nell’eliminazione della povertà minorile: passa dal 27,4 per cento del 1994 al 23,3 per cento del 1999, segnando una riduzione del 15 per cento”.
Quindi, se non capisco male, non solo il dato Eurispes dei due milioni (20 per cento del totale) segnalerebbe un miglioramento delle cose negli ultimi quattro anni, ma questa tendenza sarebbe – lo dice l’Eurispes stessa – in realtà costante da dieci anni.
Bene, buone notizie.
Luca Sofri su Il Foglio
saluti




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